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Intervista a Barbara Picollo di b&p communication

Da mesi cercavo di riuscira a intervistare Barbara Picollo, Direttore Comunicazione di b&p communication e finalmente eccola qui:

La sede di b&p communication è a Torino, la città della FIAT e del Festival del Cinema di Moretti, è un vantaggio o uno svantaggio?

Torino da qualche anno è una città work in progress: olimpiadi, eventi, festival, locali di tendenza. Nel 2008, con l’avvento del World Design, sarà la capitale mondiale delle “idee in movimento”. Crediamo di contribuire anche noi a questo rilancio culturale.

Mi risulta che b&p communication sia nata il 16 aprile 2007 ed è quindi un’azienda molto giovane, b&p communication è però anche una società dotata di grande esperienza perchè le persone che ci lavorano portano in dote anni di professionalità rodata sul campo. Ci puoi dire qualcosa riguardo questa vostra dualità?

L’azienda è giovane sia come attività che come età media dei componenti (35 anni). L’esperienza passata di tutti noi ha avuto un punto in comune in Superbrands Italia, dove ci siamo conosciuti e abbiamo collaborato per diversi anni, creando un team molto affiatato che ha maturato la propria professionalità ed esperienza fino a scegliere una strada autonoma. Per questo, pur essendo un’azienda in erba, ha saputo partire immediatamente con precisione e determinazione creando un prodotto unico e di altissimo livello.

b&p communication è una società editrice di studi e report sul brand e sui rapporti tra marchi, aziende e i consumatori. Ci puoi descrivere le attività di un’azienda come la vostra?

Uno dei nostri principi è non voler creare una vetrina di marchi, ma partire da basi scientifiche solide. La ricerca sui canoni per essere 2.0 commissionata a “The Economist intelligence Unit” e l’accordo con la IULM per tutta la collana Brand Concepts sono due esempi importanti che rendono bene l’idea di quanto queste edizioni vogliano essere un punto di partenza per utilizzare nuovi metodi di marketing e comunicazione. Vista dalla parte del consumatore ultimo, invece, è un’opportunità per conoscere i marchi e le aziende sotto una luce diversa.

Ho visto che attualmente sono in cantiere due progetti editoriali ed uno di questi è secondo volume della collana Brand Concepts. Ci puoi dire qualcosa riguardo Green Brand?

Green Brand sarà il secondo volume della collana “Brand Concepts” e verrà presentato a fine marzo.
Green Brand, partendo da uno studio che sta realizzando il team del prof. Alberto Abruzzese – università IULM-, avrà il compito di raccontare quei brand che hanno obiettivi congiunti: obiettivi di marketing e obiettivi ecologici,che legano la loro identità intorno al concetto di “sostenibilità” o che lanciano campagne pubblicitarie incentrate sul concetto di “green”, che incorporano uno spirito urbano e una tendenza estetica moderna per combattere lo stereotipo costruito negli anni intorno al concetto “green”. Sono anche brand che propongono ai propri buyers un consumo responsabile e che, per raggiungere questo obiettivo, ridisegnano i propri prodotti, la progettazione del packaging e modificano i processi produttivi.

Il primo della collana Brand Concepts è invece Brand 2.0. Mi pare di capire che la collana Brand Concepts sarà costituita da volumi monotematici. Me lo confermi?

L’intento è di uscire quadrimestralmente con argomenti che siano all’avanguardia nel settore del marketing e della comunicazione. Ogni edizione di Brand Concepts sarà supportata e motivata da rigorose basi scientifiche, per poi essere divulgata in allegato gratuito con testate nazionali e presentata agli addetti ai lavori in occasione di forum internazionali.

Sul vostro sito fino a poco tempo fa - la campagna è terminata il 15 settembre - c’era un form sul Brand 2.0 che invitava gli utenti a segnalare brand 2.0. Come nasce l’idea di chiedere la collaborazione della rete?

Proprio per l’argomento trattato nel primo volume, abbiamo voluto fortemente essere 2.0, quindi coinvolgere l’utente nelle nostre scelte di case history da inserire e creare un esempio tangibile di engagement tra azienda e cliente.

La segnalazione più brillante verrà inserita proprio nel volume Brand 2.0 che verrà presentato da Kevin Roberts, CEO worldwide di Saatchi&Saatchi al World Business Forum. Per voi di b&p communication deve essere elettrizzante. Una presentazione in pompa magna ad un Forum così importante. Puoi dirci qualcosa riguardo questo libro?

Sicuramente il World Business Forum è un’ottima vetrina per presentare il nostro primo lavoro al mondo business. Il fatto che Kevin Roberts, che a tutti gli effetti è l’attuale guru della comunicazione internazionale, abbia accettato di presentare Brand 2.0, ci fa pensare di aver editato un ottimo strumento.

K. Roberts sarà affiancato nella tavola rotonda del 24 ottobre da un giornalista de il Mondo, dall’a.d. di Blogosfere, Marco Montemagno, dal prof. Abruzzese della IULM e da un paio di manager di grandi aziende.

Mi confermi che uscirà a fine ottobre in allegato gratuito con Il Mondo, settimanale economico-finanziario di RCS? Perché avete scelto il Mondo?

Si, Brand 2.0 uscirà il venerdi successivo al WBF in allegato gratuito (e lo sottolineo) con il Mondo. La scelta della testata è molto importante, e il target de il Mondo è ideale per la nostra pubblicazione, vorrei ricordare che i case history raccontati sono di brand del calibro di Philips, intel, McDonald’s, Microsoft, lulu, CocaCola e così via. In più l’argomento tocca da vicino l’economia e la finanza di ogni azienda che abbia il coraggio di utilizzare nuove strategie di comunicazione.

In una recente intervista (SpotandWeb, pag. 16) Paolo Cagliero, Art Director di b&p communication, descrive una collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, paese molto giovane all’avanguardia nella creatività e nella comunicazione. Torino e Dubai un possibile gemellaggio in nome del Design? Puoi dirci qualcosa in proposito?

Perché no, la globalizzazione ormai riguarda ogni settore e se un passo del genere fosse utile a creare nuovi spunti per produrre innovazione nella comunicazione e nel marketing sarebbe ovviamente affrontato.

Continuando a parlare di città all’avanguardia, quale città metteresti al primo posto tra Milano, Roma e Torino in un’ideale graduatoria 2.0?

Londra. Scherzo, ovviamente Milano, ma siamo ancora ad anni luce dalle città anglosassoni.

Un’ ultima domanda scherzosa. Sono rimasto molto colpito dagli omini colorati del vostro sito. Come è nata quest’idea grafica?

