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Sembrerebbe sempre di più che alcuni noti brand abbiano capito che i vari social network, le community, insomma i posti fichi alla volemose bene 2.0 tipo youtube, flickr o MySpace siano più redditizzi di quanto si pensasse.

Faccio un esempio? Ok faccio un esempio: proprio come tanti teen e band musicali, anche Adidas ha il suo posticino in MySpace. Solo Adidas? Noooo, pure EA fa la sua bella mostra.
Perché due colossi del genere si sono iscritti ad un mostro di comunity come MySpace? Semplice è per fare amicizia con l’onnipresente Tom. Sbagliato! Tom sarà pure simpatico, ma il vero motivo, a sentire i bene informati di GigaOM, sarebbe l’elevato ROI che deriverebbe dal frequentare MySpace. Secondo la società indipendente Marketing Evolution, che ha eseguito uno studio:”adidas avrebbe influenzato 1.2 milioni di persone spingendole a comprare i suoi prodotti. Questi clienti a loro volta avrebbero convinto i loro amici influenzando così altri 4.2 milioni di persone. Allo stesso modo, EA avrebbe influenzato direttamente 1.8 milioni di consumatori e indirettamente 4.5 milioni di consumatori”.

Secondo Adidas e EA più del 70 percento del loro ROI sul marketing sarebbe da attribuire al così detto Momentum Effect (termine coniato da Marketing Evolution) che i ricercatori definiscono come l’impatto quantificabile del brand all’interno di un social network. Ulteriori particolari ( in inglese) li potete trovare qui

E gli altri stanno a guardare? Questo report sembra dire che anche Nike non stia con le mani in mano, anzi e visto che parliamo di soccer sarebbe meglio parlare di piedi ;-)

E quindi? Super Mega Festa in casa Murdoch, MySpace serve a qualcosa ;-)

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un carattere neutrale

Questo post è stato scritto utilizzando il font Verdana e ora che ne siamo tutti consapevoli posso continuare. Ok? Allora vado.

Per chi non lo sapesse il verdana è uno dei milioni (?) di tipi di font che vengono utilizzati ogni giorno e creati ogni giorno. E sì perché creare font è una professione come creare sedie o riparare automobili o costruire case. Che c’entra questo con il marketing? C’entra.

I font danno una forma alle parole e potremmo definirli a pieno titolo il packaging delle nostre idee. Leggibilità, semplicità, durezza, rispettabilità, giocosità sono tutte sensazioni che possono essere suscitate dalle forme rotonde o spigolose delle lettere di un determinato carattere.

Orgogliosamente stampate sui nostri biglietti da visita fanno bella mostra di se le lettere che costituiscono il nome della nostra azienda. Le società infatti hanno un nome, un nome che però ha una forma ben precisa e definita. E la cosa interessante è che molte società conosciute a livello planetario hanno in comune lo stesso font: Helvetica. Un carattere disegnato da Max Miedinger nel 1957 in Svizzera (chissà perché si chiama Helvetica, mah :-)

L’ elenco delle multinazionali che hanno un carattere diciamo così un po’ svizzero sono: Microsoft, American Airlines, Gap, Orange, Currys, Hoover, Lufthansa, Panasonic, Royal Bank of Scotland, Tupperware, Zanussi e mi fermo qui.

Quindi? Quindi visto che quest’anno ricorre il 50 anniversario di questo font ho ritenuto che valesse la pena scriverci sopra un post. C’è chi ha fatto molto di più e ha relizzato addirittura un film documentario il cui titolo è …indovinate un po’? Helvetica. Bravi ;-)

E questo qui sotto è il trailer:

E visto che siamo in tema di cinema qui un esempio di come la scelta dei font sia importante quando si devono definire le caratteristiche di un prodotto sia pur particolare come un film. Ah dimenticavo, per chi fosse interessato ho scoperto un gioco in cui Helvetica e Arial combattono senza quartiere, in una lotta fino all’ultima…lettera. Scopri anche tu chi dei due font ha un carattere più forte ;-)

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uSEObility

In questi ultimi tempi si può vedere in internet un gran da fare per fare corsi, siti e blog sul tema del SEO, che per chi non fosse stato ancora bombardato ad nauseam, è un acronimo che sta per Search Engine Optimizzation. In pratica significa migliorare la leggibilità del vostro sito agli occhi dei vari robottini dei vari motori di ricerca, Mr Goolge in primis.

