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Ultimo Twango ad Helsinki

Karl Long ci ha fatto subito un giro. Ovvio direte voi Karl lavora per Nokia ( per quelli che non sapessero, Karl è il Web/Social Media Integration Manager for the video game group at Nokia USA) è quindi naturale che enfatizzi la recente acquisizione da parte di Nokia della start up Twango, un’ azienda fondata da un gruppo di ex dipendenti Microsoft, con sede a Redmond, nello Stato di Washington negli USA. Twango combina insieme l’online storage con il social networking, consentendo agli utenti di organizzare e condividere foto i video e altri personal media. In sintesi una combinazione di Youtube, Flickr, Shutterfly, Photobucket a Xdrive.

Twango

fonte: Twango

Secondo alcuni ben informati l’acquisizione sarebbe costata quasi 100 M$ e secondo altri il prezzo sarebbe addirittura troppo alto. Ufficialmente come riportato sul sito di Twago:”The terms of the acquisition are confidential, including the purchase price”. Quindi le cifre descritte sopra sono ufficiose e devono essere valutate con il beneficio dell’inventario.

E qui il domandone da quasi 100 milioni di dollari o presunti tali nasce spontaneo. Perché Twango ha deciso di vendere a Nokia? La risposta ufficiale di Twango :”Twango realized that it shared the same long term vision for personal media and communities as Nokia. There is a practical limit to how much of that vision Twango could achieve as a small company on its own. As a part of Nokia, Twango will be able to realize its dream of a providing a service that allows people to caputure and enjoy their personal media on mobile devices, desktop computers, in living rooms, and all the other places that are important to them”. Il succo del discorso, traducendo alla buona, è: siamo piccoli ma grazie a Nokia cresceremo. Ok la risposta mi pare scontata, infatti la domanda andrebbe ribaltata. Perché Nokia ha acquistato Twango?

La risposta ufficiale di Nokia è quella riportata da Anssi Vanjoki, che è Executive Vice President e General Manager, Multimedia:”L’acquisizione di Twango rappresenta un significativo passo avanti nel nostro modo di concepire i servizi Internet capaci di fornire, accesso ad informazioni, contenuti legati al mondo dell’entertainment e social network – sempre, ovunque, da qualsiasi dispositivo connesso e nel modo desiderato. Possediamo una suite illimitata per l’esperienza multimediale che comprende musica, navigazione, giochi che, grazie all’acquisizione di Twango, si arricchisce di foto, video e una gran varietà di documenti” e ancora:”Un computer multimediale Nokia Nseries, sempre collegato e sempre a portata di mani, abbinato ai servizi di media sharing offerti da Twango, offrirà nuovi modi entusiasmanti per creare e godere di ricche esperienze multimediali in tempo reale”. Il testo tradotto è stato ripreso tale e quale dal sito italiano di Nokia.

La risposta che mi soddisfa di più è però quella che si trova nello stesso comunicato stampa:”Oltre ad acquisirne la proprietà, con questo accordo Nokia potrà avvalersi di un team con una grande esperienza nel campo del social network e dei servizi Internet”. Capito? Nokia ha acquisito know-how, l’esperienza di come gestire uno dei fenomeni del momento destinato a rivoluzionare radicalmente lo scenario della competizione globale. Smart move Nokia, Smart move!

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HollyBMWood

Grazie ad un post di Mauro Lupi ho letto l’intervista a Regis McKenna sul business magazine 7thfloor. Per chi non lo conoscesse Regis McKenna è come descritto nella rivista:”pioniere della Silicon Valley, Regis McKenna, teorico, autore di molti libri, membro dell’organo consultivo di grandi aziende quali BMW e Toyota, responsabile dello start-up di Apple e Intel, in poche parole un guru del marketing e dell’innovazione”