Abbiamo un art director formidabile: è, secondo me, il segreto per un team perfetto, poche persone, molto competenti! Dei pezzi da 90, insomma!
L’idea degli omini è direttamente legata al concept 2.0, il sito diventa il luogo dove gli “omini” interagiscono con l’azienda.

Parliamo ora di Barbara Picollo. Come sei approdata a b&p?

b&p, come detto in qualche domanda precedente, è nata dall’incontro di professionisti specializzati in settori della comunicazione che hanno lavorato insieme per la realizzazione di volumi Supebrands. Quando la metodologia nell’affrontare la comunicazione non è più stata, secondo noi, all’altezza, è nata b&p communication.

L’azienda l’hai fondata tu? Sei socia?

b&p, brand & publishing, ha due soci: Paolo Cagliero e la sottoscritta.

Quali sono le tue esperienze passate?

Le mie esperienze nascono casualmente, provengo da studi molto scientifici e alla comunicazione ci sono arrivata quasi per sbaglio, ma è stata una passione travolgente. Ho lavorato in alcune concessionarie di pubblicità locali poi sono approdata a Superbrands, dove ho imparato molto, soprattutto a confrontarmi con l’impegnativo e impegnato mondo dei marketing manager di grandi aziende italiane e multinazionali. La seconda, ma non ultima attività, è tentare di fare la mamma (di una dodicenne e di un bimbo di 8 anni) nel miglior modo possibile.

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Rossi come il sangue sono i monti della Birmania

Free Burma

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Tutto quello che avreste voluto sapere su Fandango ma…

Chi in Italia non conosce Fandango alzi la mano. Alzi la mano pure però chi con una parola sola riesce a dire che fa…ndango. Uno potrebbe dire che Fandango è una casa editrice e Ok. Altri però potrebbero sostenere a ragione che Fandango è anche una casa di produzione cinematografica. Alcuni potrebbero obbiettare:”il fatto che è anche una società di distribuzione lo vogliamo dire?”.

Basta così? No c’è dell’altro.

Fandango fa pure il caffé, non nel senso di Illy però. Nel centro storico di Roma c’è infatti un Caffè . Il Caffè si chiama..indovinate un po’? Beh quello ve lo potete trovare da soli, altrimenti Google che ci sta a fare?

Stando a quello che dice Johnny Palomba sembrerebbe che Fandango sia anche un posto molto strano. Johnny Palomba afferma:”Affandango la gente normale nun cestà. Affandango so tutti amici tutti fratelli tutti che se voiono bene che se amano però affandango tutti girano co un cortello in saccoccia perché nunsesà mai. Affandango ce vié laggente strana che vò fà ercinema e che se sveia la mattina eddice io faccio ercinema e sò scrive e mo vado affandango faccio unfirm e vinco losca. Anzi, vinco losca prima defà irfirm”.

Johnny Palomba, che a me fa pensare a Niki Lauda post incidente, è un tipo le cui origini sono misteriose ed è conosciuto nell’ambiente specialmente per le sue “recinzioni” cinematografiche.

Ok tenendo bene a mente l’opinione del Palomba, c’è da sapere che Fandango ha anche una radio online, powered by Tiscali. La radio si chiama Radio Fandango. Ecco se vi piace ascoltare i discorsi di gente come il su citato Johnny o musica molto particolare, Radio Fandango fa proprio il caso vostro. Se poi decidete di andare a vedere il sito di Radio Fandango e vi capita di trovare le foto di uno con la faccia mascherata e con occhiali da sole sopra, non vi spaventate perché quello è proprio Johnny Palomba.

Ora sembrerebbe finita qui e invece no! Fandango recentemente è sbarcata in forze nel web 2.0. Dove? Come? Fatevi un giro su MySpaceTv o su YouTube e vedrete con i vostri occhi 2.0 e sentirete con le vostre orecchie 2.0.

Bene visto che siete arrivati fino a qui vi meritate una notiziona. Questa informazione l’ho lasciata per ultima perchè è veramente una chicca. Qualcuno molto ben informato, una fonte sicura di cui non posso rivelare l’identità, mi ha detto che Fandango sta lavorando ad una cosa super segreta, che dovrebbe vedere la luce fra circa due mesi. Alcuni indizi farebbero pensare a qualcosa legato ad internet, ma la fonte nonostante le mie insistenze non si è voluta sbilanciare troppo o meglio non mi ha voluto dire di più.

Stay tuned. Be smart.

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Allons enfants de la téléphonie le jour de gloire est arrivé

Spesso leggo con piacere i post che trovo su Putting People First, blog dedicato al notizie sull’experience design, sul design utente-centrico e sull’innovazione. Putting People First si trova sul sito di Experientia, una società di consulenza internazionale con sede a Torino, fondata per aiutare aziende e organizzazioni ad innovare i propri prodotti, servizi e processi, attraverso una piena valorizzazione dell’esperienza degli utenti.

Leggo quei post perché ritengo che il design, in tutte le sue sfaccetature, sia una delle fondamenta su cui debba poggiare il marketing attuale. Le persone, e sottolineo le persone, acquistano oggetti che dovrebbero portare alla realizzazione concreta delle loro fantasie o alla soluzione dei loro problemi e non strumenti infernali fonti di ulteriore frustrazione. Le persone non vogliono ferraglia ricoperta di plastica che esegue una determinata operazione, ma desiderano esperienze, il più possibile positive se non addirittura esaltanti. Metti al centro le persone quindi. People First!

Sarah Conigliaro ha recentemente pubblicato su Putting People First la versione italiana di un post dedicato alla Francia ed i suoi telefonini scritto da Mark Vanderbeeken, che è senior partner di Experientia. Ho trovato il post particolarmente interessante e ho chiesto a Sarah, che di mestiere fa la consulente marketing, specializzata in marketing esperenziale, se potevo ospitare il suo post su The Marketer.

Detto fatto. Buona lettura:

Pochi giorni fa, ho tradotto un articolo dal giornale francese Le Monde su una ricerca francese in merito all’ “uso collettivo del cellulare”.

L’Associazione Francese di Operatori Mobili ha adesso pubblicato l’intero studio (pdf, 630 kb, 156 pagine), ed un comunicato stampa/sintesi di tre pagine.

Per vari motivi ho deciso di dedicare il tempo necessario alla traduzione dell’intera sintesi:
- Lo studio è molto interessante ed i risultati significativi, nuovi e altamente innovativi;
- E’ conosciuto ben poco sulla ricerca antropologica francese sulla tecnologia mobile;
- Persite una vasta copertura del mondo anglosassone e solo piccoli tentativi realizzati da altri paesi.

tradurre lo studio stesso va purtroppo ben oltre le mie capacità quindi spero che la stessa Associazione Francese di Operatori Mobili si occuperà di rendere lo studio disponibile in lingua inglese - potete fare la medesima richiesta alla stessa associazione contattandola tramite e-mail all’indirizzo info@afomobiles.org.

