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Fa pure il caffé

Nei prossimi anni potremmo assistere ad una scena in cui un solerte commesso di un negozio high tech, dopo avere illustrato con orgoglio un pletora di super mega fanta phone, si sente chiedere dal cliente: ” Scusi che ce lo avete uno che fa anche telefonate?”.

Questa mattina sul blog Putting People First, portale dedicato al notizie sull’experience design, sul design utente-centrico e sull’innovazione, ho trovato la notizia che ha questo titolo: Una ricerca britannica afferma che gli utenti della telefonia mobile non sono interessati alle funzioni avanzate. Da notare che la segnalazione viene da chi per mestiere si occupa di analisi e comprensione del punto di vista dell’utente.

La questione è che secondo una ricerca di Continental Research gli utenti UK di telefonia mobile non sono interessati ad accedere ad internet o scaricare video e guardare la tv sul proprio cellulare, sono invece (68%) più attratti dalla semplicità e dalla economicità che offre un telefono base. La fonte della notizia con tanto di grafico si trova qui.

Semplicità ed economicità; tralasciando la voce spesa, che si spiega da sé, sarebbe opportuno da parte delle aziende che producono cellulari approfondire meglio il discorso della semplicità d’uso. Una nota legge del design afferma, infatti, che un oggetto dal design più flessibile è più complesso in confronto ad uno con un design rigido, e quindi sarà più dificile da usare. Un PC, ad esempio, è molto più complicato da usare rispetto ad una console per videogiochi. Il coltellino svizzero ha tante utili funzioni, ma in confronto ad una forchetta o un cortello non ci sono paragoni. Va da se che una maggiore complessità determina anche un maggior costo di produzione.

Meditate gente, meditate.

Grafico phone

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Mi si sono ristretti i ragazzi

Qualche giorno fa, per la precisione giovedì 23 agosto la Nielsen Company ha pubblicato sul suo sito un rapporto che fotografa lo stato della televisione negli USA, un rapporto valido per la stagione 2007-2008. Questo rapporto mostra sia l’incremento del numero di apparecchi televisivi nelle case americane sia la distribuzione del numero degli spettatori divisi per fascie di età. Nel caso foste interessati a guardare la fonte diretta Nielsen il rapporto è scaricabile qui.

Analizzando i numeri sembrerebbe che sia stimato un incremento del numero di televisori per famiglia del 1.3% rispetto alla passata stagione 2006-2007. Più televisori significa più spettatori ed una conferma viene dal fatto che nella fascia di età 55-64 l’incremento degli spettatori stimati è addirittura del 3.8 %.

Sento già i commenti:”Visto che ti avevo detto, la televisione è morta di qua, la televisione è defunta di lì”. Discorso chiuso quindi? No perché c’è il trucco sotto. Se si guarda con più attenzione si nota che la fascia di età degli adolescenti (12-17) è in controtendenza e per la prima volta cala dello 0.4%.

Ops… i gggiovani non guardano più la televisione, della serie:”Mamma io esco, non mi aspettare per la dinner”. Vabbè sò ragazzi, quando torneranno a casa sicuramente si piazzeranno davanti alla tele sintonizzati a palla su MTV. E invece no, completamente immersi in un tripudio multitasking, tra le ventimila attività saranno impegnati a scrivere sulla pagina MySpace del loro ennesimo friend thanks for the ad o a giocare al piccolo Spielberg uploadando phone video su YuoTube.

Alla fine di ogni dimostrazione di un teorema di matematica il mio professore esclamava CVD, come volevasi dimostrare.

nielsen-us-tv-2007-2008-demographics

La tabella precedente - fonte Marketing Charts - è la stessa che si trova nel rapporto della Nielsen Company.

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Ich bin Anobium

Siamo tutti diventati tarli o come direbbe un entomologo Anobium Punctatum o meglio degli Anobii. Anobii è infatti la piattaforma, il social network emergente dedicato ai libri. Hai messo tutte le tue foto su Flickr? Bene ora ti tocca fare il bibliotecario e imparare cose che prima non sapevi neanche che cosa fossero, tipo quei numeretti sopra il codice a barre sulla quarta di copertina, che tutti insieme appassionatamente formano il codice ISBN.

Ritengo giusto avvertire chi volesse imbarcarsi in questa nuova avventura che il prodotto può creare dipendenza. Secondo fonti bene informate sembrerebbe, infatti, che la situazione stia diventando pesante.

Qui di seguito il grafico di Compete che descrive la situazione negli USA.

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Siamo fritti l’oil è finito

Vado subito al nocciolo delle questione senza tanti giri di parole. Il petrolio sta per finire e noi non ce ne siamo accorti.