Leggendo l’intervista si capisce come anche McKenna sia ormai convinto che tutti noi viviamo in una fase di cambiamento dove il marketing rischia perfino l’estinzione a favore di nuovi metodi di interazione con i clienti. Molto spesso leggiamo su autorevoli giornali come il Financial Times che anche la pubblicità è morta! Qualcuno numeri alla mano prova a sfatare questo mantra, sostenendo che tra le recenti acquisizioni di Google e l’aumento vertiginoso delle spese pubblicitarie su internet, nulla sarebbe più lontano dalla verità che affermare l’incipiente morte dell’advertising. Anche John Cass in un suo recente post non è molto convinto della prossima scomparsa della pubblicità. Eppure la pubblicità ha raggiunto livelli di sovraesposizione e pervasività tali da venire additata come esempio di inquinamento visivo, come in questo bel video su youtube realizzato da Studio Smack. Tony Gherardelli, managing director di Gas Communication, sul numero di giugno del giornale della nuova comunicazione, definisce la pubblicità interruption marketing:”il messaggio pubblicitario interrompe l’attività del destinatario, ne devia l’attenzione, qualsiasi cosa egli stia facendo nel mondo della ricezione; il messaggio pubblicitario è un interferenza nella nostra vita.”

Interruption, questa parola potrebbe essere la chiave di volta per capire se la pubblicità avrà un futuro o meno. Io credo che in tutte queste discussioni ci sia un errore di fondo. Ciò che sarà destinato a scomparire è il modo, il mezzo con cui viene diffusa la pubblicità e non la pubblicità in se stessa. Al contrario la pubblicità che presenta un alto livello creativo potrebbe avere un glorioso futuro. La condizione necessaria, affinché questo futuro si realizzi è che l’advertising non interrompa il contenuto ma diventi essa stessa contenuto. Il festival di Cannes e gli utenti di YouTube che collezionano spot pubblicitari stanno lì a dimostrarlo. Credo che lì fuori esista un enorme mercato potenziale, fatto di persone che odiano la pubblicità as we know it e che, al contempo, adorano i brand.

Sappiamo che il brand, il marchio vale molto di più del prodotto che lo rappresenta. Non esiste oggetto che non venga brandizzato con marchi famosi. Il salto quantico potrebbe allora essere quello di andare oltre gli oggetti e passare direttamente alla produzione di intrattenimento e forse cultura. Non limitarsi più a sponsorizzazione o timide comparsate come nel caso del products location, ma sfociare nella vera e propria produzione di film o romanzi.

Un esempio? Qualcosa che si avvicina molto a quanto detto sopra è una serie di minispot della BMW che si può trovare su YouTube. Questi mini-commercial-movie sono prodotti dalla Anonymous Content, la stessa casa di produzione del film Babel e hanno come attore fisso Clive Owen, il cui ruolo è quello di guidare vari modelli della BMW, uno per ogni episodio. Nel primo di questi è riconoscibile la cantante Madonna. Divertente quello con James Brown.

Su Youtube ci sono molti spot pubblicitari, questa serie è però differente. Ok i vari modelli BMW guidati da Clive Owen sono sempre ben evidenti e molte scene funzionano come dimostrazione delle caratteristiche di guida e affidabilità del mezzo, in fin dei conti è uno spot, no? Nonostante questo vedendo il mini movie si ha la sensazione che il messaggio commerciale sia secondario; la storia, il canovaccio sembrano molto più importanti.

Questa serie potrebbe essere l’inizio della trasformazione? Secondo me sì. I vari brand potrebbero alla fine diventare i sostituti dei mecenati del rinascimento e finanziare nuove opere. La pubblicità potrebbe quindi cambiare destinazione, non più aumentare le vendite ma incrementare il valore economico del marchio. Vedremo.

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Il marketing virale come cura

Gianluca Arnesano, responsabile per l’Italia di Icemedia, società olandese specializzata in comunicazione innovativa e personalized media, ha pubblicato quest’ anno per le edizioni FrancoAngeli il libro Viral marketing. Un testo pubblicato all’interno della collana Management Tools e che, come anticipato dal sottotitolo, va oltre il marketing virale e si occupa anche di altre strategie di comunicazione innovativa.

Il libro scritto da Gianluca Arnesano, ma sarebbe meglio dire testo vista la rigorosità che lo accomuna a quelli universitari, ha il pregio di non essere un mattone è infatti costituito da sole 139 pagine compresa la bibbliografia. Una volta letto l’idea generale che se ne ha è quella di un libro che ricalca i metodi didattici dei migliori testi scientifici d’oltreoceano: sempre pragmatici nella descrizione e diretti al nocciolo della questione.

