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Russa ma non dorme

La Federazione Russa è un paese che conosciamo e di cui siamo abituati a parlarne in termini legati alla politica estera o per le forniture energetiche di gas e petrolio. Molti non sanno o dimenticano che la Russia è un enorme giacimento oltre che di materie prime anche di menti di prim’ordine.

Troppo spesso, qui in occidente, organizziamo convegni su Cina e India, scordandoci che Santa Madre Russia è qui dietro l’angolo e ci può fare le scarpe quando vuole. Il guaio è che i russi, almeno per il momento non fanno le scarpe, quelle le fanno i cinesi. No, i russi fanno e bene il software.

Avete presente quella roba che fa funzionare il vostro cellulare, il vostro PC, le vostre e-mail, i vostri documenti. Ecco tutto questo si chiama software. Naturalmente non sto dicendo che tutto il software del mondo è fabbricato in Russia. Affermo solo che il software - vogliamo dire serio? - tipo firewall, antivirus e tecnologie legate alla sicurezza, in media è fabbricato dalle parti di San Pietroburgo.

Il bello della storia è che loro, i russi, sono perfettamente convinti delle proprie capacità. Tanto per fare un esempio l’associazione degli sviluppatori russi di software, RUSSOFT ha un portale in cui spiega perché è conveniente investire in Russia.

La parola investire per RUSSOFT si traduce in outsourcing. Leggendo questo articolo si scopre che:”Russia To Become Third Largest Outsourcing Destination by 2010″. Se non si è perfettamente convinti, in quest’altro punto sono elencati i vantaggi dell’outsourcing in Russia. Un altro articolo ci rende partecipi del fatto che gli occidentali preferiscono i programmatori russi rispetto a quelli indiani. Una notizia recente ci dice che della cosa ne sono convinti anche 40 CEO giapponesi.

Bene a questo punto non mi rimane altro da dire se non… Dasvidanja.

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Intervista a Leonardo Bellini

Dopo la recensione del libro “Blog in azienda” - ETAS, da poco uscito in libreria, intervistiamo Leonardo Bellini, già autore di fare business con il web e che ha curato l’edizione italiana del libro.

The Marketer: Ciao Leonardo, prima di addentrarci nel libro e nei blog aziendali, parliamo un attimo di te..

Leo: beh, il grande vantaggio di un’intervista come questa è che si possono aggiungere dei link a supporto delle parole, per cui ne approfitto.. sono un quarantenne innamorato della rete; svolgo attività di ricerca, formazione e consulenza nel campo del marketing digitale e nel 2006 ho pubblicato “Fare business con il web” con Lupetti Editore ; potete leggere il mio blog, o consultare il mio Brand Site per farvi un’idea.

The Marketer: Cosa hai trovato di significativo ed originale nel libro?

Leo: Per passione e per motivi professionali ho letto molti libri sul Corporate e Business Blogging ; basta consultare la mia Libreria su Anobii per rendersene conto; il libro di Debbie Weil presenta un approccio davvero diverso, si rivolge davvero al top manager, all’Amministratore delegato, così come al Direttore generale o al Direttore Marketing e comunicazione, e con un linguaggio semplice, cercando di rispondere ai quesiti fondamentali e a risolvere grazie ad esempi ed interviste le principali ansie e preoccupazioni. Un’opera quasi mauetica e psicologica, per certi versi.

The Marketer : Qual è secondo te il valore di questo libro? Chi lo dovrebbe leggere?

Leo: Mi ripeto: a mio avviso l’approccio; Debbie pur utilizzando un linguaggio assolutamente semplice e non tecnico, tocca tutti i punti fondamentali per affrontare il processo di avviamento e di gestione di un Blog aziendale:
• Quali sono i principali utilizzi di un Blog in azienda?
• Perché aprire un Blog aziendale? Quali sono i vantaggi ed i benefici che posso attendermi?
• Come posso vincere le resistenze interne e superare la paura di bloggare?
• Chi dovrebbe scrivere e firmare il blog aziendale? I dipendenti, il Ceo, un blogger esterno?
• Quali sono i requisiti tecnici e le conoscenze di base che non posso non sapere?
• Che tipo di scelte devo operare in termini di piattaforma e di scelta del dominio?

The Marketer: Cosa emerge secondo te, qual è la lezione che ne possiamo trarre da questa lettura?