Ora se invece di essere presi dalla foga di correre a contattare l’ennesimo guru SEO cercassimo di riflettere sul significato di tutto questo, cosa scopriremmo? Dopo lunga e approfondita indagine ci sarebbe chiaro, infatti, che tutti gli sforzi conducono a dovere produrre pagine html valide per un programma che è a mala pena in grado di “leggere” venti rige di testo oppure ad inventarci trucchetti di bassa lega pur di arrivare primi nelle SERP, che non sono una specie pugliese di vipere, ma è un acronimo che sta per Search Engine Report Page .

Mr. Google, inoltre, preferisce che le pagine html siano semplici con contenuti validi. Altra cosa importante è il numero di siti che puntano al nostro. Quanti siti hanno dei link ai contenuti delle nostre pagine? Più siamo citati e più siamo famosi e importanti e più Goolge ci premia facendoci salire in graduatoria.

Ma le persone in tutto questo dove sono? Voglio dire che chi frequenta il vostro sito o blog o quello che vi pare a voi non è forse una persona? Se ne deduce che la cosa più naturale sarebbe rendere il suo percorso più semplice possibile: Io essere umano non voglio un sito pieno di flash muscolari e pavonegianti con attese di 24 anni senza uno straccio di skip intro e nemmeno voglio un sito robot style fatto per compiacere i toui amici signori della ricerca. In pratica l’utente medio approdato su un sito è alla ricerca di informazioni utili oppure divertenti a patto che gli siano fornite nel più breve tempo possibile.

E allora che si può fare? Una possibile soluzione è quella di tentare un approccio diverso un po’ più… umano. In termini tecnici questa cosa si chiama usabilità. La definizione di usabilità è talmente importante che è stata perfino codificata (definizione ISO 9241):”È l’efficacia, l’efficienza e la soddisfazione con cui determinati utenti possono raggiungere determinati obiettivi in un determinato contesto d’uso.” La citazione è stata presa dal sito UserTestLab . Nello stesso sito ho trovato un white paper, autore Stefano Dominici, che definisce in maniera elegante cosa è l’usabilità. Lo stesso autore collabora nella stesura di un blog dedicato all’argomento, che guarda caso ha come elemento centrale le persone: progettare per le persone .

Un sito, ma in realtà qualunque interfaccia dovrebbe essere progettato avendo in mente che deve essere human friendly ed è lì per permettere al mondo di conoscerci. Non è però solo il nostro biglietto da visita è soprattutto il nostro customer care automatico, dove i nostri utenti/clienti/persone vogliono e devono trovare informazioni su di noi, sui nostri servizi, dove siamo etc..

Ok finisco qui perche sicuramente avrete cose importanti da fare ;-)

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web al gusto di limone

Si avvicina l’estate e quindi bisogna parlare di qualcosa dal gusto fresco e dissetante. E invece no voglio parlare di qualcosa di vecchio come il cucco e per questa volta passatemi il francesismo.

Esiste un fenomeno economico noto con la pomposa dizione di Asimmetria informativa e cioè “una condizione in cui un’ informazione rilevante non è condivisa integralmente fra gli individui facenti parte del processo economico, dunque una parte degli agenti interessati ha maggiori informazioni rispetto al resto dei partecipanti e può trarre un vantaggio da questa configurazione”. In poche parole questo succede quando chi vende conosce il prodotto molto meglio di chi lo acquista. Questo concetto può sembrare a prima vista un concetto banale, ma se fosse realmente così non avrebbe fruttato nel 2001 il premio nobel per l’economia a George Akerlof

Akerlof è stato il primo ad interessarsi delle conseguenze “disastrose” che si hanno sul mercato quando si verifica un’ asimmetria informativa e lo ha semplificato molto bene con quanto succede nel mercato delle auto usate. Lo slang americano per definire auto bidone, sola come si dice qui a Roma, insomma in pessime condizioni è lemons cioè limoni.