LE PRINCIPALI CONCLUSIONI DEL NUOVO STUDIO SOCIOLOGICO SULLA TELEFONIA MOBILE IN FRANCIA 2007

L’Associazione Francese di Operatori Mobili (AFOM) ha chiesto al Discours and Pratiques studio di condurre uno studio sulla telefonia mobile nella società francese nel 2007.

Cinque ricercatori di scienze dell’informazione e della comunicazione [sociologia, scienza dell’informazione, scienza della comunicazione, filosofia e letteratura], tutti membri di GRIPIC (il gruppo di ricerca della CELSA school), ha lavorato sullo studio per sei mesi, conducendo 100 inteviste in profondità, e osservazioni antropologiche in varie località (Parigi e suoi sobborghi, Marsiglia, Strasburgo, Creuse e varie località sciistiche) e situazioni.

I ricercatori hanno provato a comprendere le modalità di “fare ed essere” che accompagna l’uso del telefonino nelle strade, nei cafè, nei ristoranti, nei giardini pubblici, nelle stazioni ferroviarie, negli appartamenti come nelle case di vacanza, nelle aziende, nelle librerie e nei mezzi di trasporto: il tutto senza ricadere nelle tradizionali categorizzazioni sociali. Per cogliere la dimensione simbolica del telefono cellulare, la ricerca ha anche coperto aree ancora non coinvolte in tale tipologie di ricerche: i film, la televisione e la letteratura.

Lo studio è stato guidato da Anne Jarrigeon e Joëlle Menrath, due ricercatori già coinvolti nel precedente studio di GRIPIC sulla telefonia mobile nella società francese, realizzato tra il 2004 ed il 2005.

I punti principali dello studio del 2007 sono:

1. Il telefonino non è più uno strumento d’uso personale. Nel 2007 si è integrato in pratiche collettive sia in famiglia che tra amici.

I telefonini sono sempre più oggetti che circolano all’interno di un gruppo. Il proprietario non è più il solo a toccarlo, controllarlo ed utilizzarlo.

I telefonini possono consentire gli scambi basati sull’ammontare di credito lasciato prima della fine del mese ed in base agli orari dedicati alle chiamate gratuite. Ciò può portare ad una scelta collettiva degli operatori, dei piani tariffari e delle carte prepagate, con il solo obiettivo di ottimizzare i costi di un gruppo.

All’interno della famiglia, il cellulare rinforza il ruolo asimmetrico ed il carattere della relazione genitori-figli: mentre i genitori non si preoccupano dei soldi quando chiamano i figli, i figli provano a mettere da parte i soldi, facendo squilli ai genitori in attesa che loro li richiamino.

Il telefonino dei ragazzi è gestito conguntamente. Se ne occupano i genitori, sopratutto le madri, che lo utilizzano come un’opportunità di scambio ed un modo per i ragazzi di imparare a gestire un budget finanziario.

All’interno di un gruppo di amici, i cellulari servono a definire ruoli ed affinità. E’ possibile trovare l’esperto come l’utente con difficoltà, il “banchiere” che ha sempre un po’ di credito, ed il “borrower” che chiede sempre di poter inviare sms o minuti per chiamate (senza mai ricambiare).

Oltre queste regole, i cellulari creano relazioni esclusive con coloro le cui telefonate si basano spesso sulle offerte di tariffe e sulla loro compatibilità.

2. I francesi hanno relazioni ambivalenti e in mutamento con il loro cellulare. Nel 2007, i telefonini si son trasformati da oggetti personali a transitori, da intimi a visbili.

Se il telefonino è un “oggetto di firma” cui la persona può attaccarsi emozionalmente e attraverso cui può rispecchiare la propria identità, è anche un “oggetto transitorio” da cui l’utente può facilmente staccarsi, perchè dopo tutto è un dispositivo che i giovani utenti vedono giugerà alla fine perchè sostituito con un nuovo modello, rotto, perso oppure rubato.

Se il telefono cellulare è un’intima “scatola nera” in cui la persona immagazzina gli archivi di una vita intera (contatti, sms, foto…), è anche:

* per adulti, l’album che riunisce tutte le foto in passato conservate nel portafoglio, ed un oggetto in cui conservare i segreti da intrusioni esterne (ad esempio da un partner che possa ascoltare i messaggi o controllare l’elenco delle chiamate effettuate…),
  * per gli adolescenti, il luogo in cui riporre le collezioni personali (immagini, toni di chiamata, …), che è possibile condividere e mostrare come un museo.

3. Si sono consolita nuove convenzioni sociali attorno al telefonino.

Una chiamata può facilmente essere interrotta (”Adesso devo andare”, “Non ti sento più”, “Mi si sta scaricando il cellulare”, “Sono arrivato”). Con un telefono cellulare, porre fine ad una telefonata è consentito senza per questo essere considerati scortesi.

Chiamare qualcuno sul cellulare significa lasciarlo libero di rispondere o meno. E’ uno mezzo di comunicazione che viene sempre più visto come uno strumento non-intrusivo di reperibilità.

Nuove regole si stanno affermando anche sul campo monetario, in merito ai “limiti di spesa”, o “prendere il tab” come al ristorante, o all’ineducazione dell’estendere la durata della conversazione in quanto la telefonata è gratuita.

4. L’uso del cellulare è governato più da esempi che da regole o divieti.

Oggigiorno ci sono molte regole che proibiscono l’uso del cellulare come al lavoro, negli spazi pubblici o a scuola. Spesso queste regole non sono seguite.

In molti contesti che sono controllati (ufficio, treno, sala d’attesa…), l’utilizzo è auto-regolato in base a ciò che le persone considerano tollerabile e appropriato.

A scuola, il cellulare si aggiunge ad una serie di strumenti che non riguardano la lezione e che portano divertimento e distrazione, sostituiscono altri mezzi di distrazione più tradizionali già usati in passato. Costituiscono un’altra sfida per gli insegnanti che vogliano mantenere l’attenzione degli alunni.

Confisca sembra la sanzione più efficace a scuola anche se l’utente del telefono confiscato non è il proprietario (perchè spesso il cellulare circola nel gruppo) ed anche se i genitori si oppongono alla sanzione perchè impedisc loro di raggiungere i figli (incluso - per alcuni - nel corso della lezione).