Leo: Beh, uno dei punti che emergono dalla lettura è la grande varietà di situazioni in cui il Blog si è rivelato utile (dal Blog per l’uragano Cathrina, al Blog collaborativi dei grandi istituti di Ricerca e Business School inernazionali, come MIT Sloan o Wharton Busines School, ai CEO blog come quelli di Johnathan Schwartz, CEO di Sun Microsystems, o quello di Richard Edelman o ai bog di prodotto come quelli di Intuit, o il fatto di non averlo e di non averci pensato prima si è rivelato dannoso)
Da questo punto di vista Debbie ci mette in guardia: non correre ai ripari quando ormai la vostra azienda è sotto attacco o nella bufera mediatica , nel bel mezzo di un “Blog chasm” com’è accaduto per Kryptonite..

Un altro punto è che non ci dobbiamo scordare che il Blog non sostituisce ma si complementa e deve essere considerato come uno strumento aggiuntivo, da integrare nella strategia complessiva di marketing e di comunicazione di un’azienda

The Marketer: E in Italia? Qual è la tua visione o la tua percezione?

Leo: Tenendo alcuni corsi sul blog aziendale mi sono confrontato con i dubbi e le perplessità di molte aziende ed imprenditori, ho ascoltato il parole di responsabili marketing e comunicazione.
La percezione che ho avuto che le principali obiezioni (rischi di perdita di controllo, mancanza di tempo, difficoltà nel gestire feedback, e i commenti) siano non facili da scardinare; d’altra parte ho riscontrato grande interesse ed attenzione nel comprendere cos’è e come tuffarsi nella blogosfera e cominciare a nuotare.
Il confronto che ho avuto con alcuni Corporate blogger, (le cui interviste sono incluse nella mia postfazione) ad Andrea Andreutti di Samsung News, Nicola Zago di Design Conversations – Lago Spa , Valentina Tolomelli di Desmoblog e di Alessandro Leoni – Duck Side mi hanno rincuorato e fatto pensare che l’avventura dei Blog aziendali in Italia è appena cominciata

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The Conscience of a Liberal

Un grandioso affresco della storia politica ed economica americana dal 1870 fino ai giorni nostri. Questa è una delle possibili definizioni che si può dare del recente libro scritto dell’economista e Columnist del New York Times Paul Krugman edito negli USA dallla casa editrice USA W. W. Norton e il cui titolo è The Conscience of a Liberal.

Paul Krugman è un economista di chiara fama, vincitore della medaglia John Bates Clark - il premio più insigne che può ricevere un economista americano - e professore di economia e affari internazionali alla Princeton University.

The Conscience of a Liberal non è però un libro di storia, perché la storia in The Conscience of a Liberal serve solo come strumento. La storia economica e politica americana - divisa in ben definiti periodi: The Long Gilded Age, The New Deal etc.. - serve, infatti, solo come infrastruttura architettonica su cui costruire la dimostrazione della diseguaglianza economica e sociale come risultato della volonta politica e non la semplice e naturale conseguenza delle naturali leggi del mercato, come invece vorrebbero far pensare dubbie e sopravvalutate teorie. Vedi ad esempio il ciclo noto come La curva di Kuznets.

La scrittura piana e fluente del libro rende ancora più impressionante l’impatto con le “dimostrazioni” di come molte forze abbiano collaborato per portare indietro l’orologio della giustizia civile e dell’eguaglianza sociale negli USA. Il J’accuse di Krugman pesa come un macigno nella coscienza di chi vorrebbe che la qualità della vita negli USA e più in generale nel mondo fosse migliore per tutti.

Se, ad esempio, ci si domanda perchè Truman nel 1946 non sia riuscito a realizzare un programma di assicurazione sanitaria nazionale negli USA si scopre che la causa principale di questa sconfitta si può riassumere in una parola sola: Razzismo. Lo stesso razzismo espresso in un discorso per la candidatura a governatore della California da parte di Ronald Regan:”Se un individuo vuole, nel vendere o affittare una casa, discriminare i negri o gli altri deve avere il diritto di farlo”

Krugman non si limita solo a denunciare e a dimostrare il fatto che ai poveri e alle minoranze etniche è stato sistematicamente negato il diritto di curarsi e quindi di esistere. Il ritorno alla Gilded Age ha avuto come conseguenza anche l’impoverimento della classe media americana, che in questi anni è stata sfiancata dai debiti e Krugman sottolinea che non sono assolutamente debiti in cambio di beni di lusso. La classe media americana oggi contrae debiti sotto forma di mutui per possedere una casa e rette per le migliori scuole al fine di garantire un futuro migliore ai propri figli.