Viral marketing è dunque un testo universitario? Assolutamente no e la riprova di questo fatto è la presenza alla fine di ogni capitolo, tranne il primo, della sezione Taxi Ride, un idea veramente originale rispetto agli standard italiani. Per capire cosa è Taxi Ride dovete pensare (se comprate il libro risparmiate la fatica di pensare ;-) - ad un’ immaginaria corsa in taxi dove Gianluca Arnesano intervista di volta in volta Mario Giusti di ByeByeBaby, Valentino Cagnetta di Media Italia, Osvaldo Adinolfi di Media Italia, Osvaldo Adinolfi di Edelman Italia e last but not least Valerio Franco aka Mr White di Ebola Industries.

Viral marketing è un ottimo punto di partenza per tutti coloro che sono a digiuno di concetti come il marketing virale e le altre strategie di comunicazione innovativa e, considerata l’arretratezza italiana in queste nuove forme di comunicazione, dovrebbe stare a mio avviso sulle scrivanie degli esperti di marketing e comunicazione.

Il libro di Gianluca Arnesano non si limità però a fare una semplice panoramica degli argomenti trattati, ma al contrario si impegna a portare avanti con convinzione idee che solo a prima vista possono sembrare rivoluzionarie. Idee e concetti come l’advocacy, definita come riportato a pag. 81: “l’insieme delle attività di un impresa volte a costruire una più profonda relazione con il cliente, e tale da costruire il più grande livello di fiducia e dedizione”. Un concetto per nulla manualistico e ipotetico; reale al punto che, come dimostrato dal grafico a pag. 83, le aziende dove i clienti si fanno promotori sono anche quelle con la maggiore crescita di fatturato. L’advocacy è solo un esempio delle idee che si possono trovare, anche come semplici spunti, un po’ in tutto il libro.

E’ però il capitolo 5 - L’approccio integrato al marketing virale - il luogo dove viene avanzata con forza una tesi volta a sfatare alcuni luoghi comuni sul viral marketing proponendo al contempo un approccio organico ed integrato tra più attori impegnati in una campagna pubblicitaria in cui sia coinvolto il marketing virale. Si potrebbe dire, forse con un po’ di esagerazione, che più che una tesi nel capitolo 5 sia riportato un vero proprio manuale (con tanto di divisione di compiti e di ruoli) su come debba essere condotta una vera operazione di viral marketing.

Nel libro di Arnesano ci sono anche spunti divertenti come ad esempio l’indirizzo del sito (qui rimarrete a bocca aperta perché nel mondo c’è gente che stanno male ;-) dove vengono riportate le prove fotografiche dei danni fisici da eccessivo agonismo e abuso di una nota console giapponese, spunti ed esempi che lo rendono perfetto per portarvelo in vacanza quest’estate. Occhio però, se state in spiaggia e pensavate di leggere Topolino avete sicuramente preso…un granchio ;-)

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Il magico pifferaio Facebook

Guerra fra titani, questo potrebbe essere il titolo un po’ enfatico per descrivere l’evoluzione di MySpace e Facebook. Questi due giganti delle comunità on line sono in crescita continua e sono soggetti di continue discussioni. E fin qui nulla di nuovo sotto il sole.

Alcune di queste discussioni riguardano però argomenti abbastanza delicati della vita di ogni singolo iscritto ad una comunità on line. Se limitiamo il discorso a Facebook si può osservare come spesso emergono continue voci di allarme su quanto veramente ci sia di dietro questo colosso nato per far incontrare gli ex compagni di college. Queste voci fanno riferimento al potere, quello vero, e alla sua capacità di sondare la nostra privacy. Un potere nascosto e offuscato, ma contemporanemente attivo nell’indagine.

Prima però volevo inserire nel discorso un secondo elemento riguardante il rapporto tra Facebook e MySpace. Uno studio recente condotto da Danah Boyd ha cercato di mettere in luce la tipologia di persone che frequentano le due comunità dal punto di vista socioeconomico. Lo studio, postato da Danah qui e che lei stessa definisce un blog essay ha suscitato un infinità di polemiche, anche per una non proprio corretta interpretazione enfatizzata in un articolo della BBC.

