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Facejob

Mentre in Italia per molti, specialmente in area business, è ancora faticoso capire le dinamiche di internet, la Gran Bretagna si sta rivelando il paradiso del web. UK è sempre stata e rimane all’avanguardia in tutti i settori che hanno a che vedere con internet. Basti pensare che in Gran Bretagna, paese unico al mondo, lo share pubblicitario riservato a internet raggiunge addirittura il 17 %.

In Gran Bretagna, paese che ha dato i natali alla rivoluzione industriale, internet è quindi considerata una cosa seria, per gente adulta. Non basta, anche il web 2.0 e i social network stanno rapidamente diventando qualcosa di veramente importante.

Tutto questo dovrebbe farci riflettere e anche preoccupare. Il paese o l’azienda all’avanguardia in un settore diventa poi la guida che traccia il solco per tutti gli altri che seguono. Tracciare il solco significa anche decidere e stabilire le regole del gioco. Quando il solco è diventato troppo profondo poi è difficile cambiare strada. Questo dovrebbe servire da monito per tutti quelli, specie in Italia, che in passato hanno ignorato bellamente l’internet dei ragazzini e che ora vedono il loro business condizionato da ciò che stabilisce Google.

Un classico esempio di quello che sta accadendo in UK è lo scontro dipendenti e datori di lavoro che trova come campo di battaglia l’ormai noto Facebook. La cosa interessante del rapporto, diciamo così dinamico, tra datori di lavoro e dipendenti è che ora Facebook è diventato anche un luogo dove trovare un nuovo impiego. Alcune aziende UK, infatti, assumono e selezionano personale tramite questo strumento. In fin dei conti con 3.2 milioni di utenti in UK è anche naturale che Facebook possa essere usato come un recruitment tool. In quest’ottica il nostro profilo può essere considerato come un CV “onesto”. Chi siamo, cosa facciamo, i nostri gusti e le nostre tendenze politiche sono tutte a disposizione.

Attenzione però, anche non mettere nulla nel profilo di Facebook o scrivere dati falsi o anche avere tanti o pochi friends sono elementi che definiscono la nostra personalità agli occhi di un selezionatore. Non esserci è come dire non ci voglio essere.

La versione online del giornale inglese The Guardian riporta un articolo il cui titolo è Hire profile, nel quale l’argomento del recruitment non convenzionale viene tratatto ampiamente.

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Non solo blog

La parola politica, derivata dal greco polis, che significa città; l’antica città greca, che però ora è diventata qualcosa di più evoluto, più difficile da governare. La città è diventata, infatti, nazione, economia, commercio mondiale, inquinamento.

Il compito nobile della politica dovrebbe essere quello di gestire al meglio quest’insieme di cose. Putroppo nella percezione comune la parola politica ricorda solo le istituzioni ed i partiti. La parola politica dovrebbe invece essere, vista la complessità delle sfide del mondo in cui viviamo, come qualcosa di più allargato, che coinvolge anche gli altri strati della società.

Chi dirige un’azienda, specie se questa è di dimensioni tali da andare oltre il territorio nazionale, non ha necessariamente occhi solo per fatturato, fusioni e trattative sindacali. La complessità del mondo attuale e le scelte che devono fare ogni giorno implicano che anche i manager debbano in qualche misura occuparsi di politica. Naturalmente mi riferisco ad una politica diversa da quella dei colori dei partiti. La politica che ho in mente è, infatti, quella che ha un orizzonte futuro più ampio, una politica che è fatta di scelte strategiche e tecnologiche di ampio respiro.

Rimanendo in tema di politica, quella politica appunto, segnalo che in questi giorni è stato pubblicato il libro Non solo blog, La tecnologia di cui avremo bisogno, edizioni ETAS, curato da Maurizio Guandalini.

Non solo blog è un libro corale con scritti firmati dai massimi dirigenti di alcuni dei più grandi marchi internazionali che, come è riportato sulla quarta di copertina:”provano a guardare lontano, a fare un pò di sana previsione e a individuare le soluzioni applicative che sembrano più promettenti e sulla quali l’industria italiana può realmente scommettere“.

Non solo blog non è un arido libro di tecnica o di economia, i 14 saggi sono infatti scritti con lo scopo di divulgare idee strategiche e tecnologiche, e quindi in ultima analisi anche politiche, che l’Italia dovrebbe fare per stare al passo con il resto del mondo. Gli autori dei 14 saggi sono: Enzo Biagini AD di Apple Italia, Gianfranco Lanci presidente di Acer Inc., Andrea Pontremoli ex AD di IBM, Enrico Albizzati AD di Pirelli Labs, Massimo della Porta di SAES Getters, Vincenzo Giori AD di Siemens, Massimiliano Magrini Country Manager di Google Italia, Antonio Marcegaglia CEO di Marcegaglia S.p.A., Federico Minoli ex AD di Ducati, Moretti Polegato di Geox, Vincenzo Novari AD di 3 Italia, Orlandi di Sorgenia, Umberto Paolucci Vicepresidente di Microsoft, Elserino Piol di Pino Partciapazioni S.p.A.

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ZZUB Marketing

Questa mattina nella cassetta delle lettere ho trovato una busta con impresso l’ormai mitico marchio ZZUB. Sapevo benissimo cosa c’era lì dentro eppure la cosa mi intrigava lo stesso. ZZUB funziona! ZZUB funziona!

Una volta aperta la busta cosa ho trovato?

a) una lettera che confermava la mia partecipazione attiva al passaparola per la campagna Vodafone Raccolta Telefoni che è in corso in questi giorni in varie città italiane.

b) materiale informativo Vodafone che spiega il perché della campagna con messaggi interessanti e credibili.

c) una ricarica Vodafone da 10 euro, premio per l’attività di ZZUBBER.