Questa mattina ho ascoltato sul sito Financial Sense un’ intervista a Matthew Simmons, uno dei maggiori esperti di questioni energetiche e di petrolio. Simmons è presidente di Simmons International ed è anche l’ autore del libro Twilight in the Desert.

In breve le affermazioni di Simmons si possono riassumere in pochi concetti essenziali. Il più importante fra questi è il concetto di peak oil. Questo concetto ha alla base la teoria del picco di Hubbert, una teoria formulata negli anni 50, che in maniera molto banale, possiamo ridurre alla semplice constatazione che il petrolio alla fine finisce. Il problema qui è capire quando avverà questo picco (secondo alcuni questo picco c’è stato) e cosa succederà dopo. Purtroppo come si evince dall’intervista, nessuno ha un idea di come andranno a finire le cose. Vi ricordate lo strategia dello struzzo? Ecco qui ci siamo molto ma molto vicini. Simmons parla apertamente di un treno che sta andando a sbattere contro una montagna.

Sentendo l’intervista a Simmons, si apprendono notizie molto peggiori. Le raffinerie di petrolio nel golfo messico sono vecchie di 85 anni e non sono in grado di produrre tanta benzina quanta ne serve per soddisfare la richiesta degli assetati SUV e Humvee che circolano nelle strade USA. Quelle vecchie e malandate raffinerie inoltre sono spesso e volentieri il bersaglio involontario di uragani tipo Katrina. Se non siete soddisfatti di questo lugubre quadretto possiamo aggiungere che ormai in america i ragazzi che intraprendono la strada universitaria per diventare geologi petroliferi si contano sulle dita di una mano o quasi… è un mestiere troppo pericoloso!

Che significa? Semplice meno tecnici in grado di scoprire nuovi giacimenti. L’ultimo vero nuovo giacimento è stato scoperto negli ormai troppo lontani anni 60 nel Mare del Nord ed il picco massimo si è avuto nel 1991 con 6.1 milioni di barili al giorno contro i 3,5 milioni attuali.

No dai, vedrai che ci sarà sicuramente un piano B. No! niente piano di riserva o almeno così sembra dire Matt.

Allora che si fa?

Simmons propone dei piani di azione pratici e che coinvolgono le nostra abitudini di vita. Per prima cosa dovremmo smettere di accettare di fare lavori negli uffici. La vita lavorativa dovrebbe essere organizzata in modo tale da poter svolgere le mansioni da casa. Niente lavoro in ufficio, niente spostamento, nessun consumo di carburante.

Altra proposta è quella di cambiare abitudini alimentari e consumare solo il cibo delle produzioni locali. Cibo più genuino e niente camion che si spostano per giorni interi per tutta la nazione.

Utopia?

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Le keywords hanno la coda lunga

Le keywords a differenza delle bugie hanno le gambe lunge e se le analizziamo bene ci dicono molto sui frequentatori di un sito. Se il sito in questione è poi quello del New York Times le cose si fanno molto più interessanti.

Se avete un po’ di tempo, se state leggendo questo post sicuramente di tempo ne avrete a chili , fate un salto sul sito del New York Times cliccando qui. Vi ritroverete in una pagina dove sono riportate le parole o le frasi più cercate dai lettori del giornale online negli ultimi 30 giorni.

La classifica riporta al primo posto la keyword harry potter e questo potrebbe significare che i lettori dell’autorevole quotidiano newyorkese invidiosi dei lettori dei giornali nostrani siano alla ricerca di qualche spoiler. Se cliccate sulla keyword harry potter, come descritto nelle istruzioni, appare una piccola window con un sub elenco di frasi che hanno come chiave principale quella che avete appena cliccato: harry potter and the deathly hallows, harry potter kakutani e roba simile. Scusate l’ignoranza ma chi cavolo è Kakutani?

Lasciato il maghetto indovinate un po’ cosa c’è al secondo posto? La keyword super ricercata, la pluri-premiata chiave di ricerca sex. Cliccandoci sopra trovate le frasi di cui sopra: sex movies e sex slave ma anche sex and the city. Rimango perplesso su chi possa veramente credere che sul NYT si trovino sex movies.

Terza classificata è la keyword china. E le frasi attinenti sono, oltre alle più banali come ad esempio china food e chinese china: china olympics, perché le olimpiadi si svolgeranno il prossimo anno a Pechino e china toys, probabilmente perché qualcuno ha deciso che anche i giocattoli devono avere un certo peso nell’economia globale.

Seguono in classifica: india, immigration, iraq, health (ma la salute non veniva prima di tutto?) e saltando troviamo al posto numero 11 tra gli obituaries ( non fate scongiuri) e la korea la keyword crosswords. Tra le frasi attinenti trovate anche clinton crosswords. Sì perché tra le qualità dell’ex presidente Clinton c’è anche la capacità ci creare cruciverba.