In sintesi, come Danah stessa riferisce sul suo blog:”Hegemonic American teens (i.e. middle/upper class, college bound teens from upwards mobile or well off families) are all on or switching to Facebook. Marginalized teens, teens from poorer or less educated backgrounds, subculturally-identified teens, and other non-hegemonic teens continue to be drawn to MySpace.A class division has emerged and it is playing out in the aesthetics, the kinds of advertising, and the policy decisions being made”. Traducendo e abbreviando i ragazzi delle classi agiate e che frequantano le scuole superiori stanno migrando verso Facebook, mentre quelli più poveri rimangono su MySpace.

Questa conclusione più volte contestata - ancora continuano i commenti polemici sul suo post - rimane comunque una questione controversa (chi volesse approfondire la questione del mondo dei giovani e del loro rapporto con gli SNS qui può scaricare un documento redatto dalla The Pew Internet & American Life Project), una questione che sottende ad una questione ancora più grande: cosa è vero su internet? Quanto è misurabile questo presunto vero?

Torniamo ora alle presunte voci di orgia del potere dietro Facebook, voci riassunte in questo video su youtube. Sembrerebbe che dietro questo emergente SNS ci sarebbe la mano o meglio l’occhio vigile del governo americano e in particolare della C.I.A. il noto servizio segreto americano. Molti hanno espresso seri dubbi sulla affidabilità di questo documento. Tra i dubbiosi anche John Bell, Executive Vice President / Creative Director di Ogilvy Public Relations Worldwide, che fa risalire la fonte originale del video a Vishal Agarwala, una user interface designer in Florida.

Eppure, un sentimento di perplessità e inquietudine rimane. Ritorna quindi nuovamente la domanda: cosa è vero? Di chi ci si può fidare veramente?

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Two-sided markets

In questi giorni si è diffusa la notizia che la Sony ha deciso di abbassare il prezzo della PlayStation 3 da 60 GB venduta negli USA portandolo a 499$, 100 dollari in meno rispetto al precedente prezzo di 599 dollari.

La decisione della casa giapponese mi ha fatto venire in mente quanto siano divenuti importanti nella nostra vita i poco noti two-sided markets, che in italiano sono tradotti come mercati bilaterali a due lati. La teoria economica che li descrive è recente anche come campo di ricerca, mentre sul piano pratico con questo tipo di mercati abbiamo a che fare tutti i giorni e, in modo particolare, quando utilizziamo delle tecnologie legate ad una piattaforma.

I mercati bilaterali o multilaterali si hanno ogni qual volta un produttore o qualcuno che offre un servizio ha due o più tipi distinti di clienti. Quando viene creata una nuova piattaforma ad esempio un nuovo sistema operativo oppure un nuovo metodo di pagamento o anche un nuovo supporto di registrazione si crea subito il problema di “caricare” sopra i potenziali utenti.

Gli utenti della piattaforma possono essere in relazione tra loro rivestendo il ruolo di venditori e compratori e questo è il caso delle carte di credito. Gli utenti possono essere anche esssere solo produttori di contenuto e loro fruitori come nel caso di Adobe Acrobat e Adobe Reader, ma l’esempio vale anche per le console per i videogames: ci sono gli sviluppatori che pagano una fee a Microsoft per la Xbox e poi dall’altro lato ci sono i giocatori.

I mercati bilaterali hanno dei risvolti interessanti.

Il primo aspetto da considerare è quello del problema di come attirare i due gruppi su una nuova piattaforma.
Se invento una nuova piattaforma di gioco mi preoccupo di attirare giocatori, ma se i giochi a disposizione sono pochi le mie probabilità di successo sono scarse. Devo quindi rivolgermi all’altro lato del mercato e cioè gli sviluppatori di giochi. Questi però saranno poco interessati ad investire tempo ed energie su una piataforma dove non ci gioca nessuno.

Questo problema esiste da molto tempo come dimostrano le acquisizioni di CBS e Columbia Pictures da parte di Sony fatte negli anni 80, che stanno a ribadire il concetto che un nuovo supporto necessita dicontenuti interessanti e attraenti.