Perchè le regole spesso non sono seguite, il comportamento esemplare è spesso più efficace di una proibizione. Quando qualcuno decide di non usare il proprio cellulare in vacanza, a cena, durante meeting o con la famiglia, si riesce a dissuadere più facilmente le persone dall’utilizzo.

Tuttavia molti comportamenti esemplari richiedono una costante vigilanza perchè qualsiasi uso del cellulare diviene velocemente divario su cui gli altri prendono vantaggio.

5. Molte linee di pensiero sociologico e filosofico riguardano i comportamenti osservati ed i risultati riscontrati nel corso dello studio.

Mentre i cellulari spesso sono presentati come oggetti tipici di una società individualista, nella realtà si osserva un diffuso comportamento collettivo e collaborativo riguardante tale dispositivo di comunicazione, sia in famiglia che tra amici.

Pur essendo interpretato spesso come capace di generare una bolla che isola la persona impegnata nella conversazione dalle persone che la circondano, in realtà è stata riscontrata la diffusione di comportamenti di persone che intervengono nella telefonata, che interrompono colui che chiama o di interpellarlo su qualcos’altro.

Mentre il cellulare è spesso dipinto come uno strumento che serve a colmare vuoti e lacune, si osservano numerose situazioni in cui questo oggetto fornisce la possibilità di agire e reagire, consente di immortalare un’esperienza e di portare un valore aggiunto a ciò che l’esperienza è in realtà, consentendo di descrivere bene e con piacere.

Inoltre il telefonino è spesso, anche al di fuori della ricerca degli esperti, menzionato in una discussione sul comportamento improprio le persone intervistate non ne parlano e osservano sempre meno segni di esasperazione o di imbarazzo nella vita pubblica.

6. Il cellulare è visto come un “mezzo medio” che consente foto amatoriali e realizzazione di filamti.

Le immagini sul telefonino sono viste come immagini precarie, spesso di qualità incerta, da non stampare e da non condividere. Queste immagini riprendono sempre una descrizione di qualcosa da vedere. Servono a creare ricordi ed a provare che quacuno era veramente presente all’evento di cui si parla (ad esempio un concerto o una sfilata di celebrità…).

Le immagini sono integrate all’interno di numerosi framework di referenza che precedono la telefonata: il giornalismo di ogni giorno e la propria vita, immagini familiari spontanee si contrappongono a divertimenti forzati, il sensazionalismo che viene fuori nel tentativo di fissare azioni brevi, chiari, efficienti e d’impatto.

Più scene spettacolari può innalzare sfide che inducono al grottesco, al divertente, al macabro, o persio alla violenza.Questo è il fenomeno che guida i videos gag, gli MTV Jackass ed i cosidetti ’snuff movies’. Le aggressioni filmate sul cellulare sono una delle più recenti espressioni di questo (sebbene l’espressione ‘happy slapping’ non è stata utilizzata dagli intervistati nello studio).

I nostri amici diInternetActu, che pure riportano di questo studio, sottolineano la conclusione degli autori della ricerca “il cellulare del 2007 non è proprio come è il cellulare nel 2007:

“La sua presenza massiccia e apparentemente irreversibile in tutte le sfere della vita potrebbe far pensare che i suoi utilizzi possano essere banalizzati o neutralizzati. Nessuno di questi può essere osservato. […] Mentre i suoi utilizzi convenzionali sono più stabili di quanto non lo fossero nel 2005, adesso sono condivisi con nuovi utilizzi che sono collegati a nuove tecnologie di cui gli utenti si appropriano, o creati da loro stessi nella pratica quotidiana.

[…] Ciò che colpisce è che il cellulare non è esploso sotto l’effetto dell’aggiunta di nuove funzionalità, ma continua ad avere per le persone il senso di telefono, anche se lo utilizzano per i più vari motivi. ma va ben oltre questo. Il cellulare non è stato concepito come un arma di Swiss Army di funzioni aggregate, ma è stato reinventato in ogni utilizzo come un ‘oggetto completamente concepito’: un dispositivo per scrivere i messaggi, una fotocamera, un sistema di voice mail… Si tratta di un oggetto dotato della capacità di metamorfosi. Da quanto visto nel contesto di altri dispositivi, il telefonino sembra essere oggi parte di una più vasta collezione [o ‘ecosistema’] di dispositivi di comunicazione, che include altri dispositivi […]. La ricerca sugli effetti del cellulare sugli altri sembra assumere oggi una rilevanza maggiore di uno studio su come ottimizzare le performance e la complementarietà dei diversi strumenti.”

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Intervista a Gianluca Arnesano di Icemedia Italia

Finalmente dopo due mesi di inseguimenti riesco ad incontrare l’impegnato, che dico impegnatissimo Gianluca Arnesano, responsabile della sede italiana di Icemedia. Gianluca è conosciuto su questi schermi per essere l’autore del libro Viral marketing. E altre strategie di comunicazione innovativa edito da FrancoAngeli e attualmente è in fase di ristampa perché le scorte sono esaurite.

Gianluca mi ha gentilmente concesso un’intervista che vi riporto qui integralmente.

Di cosa si occupa Icemedia?
Icemedia è attiva nel campo dei media emergenti, più in particolare nel campo dei media personalizzati. Le soluzioni offerte da Icemedia permetono di creare una Customer Activation migliorando al percezione di aziende e brand specifici.

Da quanto Icemedia opera in Italia?

Icemedia opera in Italia dall’inizio del 2006, dopo essersi sviluppata praticamente in tutta Europa.

Come hai incontrato Icemedia e perché proprio loro?

Dopo aver sviluppato una notevole esperienza nel mondo del marketing digitale mi sembrava che l’unica frontiera innovativa fosse rappresentata da Buzz Marketing e Word of Mouth.
Ho quindi esplorato tutta una serie di attività innovative e fatalmenteho incontrato le Icecards, uno degli strumenti offerti … gli ho proposto di sviluppare il mercato italiano … ed insomma eccoci qui.

Ci puoi raccontare qualche caso di successo o qualche aneddoto divertente?

Beh, le cose più divertenti sono relative alle reazioni dei consumatori, da quelli che rivendono i nostri prodotti su ebay o qalcuno che ha tradotto intere pagine di iniziative oltre confine per permettere anche agli italiani di richiedere le cards di alcuni brand esteri.

Una delle ultime novità tra i prodotti di Icemedia è quella degli adesivi per le valigie, perché quest’idea?

Media personalizzati, media personalizzati, media personalizzati … ogni oggetto può diventare un media … purchè lo voglia il consumatore.

Gianluca Arnesano è anche l’autore del libro edito da FrancoAngeli Viral Marketing, come è nata l’idea del libro?