In un mercato di automobili usate si verifica puntualmente un invasione di limoni, questo perché tra il cliente ed il venditore esiste un asimmetria di informazioni. Il venditore conosce bene quali macchine sono buone e quali no. Il compratore viceversa non ha uno strumento certo che gli consenta di sapere quale automobile gli conviene comprare. Sarà portato ad utilizzare il buon senso e quindi cercherà di pagare un prezzo medio, quello cha a naso ritiene giusto.

Questo comportamento generale farà si che i possessori e possibili venditori di automobili in ottime condizioni siano i meno propensi a immetterle nel mercato dell’usato. Semplicemente perché non ne hanno la convenienza! In un mercato così inquinato anche i proprietari di automobili mediamente buone alla lunga saranno poco propensi a vendere e via di questo passo si verifica in pieno la famosa legge di Gresham: la moneta cattiva caccia quella buona.

Purtroppo però i limoni non si trovano solo al mercato ortofrutticolo e in quello delle auto usate americane: ci sono anche nel mondo della sicurezza informatica e in quel variegato mondo che è internet. Diciamoci la verità quanti clienti italiani ancora non hanno idea di quanto vale veramente uno qualunque dei servizi e delle possibili applicazioni che esistono nel web? Quanto vale un blog? Quanto vale il SEO? Quanto dovrebbe costare un sito? Tutte queste domande sono leggittime perché l’ignoranza, intesa come non conoscenza, dei vari interlocutori (direttori marketing, CEO, amministratori delegati, uffici acquisti etc..) che vengono quotidianamente esposti a proposte internet di vario genere, non hanno la minima idea di quanto possano realmente valere! Internet quindi è un costo o un investimento? E quale è il prezzo giusto da pagare? Come si può evitare che anche qui abbia effetto la legge di Gresham?

Ogni giorno questi poveri clienti vengono bombardati con proposte mirabolanti, strabilianti e costi che variano in continuazione. Vengono offerti siti con cifre esasperate…ma poi “mio cugino, quello bravo con il flash, mi ha detto che con 500 euro facciamo tutto!” E così è tutto un fiorire di limoni, neanche fossimo in Sicilia. Con rispetto parlando… non si sa mai ;-)

Per chi volesse approfondire la questione qui sotto riporto un post interessante (learn english please :-) sull’argomento:

What is a “Market for Lemons”?

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L’Union fa la forza ovvero impara l’arte e mettila..in un telefonino - atto secondo

Detto fatto! Visto che la cosa mi intrigava, ci sono andato e …un momento andiamo per ordine.