Produrre contenuti non è però sufficiente per attirare l’attenzione dei consumatori il loro costo infatti può essere troppo elevato determinando il blocco della diffusione della nuova piattaforma. Un modo per aggirare il freno è quello di Adobe, che ha risolto il problema ricorrendo al “sussidio”, a un vero e proprio sovvenzionamento di un gruppo di clienti, quello più suscettibile al prezzo. Adobe ha creato due prodotti: Adobe Reader, per leggere i documenti in formato PDF, che è distribuito gratuitamente e Adobe Acrobat la cui funzione e creare e modificare i documenti PDF. La metodologia del sussidio è ben descritta in un articolo di Harvard Business Online.

Il secondo aspetto è che più piattaforme, aventi come base la stessa tecnologia o tecnologie simili, possono essere in concorrenza fra loro. Questo fatto ha come risultato la fastidiosa conseguenza di avere più standard incompatibili e utenti disorientati, che ovviamente non possono avere 3 console o 2 videoregistratori.

La conseguenza è la guerra. Un classico è il caso del formato Betamax della Sony che nonostante fosse superiore come qualità venne sbaragliato sul campo dal VHS. Meno conosciuta è invece la storia della diffusione dei TV color nel mercato USA degli anni 50. La RCA riusci infatti a battere il sistema concorrente della CBS facendogli scacco in due mosse:
inondo il mercato di televisori RCA a basso costo e incompatibili con il sistema CBS costringendo le televisioni ad usare il sistema RCA. Una volta stabilito lo standard, come seconda mossa letale per il sistema CBS, convinse Walt Disney a portare il suo mondo colorato in televisione.

Eppure nonostante i numerosi esempi la formazione di un mercato laterale non è necessariamente legato a fenomeni connessi con la tecnologia. Un esempio divertente lo potete trovare all’inizio dell’articolo di David Warsh dal titolo “Everything You Wanted To Know (But Were Afraid To Ask) About Two-Sided Markets”, che tradotto significa “Tutto quello che avreste voluto sapere (Ma avevate paura di chiedere) sui mercati a due lati”.

In pratica lo stesso problema dei produttori coinvolti nei two-sided market può riguardare anche chi volesse organizzare una cena importante. Ammettiamo il caso che io volessi invitare a questa cena l’ambasciatore francese, se questo venisse a sapere che è l’unica persona importante contattata, cosa farebbe? Se però invitassi alla stessa cena anche, tanto per fare un esempio, Rupert Murdoch l’ambasciatore transalpino potrebbe cambiare idea non vi pare? Il magnate australiano a sua volta verrebbe solo se venisse a sapere della contemporanea presenza del Ministro della Giustizia USA, il quale sua volta verrebbe solo nel caso fosse invitato il suo attore preferito.

Risultato: una cena importante e io corteggiato da chef, decoratori e fioristi e tutti quelli che sanno delle mie grandi capacità come organizzatore. Ok fine della fanta politica!

A proposito chi mi invita a cena? ;-)

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Adverchy in UK

La cara vecchia Gran Bretagna si muove e pure velocemente.
Secondo un articolo del sempre interessante e sorprendente eMarketer nel prossimo futuro UK potrebbe essere anche il simbolo dell’avanguardia della pubblicità on line. E come dice Karin von Abrams in un suo rapporto:“Several sectors will drive the UK online advertising market between now and 2011, such as paid search, social networks, mobile platforms, rich media and personalization.”

In realtà quest’articolo non fa altro che mettere in evidenza un trend che si poteva capire anche dal fatto che molte start up del mondo on line e del web 2.0 hanno la loro sede a Londra.
Qualche esempio? Tango Zebra, recentemente acquistata da Double Click, a sua volta acquistata da….indovinate un po’ ;-) Continuo? Vi piace la musica? Dove, secondo voi, poteva nascere qualcosa web 2.0 e che avesse sound e le song? Avete risposto Londra? Bravi! Se siete melomani Last fm è il posto che fa per voi. Basta altrimenti comincio a scrivere in inglese 2.0.