E’ nata perchè - onestamente - non ne potevo più di documentarmi e studiare solo su testi stranieri e perchè in essi non trovavo nulla di vicino alla nostra cultura ed al nostro livello di sviluppo. Perciò ho proposto l’idea all’editore ed abbiamo messo in cantiere il progetto.

Vista la mole di impegni che hai ogni giorno, quanto tempo c’è voluto per realizzarlo?

Da questo punto di vista è stata una vera follia !!! nel senso che in quel periodo dopo aver lavorato di giorno ed assolto ai doveri di buon padre di famiglia, tornavo in ufficio e viaaa.

Come è stata la collaborazione con FrancoAngeli? Hai fatto tutto da solo, hai collaborato con uno dei loro editor?

Beh il lavoro di editing è fondamentale ma ad un certo punto la voglia di farlo uscire è stata tale da accorciare alcune tappe.

Visto che hai un blog, pensi di aprirne uno dedicato al libro come nel caso di Wikinomics e Freakonomics?

In Italia è uscito qualche settimana prima un volume per certi versi simile “Marketing Reloaded“, e gli autori ne hanno fatto un blog. Non mi sembrava quindi una idea troppo originale.

Sei soddisfatto dei feedback del libro? Vendite, recensioni?

Beh la prima tiratura è terminata e stanno procedendo alla prima ristampa. Il libro è stato adottato da un corso di laurea alla Sapienza ed in alcune business school. Insomma in pochi mesi i risultati sono stati interessanti.

Gianluca Arnesano ha un blog, dicci il perché hai deciso di aprire un blog.

Beh molti anni fa durante un meeting aziendale proposi l’idea di aprire un blog interaziendale; il mio capo di allora mi bocciò l’idea ed aprimmo un gruppo su Yahoo. Oggi il mio ex-capo è un rispettato esperto di business blog ed io insomma continuo a cavarmela..

Proprio sul tuo blog ho letto di prossime prossime iniziative molto interessanti, come un workshop e una lavoro per il quotidiano La Repubblica riguardo il viral marketing. Ci puoi anticipare qualcosa?

Beh c’è da fare informazione ed educazione sia a monte che a valle. Bisogna sdoganare il mondo dei media emergenti cercando di riflettere sulle ricadute sociali e sulle trasformazioni che stanno avvenendo nella nostra società e nei nostri modelli di consumo dei media. Faremo un workshop sul fenomeno del web 2.0 e finalmente lo faremo a Roma.
Il resto è in continua e dinamica evoluzione.

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L’inizio di una nuova eva?

Ieri sera, complici il clima mite di questi giorni ed un boccale di birra teutonica, lo scambio di idee e impressioni su marketing, investimenti e nuove tecnologie, che normalmente mi trovo ad avere con persone addette ai lavori è stato più piacevole del solito. In questi giorni sto preparando il terreno per alcune interviste e una di queste avrà come mio interlocutore proprio la persona che ho incontrato ieri sera e cioè Tara Lyn Kelly.

Tara Lyn Kelly, insieme a suo marito Francesco Sullo, è la co-fondatrice di una web start-up il cui nome è PassPack. PassPack è un progetto di respiro internazionale, con clienti in tutto il mondo, che ha come obiettivo quello di risolvere in maniera sicura ed efficiente il problema di avere tante, troppe password per accedere ai servizi online.

Chi è abituato al web 2.0 potrebbe essere tentato di pensare subito a PassPack per gestire le sue password per accedere a FaceBook o MySpace, in realtà la questione, come mi ha illustrato Tara, è molto più complessa e in alcuni casi ha dei risvolti addirittura incredibili. Ogni giorno tutti noi accediamo, utilizzando una password, ai nostri conti bancari, postali e assicurativi. Sempre più nel futuro dovremo usare password per accedere ai vari servizi, password sempre più complesse per evitare il pericolo del furto della nostra identità. L’identità è una questione cruciale e pone problemi non di poco conto come la condivisione all’interno di uno stesso gruppo familiare di alcune password. Tara mi ha spiegato, ad esempio, che negli USA se un padre va a prendere un bambino a scuola e non conosce la parola d’ordine fornita dalla madre non può riportare suo figlio a casa. Avremo però modo di affrontare meglio la questione delle password e del servizio offerto da PassPack in futuro.

Tara Lyn Kelly è una persona piacevole, ché sa ascoltare, ma che allo stesso tempo si dimostra determinata e con idee molto chiare. La cosa per me importante da sottolineare però è che Tara oltre ad essere un’ imprenditrice e una designer, sposata ad un bravo musicista, è sopratutto una donna e questo vale doppio. In un mondo civile questa osservazione sarebbe del tutto banale. Le quote rosa, che non ci sono, stanno lì a dimostrarare che questo paese si ricorda delle donne solo l’8 marzo, ovvero il giorno che potremmo definire come l’11 settembre delle donne.

Tara non è però fortunatamente l’unica donna che crede in quello che fa.

Proprio ieri sera infatti Livia Iacolare ha lanciato il suo italianissimo Intruders TV e di questo debutto siamo tutti contenti. Siamo contenti perché Livia Iacolare è un’ italiana che lavora in un team internazionale, siamo contenti perchè Livia è napoletana, siamo contenti perchè finalmente “donna sola” non è più sinonimo di sconfitta, ma vuol dire donna che da sola mette tutte le sue energie per raggiungere un risultato.

Finale in crescendo.

Per la prima intervista di Intruders TV, Livia ha scelto una donna: Amanda Lorenzani.

Amanda Lorenzani è la responsabile della versione britannica di Excite, l’organizzatrice delle Girl Geek Dinners in Italia e l’editor di Blognation Italy - Blognation, per chi ancora non lo sapesse, è un network di blogger professionisti, che insieme riportano le ultime notizie sul web 2.0, sul mobile e sulle start-up di tutto il mondo.

Dopo mesi di monopolio comunicazionale, mesi in cui si potevano ascoltare solo le opinioni di seriosi e barbuti esperti di tecnologia e sociologia della rete, vediamo finalmente un’intervista vibrante in cui si percepisce tutto il sapore della prima volta, un intervista emozionata e noi emozionati insieme a loro perché assistiamo ad un piccolo sbarco sulla Luna.

Insomma un piccolo passo per Livia e Amanda un grande passo per l’ Italia tutta, non solo quella delle donne.

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Miiitico!

In questi ultimi anni il marketing virale è diventato una vera e propria disciplina e centinaia di agenzie in tutto il mondo si affannano ogni giorno per capire se esiste uno schema, una strategia, un santo graal che possa definire in maniera precisa cosa è giusto fare o non fare per attirare l’attenzione dei clienti spettatori.