La stessa analisi può essere fatta per 7 giorni oppure le ultime 24 ore e in tutti e tre i casi si vede come le preoccupazioni maggiori per gli americani siano la Cina, l’India, L’Iraq e l’immigrazione.

Aggiornamento: Paola Bonomo ha avuto compassione per la mia ignoranza e mi ha spiegato che Michiko Kakutani è il potente critico letterario del New York Times  in grado di decidere le sorti di un libro.

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La ricchezza non fa la felicità

Autorevoli studi sembrerebbero dimostrare che la felicità, almeno tra la meglio gioventù, si possa identificare con due sole parole: internet e cellulare. Questa notizia si può leggere sul sempre più prolifico iMedia Connection, che in una breve news riporta le conclusioni di uno studio effettuato da Social Technologies, in collaborazione con MTV e AP.

Qualcuno potrebbe obbiettare che hanno scoperto l’acqua calda… non siamo noi esseri umani animali sociali? Ovunque gli uomini cercano di socializzare con i propri simili creando, quando possibile, comunità di ogni tipo. Vivere insieme ad altri esseri umani e collaborare per raggiungere scopi comuni è un vantaggio biologico. La relazione tra individui della stessa specie viene rafforzata dalla loro capacità di comunicare. Maggiore è la capacità di comunicare dei singoli individui, migliori sono le possibilità di relazione tra questi. La comunicazione migliora i rapporti e minimizza il disagio e quindi in un certo qual modo rende gli individui più felici. Naturalmente c’è caso e caso: se uno mi urla nelle orecchie mentre conversa amabilmente con un suo amico e al contempo siamo tutti pigiati in metro, la mia felicità cala e di molto!

Digital Identity Mapping

Quest’immagine molto efficacie è stata realizzata da Fred Cavazza

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Per un pugno di Yen

Quando si dice che un’ immagine vale più di mille parole. Qualche giorno fa Compete in un brillante articolo ha evidenziato come in un mercato realmente competitivo come quello delle console per videogames, un prodotto nuovo (non nella tecnologia ma nel campo delle idee) può facilmente sbaragliare la concorrenza. Osservando il grafico si vede in maniera eclatante che nel periodo natalizio la Wii ha semplicemente stracciato le due concorrenti Xbox 360 e PS3. Va precisato che la Wii costa circa la metà o poco più delle altre due console, ma questa a mio modo di vedere è un aggravante che rende ancora più cocente la sconfitta. E sì perché Nintendo ha dimostrato che una visione innovativa, un paradigma nuovo può essere più apprezzato dai videogamers che la forza bruta tecnologica, che naturalmente comporta un costo finale più elevato. Pago meno e mi diverto di più.

Mercato USA console

Lo stesso articolo ci dice però anche qualcos’altro di interessante. Facendo un confronto solo tra la Xbox 360 e la PS3 il discrimine per i videogiocatori nell’effettuare la scelta si riduce ad una semplice questione di prezzo: i videogamers USA non trovano accettabile che una console possa costare 600 dollari e per questa ragione la PS3 non regge il confronto con la concorrenza. Il semplice annuncio da parte di Sony che ci sarebbe stato un ribasso di 100 dollari ha però cambiato qualcosa: nella settimana immediatamente successiva allo stesso annuncio la domanda per la PS3 è aumentata del 144%. Perché questo picco? Una spiegazione semplice è che quando il mercato percepisce che due prodotti in competizione sono più o meno equivalenti dal punto di vista delle caratteristiche l’unica leva che rimane a disposizione delle aziende per spostare le preferenze è il prezzo.

Annuncio di luglio

Ragionando in termini più generali potremmo concludere che le console quando sono vendute in un mercato altamente competitivo mostrano un andamento che le rende simili alle commodities. Eppure una X360 e una PS3 non sono proprio la stessa cosa; la loro elevata complessità tecnologica inoltre le distingue nettamente da commodities come il grano o l’acciaio. Quindi? Una prima ipotesi potrebbe essere quella che le console per i clienti sono solo il mezzo e non il fine. Quando un videogamer compra una PS3 non è per metterla sul comodino e farla vedere agli amici; certo vuole anche quello, ma ciò cui mira è divertirsi giocando e i videogiochi, o almeno quasi tutti, vengono sviluppati per le diverse piattaforme possibili.

Bingo! Il fatto che i videogiochi siano multipiattaforma rende le varie console, escludendo rivoluzioni copernicane come nel caso della Wii, oggetti neutrali agli occhi dei consumatori, i quali naturalmente sceglieranno sulla base del prezzo.

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