Un ultima cosa melomani non significa che vi piacciono le mele ;-)

Errata corrige: Maurizio Mazzanti di E3 mi corregge facendomi notare che Tango Zebra è un po’ vecchiotta come start up.

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Don’t B evil

Non essere il male, don’t be evil. Questo è lo sglogan con cui viene sempre meno spesso viene identificato Google. Ridurre il concetto don’t be evil solo a Google implica però perdersi un bel pezzo di economia contemporanea. Lo slogan è, infatti, solo la punta di un iceberg, un sintomo di qualcosa di molto più profondo.

Questo qualcosa è l’etica. L’aspetto interessante della questione è che l’etica non è più considerata un concetto filosofico astratto, ma qualcosa di tangibile con cui dobbiamo fare i conti tutti i giorni. L’etica è ormai un argomento che coinvolge molti aspetti della nostra vita. Biologia, Scelte energetiche, clima. Non esiste un campo dove non ci sia un risvolto o una conseguenza morale.

E negli affari? Può esserci un etica del mercato?

Nei ruggenti anni 80 del secolo scorso l’economista Milton Friedman, insignito de Premio Nobel nel 1976, ha categoricamente condannato ogni tentativo di collegamento tra l’economia e l’etica, specialmente quando questo collegamento trova la sua applicazione pratica nelle scelte delle imprese. Friedman, fino all’ultimo non ha mai smentito le sue critiche all’idea di responsabilità sociale delle imprese e al concetto correlato di stakeholder. Secondo Friedman le imprese per prosperare devono pensare solo al loro profitto e alla produttività dei lavoratori il resto sono solo relazioni pubbliche, che se prese troppo sul serio rischiano di danneggiare gli interessi degli azionisti. La responsabilità sociale delle imprese non è solo una perdita di tempo e denaro è addirittura un concetto sovversivo e socialista.

Il primo studioso che ha elaborato il concetto di stakeholder è stato R. Edward Freeman.
Freeman è l’autore del famoso libro Strategic Management: a Stakeholder Approach , in cui il concetto di stakeholder viene applicato agli studi sul management strategico. In pratica secondo questa teoria, all’opposto di quanto pensava Friedman, i referenti delle aziende non sarebbero solo gli investitori, ma tutti gli altri attori con cui le imprese vengono a contatto. Sindacati, dipendenti, clienti attuali e futuri, governi e organizzazioni politiche sono tutti considerati stakeholder.

In quest’ultimo anni la responsabilità sociale delle imprese sembra un concetto acquisito. In realtà sarebbe utile capire se l’applicazione sul campo da parte delle aziende dell’attenzione verso gli stakeholder è un fatto concreto, che porta loro anche degli utili, o come sospettava Friedman una moda, una buzz word. La responsabilità sociale delle imprese, altrimenti nota come CSR, Corporate Social Responsibility, è presente solo sui giornali economici e nei convegni o trova applicazione sui mercati?

Il modo migliore, o quanto meno più condivisibile, per capire se un fenomeno è vero è ricorrere ad una misurazione. Ma cosa misurare?

Grazie a Maurizio Goetz di Marketing Usabile ho trovato un riferimento a cosa può essere considerato una buona misura di quanto i comportamenti delle aziende influiscano sul loro stesso business: la reputazione. Maurizio, in polemica con le agenzie pubblicitarie, cita un articolo di Business Week per sottolineare il fatto che queste agenzie non abbiano ancora ben capito quanto ormai le PR siano diventate un fattore determinante e non una cosa secondaria come invece pensava Friedman. Naturalmente la reputazione è determinata anche da fattori diversi dalla CSR, fattori che non c’entrano nulla con aspetti morali. La reputation può, ad esempio, essere condizionata da inefficenze nelle transazioni con i clienti. Eppure anche una reputazione, un’ immagine pubblica “danneggiata” da eventi correlati ad azioni delle imprese contro l’ambiente o la salute pubblica può riflettersi negativamente sulla loro valutazione economica.

La responsabilità sociale, come il vino o anche i formaggi, può essere anche certificata. Perché i vini o gli alimenti o la sicurezza degli elettrodomestici vengono certificati? Quale è la necessità
che sta alla base della certificazione? Uno solo e guarda caso è sempre lo stesso: ETICA.