Ho deciso che sarebbe stato interessante riportare qui le opinioni di qualcuno - John Bell - che opera in un ambiente completamente diverso dal nostro, in un mercato molto più competitivo come quello USA.

Questo post è appunto la traduzione autorizzata di un post pubblicato nel mese di agosto da John Bell, Managing Director ed Executive Creative Director di Creative Studio, special unit di Ogilvy Public Relations Worldwide:

Datemi un video che sia popolare com Dove Evolution (7+m viste) o Free Hugs (17m viste)” Questo è il chiodo fisso delle startup che intendono lanciare un nuovo social network e che utilizzano come barometro di riferimento MySpace. Il problema qui è che non è solo semplicemente faticoso raggiungere certi risultati. Noi lavoriamo sodo ogni giorno. La questione è che i risultati e le tattiche necessitano di una revisione.

Mito 1

Il primo mito nell’uso commerciale dei video virali, considera il video online come il naturale sostituto della televisione. Nonostante runaway hits come Dove Evolution possano rastrellare milioni di view ed una quantità enorme di word of mouth (WOM), questi casi sono eccezioni, non sono la regola. La televisione rimane il grande “reach” medium. Internet è il grande “engagement” medium. Provare ad utilizzare internet semplicemente per incrementare l’awareness attraverso una strategia reach significa ignorare questo valore di base. Il video online fornisce la via per ottenere l’engagement con un click (click away). Le statistiche sull’utilizzo dei video e la condivisone online rendono chiaramente quale sia il suo potenziale. Ben McDonnell ha scritto un grande post che riassume le statistiche da Pew (e.g. 57 milioni di americani guardano il contenuto dei video online ogni giorno - 19% dei quali sono utenti americani). Queste ci portano al secondo mito

Mito 2

Il video virale è il prodotto di una strategia digitale. Questo è l’altro mito. Un video virale è un video che si spera attiri l’attenzione degli utenti visitatori al punto tale da spingerli a raccontarlo agli amici. (Il video) deve essere qualcosa di notevole, sorprendente, comprensibile o che “prende”. Deve durare per quanto possibile pochi minuti. Ed è fatta. Dove andranno gli utenti, i clienti, le persone? Fuori a comprare il prodotto? Pronti a riempire un sondaggio con tutti i tipi di warm and fuzzies (intraducibile, fate voi) sul brand?

Abbiamo una reale opportunità di essere coinvolti dai clienti online. Possiamo ottenere i loro imput e le loro idee. Possiamo dimostrare che noi ci teniamo realmente a loro e al loro business. Dare loro un video lol ( noi possiamo solo pensare che faccia ridere) è certamente un modo, per fornire valore – il valore dell’entertainement. Ma è però uno strumento debole e di breve durata. Cosa li spingiamo a fare? Creare i loro video? Apparire nel nostro “show”? Scrivere il copione o creare idee per delle storie? Inviare email o scrivere un post sul loro blog e aprire una conversazione con qualcuno del nostro show? Tutto questo converte l’idea del video in qualcosa di più di un picco di awareness in un orizzonte confuso in maniera uniforme.

Mito 3

Far piombare un video su YouTube è strategia digitale. Questa è la terza parte del mito. Qualcosa di cui vale la pena parlare troverà la sua audience in maniera organica ( senza marketing) e raggiungerà la velocità di diffusione virale fino a raggiungere milioni (di views). Duncan Watts mostra come la maggior parte dei ‘viral’ muore prima di aver raggiunto ciò che chiunque senza ombra di dubbio definirebbe come il punto critico. Se parte della strategia digitale comprende video destinati ad attirare l’attenzione della gente allora dobbiamo supportarli con promozioni autentiche ed intelligenti. I video virali funzionano meglio con la pubblicità e l’outrech. Può sembrare controintuitivo se come marketer stai utilizzando un video per aumentare l’awareness del tuo brand online. Vogliamo promuovere la promozione? Se stai disegnando una vera e coinvolgente esperienza per i tuoi utenti tutto ciò ha un senso. Al contrario se il video è l’intera strategia allora sembrerà una cosa priva di senso.

Come fai a capire se una cosa diventerà virale? Provi differenti approcci e sistemi e vedi cosa funziona e cosa no (questo è lo scotto da pagare quando si approccia ai media popolari – quelli che mi piacciono)? Oppure usi metodi discreti per fare i test? Nigel Hollis presso Millward Brown (un’altra società del gruppo WPP) ha scritto su questo punto un magnifico post. Ecco un estratto:

“In conclusione, c’è un punto nell’articolo su Ad Age con il quale non posso essere d’accordo, in cui si afferma,

“Nella concezione caotica del mondo di Mr. Watts, potresti pianificare allo stesso modo un attacco terroristico e un qualunque evento casuale….’Non possiamo prevedere cosa sta per avvenire,’ dice Duncan. ‘Le cose avvengono casualmente. Tu vuoi strategie che non dipendono dal fatto di essere giuste, ma che dipendono dal poter essere misurate con precisione. Butta (invece) fuori cose, ad un costo quanto più basso ti puoi permettere e con il maggior grado di diversità possibile e vedi ciò che viene scelto’ Le cose avvengono casualmente se non pianifichi e non fai test, e buttare fuori cose presenta il rischio di potenziali contraccolpi. Il fattore che non viene preso in considerazione nell’analisi di Duncan è “l’appiccicosità” di un idea dietro una campagna virale, che certamente non è immune da test. Non esiste alcuna ragione perché non puoi pre-testare una campagna virale. L’obiettivo dovrebbe essere accertare con quale probabilità la gente condividerebbe l’ad con gli altri (una misura) che ridurrebbe le possibilità di fallimento confermando o meno se la gente trova il contenuto rilevante, avvincente e degno di essere condiviso.”

Mito 4

I bloggers stanno giusto aspettando di parlare dei video mediocri dei marketers. Questo è il mito dell’outreach. “Non basta parlare ai bloggers del tuo video e attendere che che ne parlino nei loro blog?” Anche se un marketer tradizionale non profferisce queste esatte parole, l’idea è spesso nella loro testa. Un media a pagamento è un discorso, coinvolgere persone nel mondo del passa parola è tutt’altro discorso, il video deve passare il test “a chi interessa”. Se è così allora hai guadagnato la loro copertura. Questo è un concetto fondamentale degli “earned media”. Possiamo avere della gente che parla entusiasticamente di qualcosa che non è proprio il massimo? Spiacente, no, non è possibile. Ciò in cui siamo bravi è creare esperienze avvincenti che coinvolgono in maniera genuina le persone. I video ne possono far parte ma raramente sono il piatto forte.