Krugman, nonostante la tragedia dell’ evidente prossimo sterminio della classe media, si dimostra ancora più cinico e dimostra, statistiche alla mano, che la speranza o meglio la fede dell’americano medio nella possibilità di migliorarsi è una pura fantasia. Krugman parla di una vera e propria “rat race”, una corsa dei topi. Le tabelle del libro dimostrano che ha maggiori possibilità di accedere ad un posto migliore nella società uno scandinavo od un francese.

Francia e Scandinavia, due posti dove, non a caso, la disparità sociale ed economica è molto minore rispetto agli USA.

Inoltre, leggendo The Conscience of a Liberal e seguendo nei vari capitoli la suddivisione della storia americana in ben definiti periodi storici, si scopre qualcosa di “inquietante”. Qualcosa che potremmo definire senza remore “negazionismo economico”.

Il ciclo economico virtuoso che va dagli anni venti agli anni cinquanta del secolo scorso, è stato definito da due storici dell’economia Claudia Goldin e Robert Margo come la “grande compressione”, in antitesi alla grande depressione. In questa fase di boom economico la classe media ha vissuto un periodo d’oro e il gap tra i ricchi e le classi lavoratrici si era molto ridotto.

Ebbene come descritto a pg. 55, alcune persone trovano la realtà storica del periodo della grande compressione in qualche modo così “disturbante”, una così evidente negazione del loro credo su come dovrebbe andare il mondo, al punto da riscrivere la storia per cancellare ogni traccia del boom del dopoguerra definendolo un’illusione. La diminuzione della disegualglianza nel reddito ha portato il boom nell’economia USA del dopo guerra e se questo sembra contraddire i libri di testo di economia, come dice Krugman:”allora c’è qualcosa di sbagliato nei testi di economia”.

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Un uomo in vendita

“il mio formaggio dovrà venire recapitato da una squadra di attivi commessi viaggiatori, uomini che entrino nelle più piccole botteghe, che sappiano parlar bene e che facciano le loro consegne ogni settimana”. Questi erano i pensieri del timido e sfortunato Signor Frans Laarmans, impiegato alla General Marine and Shipbuilding Company, poi commerciante, poi di nuovo impiegato e soprattutto personaggio principale del romanzo dal titolo “Formaggio Olandese” dello scrittore belga Willem Elsschot, edizioni Iperborea.

Vendere. Piazzare qualcosa a qualcuno in cambio di denaro oppure trovare la giusta soluzione ai problemi dei propri clienti. Una questione di punti di vista. Il venditore esercita un mestiere che, con l’esperienza e il passare gli anni, permette di capire molto delle relazioni umane, ma questa sua capacità può anche diventare un problema serio per l’azienda con cui lavora.

Un cliente, specialmente nelle transazioni B2B, difficilmente acquisterà un prodotto perché “si vende da solo”. Sicuramente il fattore che farà propendere il cliente alla decisione di acquisto sarà il lato umano “vincente” del venditore. La questione diventa scottante quando la vendita verrà reiterata nel tempo e si cercherà di vendere allo stesso cliente altri prodotti. Secondo alcuni l’onere della cura del cliente ormai acquisito non spetta più al reparto vendite, ma al reparto marketing o comunque ad altre divisioni. Il venditore deve dedicare le sue forze al new business, deve cioè procacciare nuovi clienti.

Questo principio, in linea teorica, potrebbe sembrare un ottimo sistema di ripartizione delle risorse e nelle transazioni B2C potrebbe anche essere considerato molto vicino al vero. In realtà, a mio modesto avviso, quest’idea nasconde un gravissimo errore di valutazione del comportamento umano. La ricerca di un ROI elevato fa dimenticare alle aziende che nessun cliente comprerà un prodotto al solo scopo di aumentare i profitti dell’azienda stessa. Il cliente guarderà sempre più i suoi interessi e i suoi gusti. Il re è il cliente, non l’amministratore delegato o gli azionisti. Nessun prodotto si vende se il cliente non trova un suo vantaggio, specie se il cliente è l’ufficio acquisti o il direttore marketing.