Nel mondo degli affari, nel mercato libero, le transazioni sono sempre possibili quando è diffusa la fiducia. Noi faremo affari sempre con qualcuno il cui profitto non scaturisce da un nostro danno. Vendere materiale scadente e di cattiva qualità o fornire un cattivo servizio, in un mercato libero e consapevole, è sempre un pessimo affare. La controparte truffata considererà non etico questo comportamento e farà di tutto per avvisare il mercato, diffondendo cattiva pubblicità sull’azienda e i suoi prodotti.

Un ente terzo, un ente certificatore può essere quindi utile per superare la diffidenza dei clienti nei confronti di un prodotto, specie quando questo è sconosciuto, ma nel caso dello sviluppo sostenibile e della responsabilità sociale esiste un ente certificatore?

Sembrerebbe di sì. Negli USA è nata un iniziativa nota come B Corporation che ha lo scopo di definire lo standard per le corporation “that are purpose-driven and create benefit for all stakeholders, not just shareholders”. Resta da capire se questa iniziativa si diffonderà in Europa e nel resto del mondo. Probabilmente dipenderà da noi, che siamo il mercato.

Per cui care Corporation don’t B evil!

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Power to the People

Il 12 marzo 1971 veniva pubblicata la canzone Power to the People di John Lennon. Il titolo dell’ormai leggendaria song mi è venuto in mente leggendo il libro di Paolo Guadagni e Vincenzo De Tommaso edito da Hoepli, il cui titolo è Il nuovo potere dei consumatori sul web.

Paolo Guadagni è il presidente e fondatore di Digital PR, agenzia del gruppo WPP specializzata in Pubbliche relazioni su internet. Vincenzo De Tommaso è il responsabile relazioni esterne e comunicazione di idealista.it, portale di annunci immobiliari.

Il libro è scritto in maniera da risultare facile e scorrevole, sopratutto per chi è a completo digiuno di corporate blogging, community, forum, newsgroup. Sicuramente un punto di partenza utile per le aziende che ancora stanno decidendo se e come adeguarsi alle nuove tendenze del mercato che impongono meno pubblicità e più dialogo con i consumatori.

La prima parte del libro è incentrata sull’analisi dei forum e dei newsgroup come luoghi naturali per iniziare uno screening della reputazione del brand. La cosa mi ha piacevolmente sorpreso; in questo periodo, infatti, non si parla altro che di blog ed sottolineare l’importanza dei vecchi classici luoghi di incontro dei consumatori in cerca di suggerimenti e consigli, il caro vecchio web 1.0, è un sicuramente un punto a favore dei due autori.

Molto spesso si enfatizza il crescente utilizzo delle tecniche del viral marketing ed il coinvolgimento dei consumatori come parte attiva nelle campagne pubblicitarie. Il capitolo 4 è dedicato proprio al viral marketing e tra gli esempi positivi viene messo in luce un caso particolare. Nel 2006 una famosa casa automobilistica americana ha lanciato un concorso per promuovere un suo nuovo modello. Questo concorso richiedeva la collaborazione degli utenti, ma non tutto è andato per il verso giusto. Anzi la cosa si è rivelata un mezzo disastro. Quale era la casa automobilistica? Che cosa è andato storto? Se volete la risposta sapete cosa dovete fare ;-)

Sto parlando troppo bene del libro? Ok in realtà qualcosa che non mi convince c’è e riguarda la parte dei blog politici e aziendali. Un esempio è la troppa enfasi dedicata al blog dell’attuale ministro Paolo Gentiloni che dimostra invece cosa non bisogna fare. Se si decide di aprire ai commenti bisogna anche rispondere o moderare quando questi commenti sono OT e non lasciare il post in balia dei commentatori. Niente censura, ma neanche il vuoto spinto! Altra cosa che trovo, diciamo così, di cattivo gusto è la presenza di banner pubblicitari, che finché sono solo politici o umanitari, come quello relativo al Darfur, possono avere anche un senso, ma se si riferiscono a film in uscita nelle sale la domanda sorge spontanea. E che ci azzecca un ministro con Carla Bruni o il film Le vite degli altri? Ai post l’ardua sentenza.

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