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Teaching Marketing as a Second Foreign Language

Ultimamente mi è capitato di sentire abbastanza spesso la frase sindrome da post vacanza. Questa patologia si manifesta quando tornate in ufficio e dite: “che ci faccio qui?”. Avete presente lo spot di una nota compagnia di crociere dove gli ex clienti si ritrovano smarriti e singhiozzanti una volta che qualcosa gli ricorda che la vacanza è ormai finita? Ecco una cosa del genere.

Ora se vi trovate in una situazione simile, specie se i sintomi non sono proprio così eclatanti, potreste superare l’empasse facendo una full immersion - se avete pensato a piscine o peggio a spiaggie state molto molto male - iscrivendovi ad un corso di inglese.

Avete finito i soldi l’ultima settimana delle vacanze? Do not panic, sul sito della BBC esiste una sezione Learning English, che è dedicata proprio a chi desidera imparare o migliorare il proprio inglese… gratis o meglio free. Ultimamente è stata attivata anche un’ area blog dove i post degli studenti sono utilizzati come strumento didattico. Inoltre se siete dei business man esiste anche una parte che fa al caso vostro come Business English.

Se siete dei tipi fortunati, ovviamente in my humble opinion, vi ritrovate a navigare su London Life. In questo caso vi segnalo un articolo che ha come argomento lo Stealth Marketing e al cui interno è riportato il punto di vista di Graham Goodkind. L’intero articolo in formato pdf è scaricabile qui. Esiste una versione audio in formato mp3 scaricabile qui.

Lo Stealth Marketing è un tipo di advertising che non può essere individuato dalle persone cui è mirato il messaggio. Nell’articolo è riportato l’esempio in cui voi siete in un café e vi ritrovate ad ascoltare delle persone vicine al vostro tavolo che parlano di qualcosa, forse un nuovo telefono. Quelle persone, che voi ingenuamente pensate siano dei semplici avventori, sono in realtà degli attori o attrici professionisti ingaggiati da agenzie specializzate, che seguono un ben preciso copione il cui unico scopo è quello di mettervi in mezzo. Avete presente The Truman Show? Il film diretto da Peter Weir e interpretato da Jim Carrey? Ecco voi siete Truman.
La prossima volta che pensate di trovarvi in usa situazione simile cercate quindi di non fare troppo eavesdropping, cercate cioè di non ascoltare volutamente la conversazione delle persone vicine e vedrete che gli attori prenderanno di mira qualcun altro.

In pratica fatevi gli affari vostri, sicuramente non farete la figura dei chickens.

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Teoria degli Stakeholder

“Per gran parte degli ultimi 30 anni, i manager delel aziende hanno affrontato il problema della responsabilità dell’impresa nei confronti della propria società. Inizialmente, alcuni affermavano che l’unica responsabilità dell’azienda fosse di fornire il massimo ritorno finanziario per gli azionisti. Presto divenne tuttavia universalmente chiaro che l’obiettivo di guadagno finanziario doveva realizzarsi rispettando le leggi locali” …”L’istituzione di questi nuovi enti governativi rendeva evidente che la politica pubblica nazionale riconosceva ufficialmente l’ambiente, i dipendenti e i consumatori come legittimi stakeholder dell’impresa. Da quel momento, i manager hanno hanno dovuto lottare per conciliare il loro impegno verso la proprietà dell’impresa con i loro obblighi nei confronti di un sempre più ampio gruppo di stakeholder con aspettative sia legali che etiche”. Questi due brani, scritti da Archie B. Carroll, professore emerito e direttore del Non Profit Program al Terry Collage of Business dell’Università della Georgia (USA), sono stati enucleati da un saggio di Carroll (pag 148, Cap. 6) riportato su uno dei testi più interessanti che mi è capitato di leggere in questi giorni.

Teoria degli Stakeholder, FrancoAngeli Edizioni - ISBN 978-88-464-8504-5 - è il titolo di un libro impegnativo e impegnato. Una raccolta di saggi curata da Robert Edward Freeman, fondatore della teoria degli stakholder, Gianfranco Rusconi e Michele Dorigatti, che ha come scopo preciso quello di realizzare una sintesi. Una sintesi necessaria per rendere più chiaro e definito un concetto che i disastri economici e ambientali e i problemi occupazionali di questi ultimi anni rendono sempre più attuale.

Cosa sono gli stakeholder? Lo scopo del libro è proprio quello di definire meglio i confini della teoria degli stakeholder, che molto spesso è stata oggetto di mistificazioni proprio a causa della mancanza di una precisa definizione. Questa è la ragione per cui troviamo in quasi tutti i 16 capitoli un continuo definire e ridefinire i concetti ed i termini che sono alla base della teoria. Non è pero un semplice e sterile esercizio di semantica o filosofia, perché le idee che sono alla base di una teoria economica, in questo caso anche filosofica, possono essere accettate tanto più quanto queste sono ben chiare nella mente di chi le difende.

Nell’ introduzione Gianfranco Rusconi, che è professore ordinario di ragioneria ed Etica d’Impresa e Bilancio Sociale presso la facoltà di Economia dell’Univeristà degli Studi di Bergamo, riporta una definizione che è a mio avviso un buon punto di partenza:” sono “stakeholder” tutti coloro che sono, volenti o nolenti, titolari di una “posta” (dall’inglese “stake”, che significa appunto scommessa o posta in gioco) collegata alla’attività dell’impresa e che pertanto sono condizionati, direttamente o indirettamente, dalla sua attività ed a loro volta la condizionano”.

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Intervista a Livia Iacolare di Intruders TV

Qui di seguito l’intervista alla giovane ed energetica Livia Iacolare di Intruders TV:

Cosa è Intruders TV e di cosa si occupa?

Intruders TV è un video network internazionale (al momento siamo presenti in Francia, Gran Bretagna e USA) il cui scopo è quello di esplorare l’ecosistema Web e capirne le dinamiche interne. L’aspetto che più ci interessa è quello relativo all’imprenditoria online, un fenomeno che è nato negli Stati Uniti e che si sta rapidamente espandendo in Europa e in Italia. In sostanza realizziamo interviste a imprenditori e sviluppatori di applicazioni per il Web, tutto ciò senza trascurare l’aspetto “pop” di Internet, che si esprime in un particolare interesse per la blogosfera e la sua evoluzione. Oggigiorno è semplice creare un video blog, ma lo scopo di Intruders TV è quello di agire come una squadra di reporters che sono innanzitutto degli imprenditori di se stessi: non vogliamo essere considerati dei geeks con la telecamera.