Passare un cliente ad un nuovo reparto, farlo parlare con qualcuno che non ha le caratteristiche umane di chi lo ha “agganciato” la prima volta equivale a metterlo davanti ad un cartello con su scritto:”Fuggi alla prima occasione di disservizio, tanto qui non troverai il tuo amico venditore che ti coccola ogni volta che hai un problema, questa azienda è tropo impegnata a calcolare il ROI e tu sei uno dei tanti”

Qualche tempo fa ho avuto l’opportunità di discutere con Valeria Maltoni, in merito ad una sua frase rivolta principalmente al mondo marketing:”get out there and talk to your customers”. Giustamente Valeria sottolinea la necessità della conversazione, come un elemento fondante delle relazioni con i clienti. Io ho osservato che questa esortazione, sulla base delle considerazioni di cui sopra, dovrebbe essere rivolta al mondo dei seller più che al marketing team.

Ieri sul suo blog Conversation Agent, Valeria Maltoni ha pubblicato un post proprio su questa discussione ed ha posto alla rete la domanda su chi dovrebbe essere il destinatario della frase:”"get out there and talk to your customers”, il mondo sales o quello marketing? Nel suo post Valeria cita, inoltre, un suo amico del reparto vendite che:”once told me that he would never share his top clients with the marketing team; he would ask for referrals from them only for his sales calls”.

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Caccia a Ottobre 2.0

Sembra che il mese di Ottobre sia il mese più adatto alle rivoluzioni.

Leggendo l’inserto di Repubblica Affari & Finanza si scopre - articolo di Stefano Carli, pag 37 - che la pubblicità online sta crescendo a ritmi travolgenti. Solo negli Usa tra aprile e maggio il mercato della pubblicità su internet a superato “la barriera psicologica dei 5 miliardi di dollari”. Ma la cosa, per così dire rivoluzionaria, è che come scrive Stefano Carli nello stesso articolo:”D’altra parte se negli Usa 53 milioni di persone, ossia il 44% degli adulti che navigano su Internet, sono anche creatori di contenuti, il fenomeno non può essere trascurato.” Nielsen sembra aver capito da che parte spira il vento, da poco, infatti, è visibile il nuovo portale Nielsen Online, nato dall’integrazione di Nielsen//NetRatings e Nielsen BuzzMetrics.

La rivoluzione non si ferma solo agli USA, ma è ben più forte in UK. Tanto per fare un esempio, questa mattina il titolo della newsletter di iMedia Connection, Uk Edition era:”Traditional media running scared as U.K. online growth storms on“.

Un post di Tommaso Tessarolo, mette in evidenza come i Radiohead abbiano spazzato via in un solo colpo tutti le forme di intermediazione nel mondo musicale:”impressionanti sono i numeri dichiarati dai Radiohead per la prima settimana di distribuzione del loro nuovo capolavoro “In Rainbows”. Per chi non lo sapesse l’ultima fatica della band di Thom Yorke nata nello Oxfordshire nel 1986 è stata pubblicata solo su Internet scaricabile gratuitamente con l’opzione per lasciare “una mancia” prima di portarsi il malloppo a casa. E’ in pratica un esperimento a donazione libera dove chi vuole scarica senza pagare, chi invece vuole premiare gli artisti può farlo liberamente. In questa operazione non è stata coinvolta nessuna produzione, distribuzione, etichetta, agenzia stampa e non è stata attivata nessuna campagna promozionale. E’ bastato solo far circolare la notizia per traformare “In Rainbows” in un precedente epocale: 1.2 milioni di download in una settimana, con una media di $8 per album “donati” dai fans, per un totale di circa 10 milioni di dollari incassati. Diecimilioni di dollari puliti, senza per l’appunto intermediari, ed in una sola settimana.

Questi sono, a mio modesto avviso, degli indizi che testimoniano l’esistenza di una rivoluzione ancora in atto, che va molto oltre il semplice termine buzz Web 2.0 presente in molti convegni, anche autorevoli. Voi che ne pensate?