Imbocco Via Reggio Emilia e vedo sul marciapiede gente che chiacchiera con un flut in mano. Ecco sono arrivato, quella deve essere la galleria. Che gli dico? “Salve sono un giornalista di Repubblica in incognito”. No, no troppo plateale e poi perché in incognito? Mentre penso tutto questo, entro nella galleria. Ci siamo, è pieno di schermi al plasma panasonic (?) che trasmettono a ruota i video e le fotografie degli artisti. Sulla sinistra due addetti al catering, uno giovane e uno più anziano versano succo di pompelmo e/o arancio, mentre sul tavolino fanno bella mostra di se dolci di tutte le forme e colori. Che siano questi pasticcini le opere esposte? Ok, va bene questo è sarcarmo da quattro soldi. Andiamo avanti. In un attimo mi ritrovo a riempire un modulo per i giornalisti aiutato nel compito da due ragazze dell’agenzia - Image Building - che svolge le funzioni di ufficio stampa per conto di Nokia . In cambio ricevo un CD, vari fogli con la descrizione della galleria d’arte, vita opere e miracoli degli artisti e in più due fogli con il comunicato ufficiale per la stampa con su una scritta tipo questa -> PRESS RELEASE.
+100 ora sono la stampa ;-) Anche le ragazze sono gentili e anche simpatiche. Lo dico perché mi è capitato di partecipare ad eventi un po’ inamidati e formali. Penso tra me e me, cominciamo bene. Cerco una delle due galleriste per dirgli che io gestisco un blog etc… - Giorgia Terrinoni insieme con Sabrina Nucci da circa due anni portano avanti un progetto comune , “sicure di poter portare valore, in qualità e in metodo, nell’impresa dell’arte” - Purtroppo non conosco nessuna delle due e con un po’ di fortuna riesco a parlare con Giorgia Terrinoni.

Tiro fuori il mio tacuino e sparo qualche domanda qua e là. Il mio scopo non è però fare una vera intervista, non c’è tempo e non è il momento più opportuno. Mi servono idee, impressioni e qualche foto. Vengo a sapere che per la mostra evento Nokia Nseries MusicArt Experience per la tappa di Roma è stata scelta la loro galleria grazie alla collaborazione con il curatore Gino Gianuizzi responsabile di neon>campobase . Immagino subito che per una galleria giovane essere riconosciuta come il solo luogo in tutta Roma adatto ad ospitare un evento particolare deve essere una grossa soddisfazione. La conversazione è breve e così approfitto per fare un po’ di “gossip” e vedere chi c’è.

Incontro Mauro Boris Borella che si definisce braccio destro di Gino Giannuzzi. In confidenza mi dice che è il nipote di Rocco Borella. In un attimo vengo a sapere due cose: primo che Boris è parente ad un pezzo da 90 dell’arte contemporanea e secondo che io sono molto…troppo ignorante in materia. Mi guardo intorno, mi dicono che nessuno degli artisti è venuto causa impegni e forse causa biennale di Venezia. Le foto e i video continuano a girare sugli schermi. Secondo il comunicato stampa tutto è stato relizzato con il modello Nokia N95. Osservo un po’ distratto. Scatto qualche foto, anzi prima chiedo e poi scatto. Qualcuno mi dice no e si meraviglia della mia non insistenza. Alessandro Facente, critico d’arte e firma di Exibart mi dice sì e io fotografo. In realtà qualche artista in giro c’è; uno di questi che non centra nulla con la mostra e che fortunatamente si lascia fotografare è Paolo Angelosanto. Paolo è un artista eclettico e opera in molti campi tra cui performance, video e pittura. Scambio con lui e la sua compagna Maria Rosa Jjon un po’ di impressioni. Sono le otto e la galleria sta per chiudere e anche io chiudo qui. Tutto qui? No ci sarebbe moltro altro da dire, ma come direbbe Dickens se avesse avuto un blog questo è un altro post.

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Impara l’arte e mettila..in un telefonino

Nokia, per chi ancora non lo sapesse, è una multinazionale con sede in finlandia, che fabbrica piccoli oggetti chiamati telefoninini o cellulari o anche con il termine più cool… mobile. Ripetete con me
moo.. bai..l Fico no? Ok, con questi mobile ci si può anche telefonare. E sì perché ormai fanno praticamente tutto e la semplice conversazione telefonica è rimasta come residuo evolutivo.

Dopo la lista della spesa, il meeting, le foto del battesimo, la playlist si può fare anche… udite udite Arte! Probabilmente starete immaginando l’arte di saper condurre una piacevole conversazione telefonica o l’arte di scrivere sms con tempi da guinness dei primati. Sbagliato, qui stiamo parlando di Arte Arte, quella vera quella con la A maiuscola e le altre lettere minuscole.