Perché secondo te è importante il lavoro di Intruders TV?

Credo che sia interessante conoscere da vicino le persone che stanno attuando la rivoluzione di Internet, comunemente definita “Web 2.0”. Chi sono veramente questi individui, da dove vengono e dove vanno? Ma soprattutto: come sono riusciti a realizzare i loro sogni? L’obiettivo principale di Intruders TV è quello di raccogliere informazioni che possano essere utili a tutte quelle persone creative che hanno delle idee ma non sanno come concretizzarle (magari perché non hanno i finanziamenti necessari), nonché a quegli imprenditori che stanno pensando di lanciarsi alla conquista del mercato di Internet ma non sanno esattamente come muoversi.

Hai già un idea di come verrà accolta in Italia una televisone come Intruders TV?

Credo che in Italia ci sia bisogno di stimolare positivamente quelle persone che ancora diffidano del potenziale di Internet e delle possibilità offerte dalla Rete. Mi riferisco ai grandi media così come ai singoli individui. Noi italiani siamo generalmente considerati delle persone creative e audaci e il mio desiderio è quello di mostrare, tramite Intruders TV, che possiamo esserlo anche quando si tratta di Internet. Cercherò di proporre contenuti vari, tra cui interviste, video test di applicazioni per il Web, reportages e una rassegna stampa periodica. Saranno poi gli spettatori a giudicare e spero che non mi faranno mancare il loro prezioso feedback.

La versione UK di Intruders TV ha presentato in questi giorni un intervista a James Alexander co-fondatore di Zopa il servizio rivoluzionario di prestiti online che aprirà i battenti anche in Italia. Pensi di intervistare i responsabili della versione Italiana?

Certamente, non vedo l’ora! E sarà anche interessante raccogliere le opinioni della gente per strada, come ha fatto il mio amico Eugene Tsyrklevich. Sono certa che i passanti Italiani sapranno essere più coloriti e vivaci delle genti d’Oltremanica.

Ci puoi anticipare quando avverrà il lancio della versione italiana o è top secret?

Stavo programmando di mettere il sito online in occasione del RomagnaCamp (di cui Intruders TV è media partner) ma non sono sicura di farcela, quindi non garantisco niente. Tra l’altro preferirei esordire con dei contenuti freschi (penso, ad esempio, alle interviste che sicuramente registrerò nel corso del suddetto barcamp). Per ora sto preparando degli screencasts di alcune applicazioni per il Web. Vedremo come si mettono le cose, ma di sicuro il tutto avverrà entro la fine di Settembre. In ogni caso il RomagnaCamp mi consentirà di mettermi all’opera e di presentare il progetto alla comunità dei bloggers italiani: farò tesoro di tutti i loro suggerimenti.

Ci puoi dire qualcosa sul modello di business di Intruders TV? Pubblicità o altro?

Intruders TV è nato come un progetto auto-finanziato e ora stiamo sperimentando diversi modelli di pubblicità, sia sui siti che all’interno dei video. Al momento abbiamo all’attivo diverse partnerships con networks di qualità, tra cui blognation di Sam Sethi. Presenzieremo a tutti gli eventi relativi al Web, in Europa e oltreoceano, e questo ci consentirà di prendere un bel po’ di contatti. Il prossimo è il Facebook Debate che si svolgerà a Londra nel mese di Ottobre, al quale parteciperemo come media partner. I primi finanziamenti esterni stanno già arrivando e li investiremo principalmente nell’acquisto della strumentazione tecnica.

Parliamo di Livia Iacolare, mi risulta che tu sia l’unica donna del gruppo o sbaglio? Se è vero che ne pensi?

Si, a quanto pare sono l’unica e anche la più giovane (il che non mi disturba affatto). I ragazzi sono dei gentiluomini e sono sempre aperti al confronto. Credo che non dispiacerebbe a nessuno avere altre ragazze nel team e, sinceramente, mi auguro che questo accada presto. La presenza di una o più donne può fare la differenza.

Il team internazionale di Intruders TV ha ingaggiato Livia Iacolare, una napoletana, una ragazza del sud e questo fatto credo dovrebbe essere un grande motivo di orgoglio per te e per i ragazzi napoletani e del sud in genere, che ne pensi?

Sicuramente ne sono felice e spero che sempre più persone, indipendentemente dalla loro collocazione geografica, si appassionino a questo tipo di lavoro, che è veramente entusiasmante e consente di viaggiare e conoscere il mondo fuori e dentro Internet. Il più grande motivo d’orgoglio per una persona è avere una passione e riuscire a darle spazio.

Come hai conosciuto Intruders TV? Li hai contattati tu? Raccontaci.

Il mio caro amico Michael Pick, insieme al quale ho scritto per un anno e mezzo sull’edizione inglese di MasterNewMedia, ha parlato di me a Vincent Camara (co-fondatore di Intruders TV), il quale stava cercando delle persone che potessero curare l’edizione italiana del network. Vincent mi ha contattata, ci siamo incontrati a Londra e gli ho mostrato quello che ho fatto negli ultimi due anni sul sito di Robin Good e su Mashable. Evidentemente ne è rimasto soddisfatto e mi ha detto “benvenuta a bordo!”

Il tuo lavoro in cosa consiste di preciso? In parole povere fai tutto da sola: riprese, montaggio, testi per le interviste?

Faccio tutto da sola, ma i ragazzi del team a Londra mi aiutano con il montaggio. Per adesso collaboro alla preparazione di alcuni video per l’edizione britannica e non vedo l’ora di cominciare a preparare e a montare le mie interviste.

I servizi li decidi tu in autonomia o ti raccordi con le altre componenti internazionali di Intruders TV?

Pur avendo una base comune, ogni editor decide da sé i contenuti della propria edizione. Questo perché si presuppone che ciascuno conosca il pubblico al quale si rapporta e quindi sa già cosa potrebbe piacere e in che stile presentarlo. Faccio un esempio: l’edizione britannica propone solo interviste a imprenditori e sviluppatori perché il contesto locale lo favorisce; nell’edizione francese i contenuti sono più vari, anche perché è curata da Thierry Bézier, uno scanzonato video blogger (nonché co-fondatore di Intruders TV) che aveva già un suo seguito prima del lancio di questo progetto. La mia linea editoriale e il mio stile personale terranno conto di tutto ciò.

Come è la giornata tipo di un editor di Intruders TV?

Beh, il vero lavoro deve ancora cominciare… riparliamone tra qualche settimana, quando le occhiaie si espanderanno a dismisura e saprò darti indicazioni più precise.

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