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Nuovo Cinema L’Oréal

Professionale. Ecco questo sarebbe l’aggettivo che adopererei se dovessi descrivere con una singola parola lo staff di L’Oréal Paris, che ho avuto la possibilità di incontrare a CINEMA. Festa Internazionale di Roma. La parola professionale è però una sintesi fredda, che non fa molta giustizia dello spirito con cui le persone di L’Oréal Paris stanno realizzando in forma concreta la sponsorizzazione L’Oréal Paris di CINEMA. Festa Internazionale di Roma.

 

L’Oréal Paris sta portando avanti un “progetto a 360°”, un progetto complesso, che facendo un parallelo storico e rimanendo sempre in terra di Francia, è strutturato come le macchine sceniche del teatro di Moliere; opere di grande ingegno nate per destare meraviglia alla corte di Luigi XIV. Oggi il Teatro è diventato Cinema ed il re ora è il cliente L’Oréal, ma il fascino è rimasto sempre lo stesso.

 

Parte importante di questo spettacolo nello spettacolo è il salone di maquillage e styling. Un salone ampio e luminoso dove il colore rosso del pavimento e il nero degli abiti dei truccatori L’Oréal Paris, colori della passione e dell’eleganza, richiamano quelli della Festa Internazionale del Cinema di Roma. “L’Oréal Paris ama le donne nel cinema e nella vita. Perché tutte le donne valgono”, così recita la frase contenuta nella prima pagina della cartella riservata alla stampa e il salone di maquillage e styling è la realizzazione pratica di questa stessa filosofia. Un team di truccatori sarà, infatti, a disposizione del pubblico, su appuntamento e in maniera gratuita, per tutta la durata della festa.

 

Il salone di maquillage e styling L’Oréal Paris è però solo una parte del progetto a 360°. Tanti sono gli ingranaggi e gli eventi che fanno parte di questa macchina. Avvenimenti, cose visibili ed invisibili e, come in tutte le magie, segreti di cui non sta bene rivelarne i trucchi. C’è la mostra fotografica dal titolo “La bellezza nel cinema. 9 modi di essere star” che si trova nel foyer Sala Sinopoli dell’ Auditorium, ma ci sono anche i team che viaggiano per tutta la città e che truccano le celebrities a domicilio. C’è L’Oréal Professionnel che ha allestito un backstage dove i giornalisti accreditati possono ricevere, su appuntamento, un servizio di maquillage L’Oréal Paris e un servizio di brushing L’Oréal Professionnel e ci sarà il 27 ottobre il Premio Miglior Maquillage della Festa Internazionale del Cinema di Roma. La giuria di questo premio è presieduta da Simone Belli truccatore famoso, che spesso si trova sul set di importanti produzioni cinematografiche.

Un link vale però più di mille parole e per capire meglio il progetto L’Oréal Paris per Roma ecco l’indirizzo www.lorealroma.it.

L'Oréal

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L’Oréal Brandstorm 2008

In questi ultimi tempi il concetto di UGC - User Generated Content - va sempre più di moda. Molti editori provano, infatti, a sperimentare la nuova via del marketing e della comunicazione, che consiste nel lasciare agli utenti il compito di costruire un contenuto giornalistico. Gli utenti sono spesso invitati ad inviare foto o video di eventi e i blogger sono sempre più al centro dell’attenzione.

Lo stesso fenomeno si osserva anche nella realizzazione di prodotti o addirittura nella definizione campagne pubblicitarie. Alcuni brand, infatti, stanno provando a confrontarsi con l’entusiasmo e la competenza dei prosumer per definire le caratteristiche ottimali di un nuovo prodotto oppure per avere suggerimenti su come impostare la campagna marketing di quello stesso prodotto. In questi casi si parla di user generated design. Spesso i risultati sono ottimali in quanto il prodotto finale è stato generato dallo stesso mercato cui è destinato; un mercato che è fatto da persone che naturalmente sanno molto bene cosa desiderano.

Non tutti i prodotti però si prestano allo stesso modo a questo tipo di operazioni, alcune volte la competenza e la professionalità che richiedono il design dei prodotti o la complessità delle campagne marketing vanno ben al di là dei semplici buoni propositi. Molto probabilmente per i prodotti appartenenti alla sfera dell’elettronica di consumo il discorso è più semplice, mentre un profumo od un rossetto sono prodotti che richiedono un sensibilità molto diversa da quella dei nerds.