Aggiungo pure che vi sono però vari tipi di arte e Nokia consapevole di questo fatto ha lanciato una campagna in cui ha unito due tipi di arte; quella del marketing, ma questa rimane un pochino più defilata e quella più nota a tutti e ufficiale. In questi giorni, infatti è partita la campagna Nokia Nseries MusicArt Experience. Una delle date prevede tappa in una galleria di Roma, L’Union ed in programma per ogni città del tour è prevista una serata musicale.
Che si vuole di più dalla vita? Quelli del Lucano lì giù in fondo facciano silenzio!


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L’arte del negoziato

Oggi ho comprato in edicola, il terzo numero del 2007 di una rivista interessante che si chiama l’impresa edita da ilsole24ore. Sembra nuova di zecca ma in realtà ha ben 48 anni. Uno degli articoli di questa giovane e matura rivista a pag. 72 riguarda il negoziato. L’articolo è del Prof. Paolo Legrenzi che insegna Psicologia cognitiva e dirige a Venezia la scuola di dottorato delle università Ca’ foscari e luav.

In sintesi viene affrontato il tema del negoziato e cosa bisogna fare per essere considerati dei buoni negoziatori. Un concetto che viene ampiamente descritto è quello della strategia win-win. Questa strategia ha come scopo il portare avanti una negoziazione in cui nessuno dei due perde, anzi se è possibile entrambi vincono. Il concetto non è nuovo ed una breve ricerca su google delle parole chiave win-win strategy dimostra che è enormemente diffuso e descritto. La Microsoft, ad esempio, riporta un white paper sull’argomento, scritto da Sara Baroni .

L’articolo del Prof. Legrenzi inoltre mi ha subito ricordato uno dei libri che tengo sul comodino e che considero uno dei migliori libri in circolazione: L’arte del negoziato scritto da Roger Fisher, William Ury e Bruce Patton, di quest’ultimo è l’articolo On Teaching Negotiation . Tutti questi scritti puntano ad unico obbiettivo dimostrare un idea in cui credo molto e cioè per dirla con Spinoza:”agire assolutamente per virtù non è altro che agire sul fondamento della ricerca del proprio utile”. Cercare ogni volta di fregare l’altro alla lunga non paga. Gli affari durevoli si basano sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sull’aumento delle dimensioni delle opportunità e non su guerre di posizione per conquistare l’ultimo cm di torta che ci ostiniamo a vedere sempre piccola.

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Vendere? Che schifo! Il tuo cliente vuole comprare

Eccovi serviti! Questa frase è stata tratta pari pari da il libretto rosso del grande venditore il cui autore è il vulcanico Jeffrey Gitomer.

Jeffrey è un venditore incallito, una volta smesso di vendere vestiti vende consigli ad altri venditori e ne fa di tutti i colori, intendo i libri. Un colore per argomento!
Il libretto rosso ne è un esempio eclatante. Un libricino che ricorda vagamente la versione cinese e rivoluzionaria di periodi non troppo felici. Lo scopo è però lo stesso portare avanti il vessillo della rivoluzione! Rivoluzione? Quale rivoluzione? Quella che è ormai sotto gli occhi di tutti.
La chiamiamo in tutti i modi possibili: relation marketing, permission marketing, bla bla marketing, ma alla fine parliamo sempre della solita storia.

Il cliente ama comprare, adora comprare, vuole comprare ma alle sue condizioni. Una di queste è che compra da chi vuole lui e in base ai suoi capricci. Insomma la solita vecchia storia: “il cliente ha sempre ragione” solo che ora sembra sia diventata la scoperta del secolo. Anzi a sentir dire Gitomer abbiamo scoperto una nuova verità assoluta. Qui in Italia non ce ne eravamo mai accorti: ” Se fai una vendita puoi guadagnare una provvigione Se ti fai (mhh brutta parola) un amico puoi guadagnare un a fortuna. In pratica se hai degli amici questi ti faranno lavorare!


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