L’Oréal, un’azienda che non ha certo bisogno di presentazioni, sembra sia riuscita nell’impresa di coniugare insieme la competenza e la professionalità con un certo grado di entusiasmo e spontaneità.

In tempi non sospetti L’Oréal ha lanciato un gioco di marketing internazionale, L’Oréal Brandstorm, che è un evento riservato gli universitari di marketing di tutto il mondo. L’Oréal Brandstorm è una competizione a livello planetario e l’ultima edizione nel 2007 ha visto la partecipazione di 4.400 studenti provenienti da 200 università in 35 paesi.

I concorrenti che partecipano al gioco L’Oréal Brandstorm devono rivestire il ruolo di un International Brand Manager. In pratica, come è ben descritto nel sito di L’Oréal Italia: I concorrenti devono vestire gli abiti di un direttore marketing, lavorare con un’agenzia di comunicazione e ri-pensare la marca, elaborando una strategia di marketing internazionale di lungo periodo”.

L’Oréal Brandstorm 2008 ha già un sito dove ci si può iscrivere e partecipare alla competizione.

La finale sarà a Parigi nel giugno del 2008 e il primo premio in palio per il team vincente nella finale internazionale sarà un viaggio del valore di 10,000 euro nella città scelta dal team.

Non siete ancora convinti e perciò non siete corsi subito ad iscrivervi al sito L’Oréal Brandstorm 2008? Allora provate a guardare questo trailer.

It’ your turn.

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Blog in azienda

“Bene, io non sono certo un esperto di web, ma sosterrei che, nonostante l’influenza di internet sulle decisioni di acquisto, la maggior parte delle grandi aziende tuttora comunica utilizzando le stesse sterili e protette tecniche che hanno utilizzato nei luoghi più tradizionali sin dal tempo in cui iniziai la mia carriera”. Questo è quello che pensa Bob Lutz, vice presidente di General Motors e se lo dice lui è molto probabile che sia molto vicino al vero. Bob Lutz è però un dirigente d’azienda molto particolare e potremmo anche dire che è un po’ di parte. Bob Lutz è infatti un blogger e la frase riportata sopra è contenuta nella prefazione di ”Blog in azienda“, che è l’edizione italiana - casa editrice ETAS- dell’ ormai pluritradotto libro di Debbie Weil: “The Corporate Blogging Book”.

L’edizione italiana è stata curata da Leonardo Bellini, che oltre al lavoro di traduzione ha arricchito l’esperienza della lettura del libro di Debbie Weil con le interviste a 4 corporate blogger italiani, tutte riportate nella postfazione: Andrea Andreutti, web marketing manager di Samsung Italia e responsabile del blog Samsung Italia News; Valentina Tolomelli, webmarketing manager di Ducati.com, dietro le quinte del famosissimo Desmoblog; Alessandro Leoni, amministratore delegato di Plastiweb, che descrive Duck Side il blog di Mandarina Duck e le persone che ci sono dietro, prima fra tutte Ducky (ospitata anche su The Marketer) e last but not least Nicola Zago, responsabile della comunicazione di Lago SpA e il cui blog è Design Conversations.

Blog in Azienda è un libro di appena 222 pagine e di facile lettura, anche se andare avanti fino alla fine si rivela un impresa molto piacevole. Un libro così pieno di citazioni e informazioni ti porta a riflettere, specialmente nel caso in cui il lettore deve decidere se dotare o meno la propria azienda di un blog. Uno dei pregi del libro di Debbi Weil è, infatti, quello di non sottovalutare le difficoltà e le ansie delle aziende messe di fronte al fenomeno dei blog: il capitolo 3, “confrontarsi con la paura di bloggare” si occupa proprio di queste ansie.

Blog in Azienda si rivela inoltre una fonte incredibile di concetti, che almeno per il panorama italiano, sono ancora nuovi come ad esempio il blog interno, il ROB (Return on Blog) e il microbrand globale.

Secondo voi i CEO dovrebbero bloggare? Debbie Weil ha dedicato tutto il capitolo 5 del suo libro per cercare di rispondere a questa domanda. Io dal canto mio mi limito a citare Jonathan Schwartz, presidente e COO di Sun Mycrosystems:”Ok sto lanciando un blog. Perché un dirigente d’azienda non dovrebbe lanciare un blog? Ehi, la vita è breve…”

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Finalmente Domenica

Oggi è Domenica e per questo post ho preso a prestito il titolo del film di un grande della cinematografia francese, François Truffaut. Ho scelto Domenica, ma in realtà potrebbe essere un giorno qualunque della settimana. La cosa importante almeno per questo blog è quello di ritagliare uno spazio, un luogo del tempo dove depositare i pensieri leggeri e quelli pesanti. I pensieri leggeri tipici di una giornata senza impegni e appuntamenti di lavoro e i pensieri pesanti dell’insostenibile leggerezza dell’essere.

“To be, or not to be: that is the question: whether ’tis nobler in the mind to suffer the slings and arrows of outrageous fortune, or to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them?” Così recita il triste Amleto, ma oggi per noi moderni principi danesi è ancora attuale essere? Potremmo tranquillamente cambiare la parola essere con apparire oppure guardare, desiderare o bramare. Ci sarebbe poi tutta questa differenza? Forse no.

Ci sono blog di parole e altri che si occupano, laggiù in fondo alla lunga coda, di design oppure di “stil”, oppure dell’uncinetto. Luoghi sperduti nel web, isole di felicità personale o condivisa tra pochi adepti. Una felicità che è l’acme dell’essere e che serve per:”to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them”.

La felicità è … essere fotografati per le strade di Berlino e dell’occidentale Istanbul come star del cinema o della moda: vesto quindi sono. Siamo superficiali, non profondi eppure la felicità è un attimo, godiamocela finché ci è consentito… essere.

Ringrazio Holger Gamper cicerone di Berlino per avermi fatto scoprire il link allo stil Berlinese.

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Il Camp sopra Berlino

L’Europa è in uno stadio di unificazione molto avanzato: abbiamo un Parlamento europeo, una moneta unica europea ed una Banca Centrale Europea. Eppure nonostante questo le diverse lingue europee costituiscono un grosso limite alla circolazione delle idee e sopratutto delle persone.

L’area geografica che va dalla Svizzera a sud, alla Polonia ad est, alla Francia ad Ovest è una zona dove in varie forme e dialetti si parla o comunque è predominante la lingua tedesca. Nella stessa Repubblica Ceca non è difficile trovare persone che parlino tedesco e lo scrittore Kafka del resto scriveva nella lingua germanica. Gli olandesi, inoltre, non hanno grosse difficoltà a capire quando parla un tedesco. Quest’area geografica è un ricco mondo culturale abitato da circa 100 e più milioni di persone che non sono molto inclini, se non quelle che appartengono ai ceti più alti e istruiti, a parlare la lingua inglese.

La ricca e potente Germania è il cuore economico di questo ecosistema culturale, ma ciò nonostante tutto il resto d’ Europa, complice anche la barriera linguistica, fa finta che questo mondo non esista. Sarebbe opportuno invece cercare di capire meglio cosa sta succedendo “oltrecortina”.

Un report del mese di Giugno di quest’anno reso disponibile da eMarketer afferma che nella sola Germania esistono 40 milioni di utenti internet attivi, un mercato enorme e molto dinamico anche dal punto di vista dell’e-commerce.

Un fenomeno interessante è la replicazione in lingua tedesca delle community o dei social network nati oltreoceano. Un esempio fra tutti è Xing il cui quartiere generale è ad Amburgo e che, sebbene abbia alcune caratteristiche peculiari, ha gli stessi scopi del ben più famoso LinkedIn.

L’importanza della Germania su Internet sta diventando così forte che perfino O’Reilly, la casa editrice che ha inventato il concetto del web 2.0 ha deciso che l’esposizione dedicata appunto al Web 2.0 avrà luogo a Berlino dal 5 novembre. Tra gli sponsor ufficiali l’unica voce autorevole italiana, anzi l’unica voce italiana è quella di Reply, che ha anche evidenziato l’evento sul proprio blog.

Qualche giorno prima, il 3 e il 4 novembre, sempre a Berlino avrà luogo un BarCamp Barcamp/Podcamp Berlin II che si preannuncia di dimensioni notevoli, visto anche il fatto che l’organizzazione ha dovuto riservare 100 posti per gli ospiti internazionali.

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