La cosa che più mi colpisce di questa campagna è che Vodafone non mi coinvolge, anche dandomi del denaro, per farmi comprare un nuovo cellulare. No, i messaggi sono invece: un mondo più sano si costruisce adesso, buttare il tuo vecchio cellulare nel posto sbagliato è come disperderlo nell’ambiente.

Vodafone è una corporate che deve far quadrare i conti come tutte le altre aziende. Allora perchè spende tempo e denaro per far riciclare in modo corretto dei vecchi cellulari? Perché preoccuparsi delle sorti di questo pianeta? Perché non mi ha inviato una semplice cartolina buono sconto?

Vodafone con questa campagna di raccolta dei telefoni usati, sta facendo qualcosa di molto più complesso e intelligente. Il bello di tutta la questione è, infatti, che Vodafone non sta cercando di vendere, ma al contrario sta cercando di acquisire fiducia e credibilità. Vodafone ha capito che la sensibilità estetica ed ecologica di alcuni dei suoi clienti può essere molto infastidita da brutali messaggi, del tipo compra qui, sconti su, offerte giù.

La campagna di buzz marketing Vodafone realizzata e gestita da ZZUB, cui ho aderito volentieri e non certo per i 10 euro, dimostra che forse il tempo della pubblicità invasiva è terminato. Nessuno mi ha costretto ad iscrivermi alla campagna e penso che lo avrei fatto anche se fosse stata senza premio. La busta non è stata inviata a migliaia di utenti ignari, ma solo a quelli che si sono iscritti volontariamente. Questo tra le altre cose ha comportato anche un notevole risparmio di carta e d’inchiostro.

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I’ve seen things you people wouldn’t believe

Così recita nel suo famoso monologo il replicante Roy, nel film Blade Runner. Il mondo attuale vive sussulti, anche violenti, perché viviamo in un periodo storico di transizione che va dritto nella direzione di uno dei mondi descritti da Roy. Uno dei fattori scatenanti dei grandi cambiamenti e troppo spesso considerato l’imputato numero uno nei salotti televisivi, è la Rete. Internet è per noi, infatti, il nuovo mondo, le nostre Americhe. Un luogo da conquistare ed esplorare, pieno di selvaggi pericolosi.

I primi coloni ad accorgersi che nel nuovo mondo le regole della comunicazione sono diverse da quelle fino ad ora utilizzate sono le grandi corporation. La pubblicità classica su internet non funziona più. I coloni sono agitati e le loro guide indiane, i centri media, le agenzie di pubblicità e gli editori, non sono certo di aiuto. Troppo whisky, direbbe qualche patito dei vecchi film western.

I segnali ci sono tutti, stiamo per assistere a qualche big bang della comunicazione. La storia e la biologia ci insegnano che i cambiamenti, quelli veri e non le mode, sono sempre repentini e violenti e fanno morti e feriti.

Le corporation stanno, infatti, per sbarazzarsi degli editori e delle agenzie pubblicitarie. Trevor Edwards, Nike’s corporate vice president for global brand and category management, in un articolo del New York Times afferma:”We’re not in the business of keeping the media companies alive” e aggiunge:”We’re in the business of connecting with consumers”. In pratica è come se avesse detto toglietevi di mezzo che mi ostruite il passaggio. Sempre nello stesso articolo vediamo che nei fatti è stata fatta una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei media. L’anno scorso la Nike ha investito solo il 33 per cento dei 678 milioni di dollari del budget dedicato alla pubblicità USA negli spot televisivi e nella comunicazione tradizionale. Ok, Do not panic, forse è solo Nike. Come? Non credete che sia solo la Nike a ragionare così, vero? Fate bene.

IBM, il colosso dell’informatica ha pubblicato uno studio, che ha coinvolto più di 2.400 consumatori e 80 esperti di advertising, che indica come siamo molto vicini a the end of advertising as we know it. In agosto il gigante di Armonk aveva già dimostrato l’inesorabile declino della TV come media principale. Ora il recente survey ci informa che se i maggiori player coinvolti nell’advertising non cambiano rapidamente registro le cose si potrebbero mettere molto male:”Traditional advertising players risk major revenue declines as budgets shift rapidly to new, interactive formats, which are expected to grow at nearly five times that of traditional advertising. To survive in this new reality, broadcasters must change their mass audience mind-set to cater to niche consumer segments, and distributors need to deliver targeted, interactive advertising for a range of multimedia devices. Advertising agencies must experiment creatively, become brokers of consumer insights, and guide allocation of advertising dollars amid exploding choices. All players must adapt to a world where advertising inventory is increasingly bought and sold in open exchanges vs. traditional channel”

In Italia? Che succede nel bel paese?

Fulvio Zendrini, senior vice president advertising and image del gruppo Piaggio, afferma in un’ intervista che trovate su DailyOnline:”La televisione tradizionale è morta e sepolta. L’ho detto sette anni fa al Convegno nazionale della pubblicità a Roma e mi hanno dato della “Cassandra”. Adesso Mediaset sta cercando di correre ai ripari perché la gente non guarda più la tv tradizionale. Le televisioni tematiche si stanno nello stesso tempo sviluppando enormemente, mentre internet costruisce le proprie televisioni, You Tube imperversa, il quotidiano “La Repubblica” ha attivato la televisione all’interno del suo sito e altri quotidiani puntano molto sull’informazione online. Ritengo che stia veramente cambiato tutto e chi non sa o non ha saputo adeguarsi a questi mutamenti epocali adesso è morto.” In rete, su blogosfere si trova anche un’intervista video, sempre a Fulvio Zendrini, che ritengo molto efficacie.

Vale la pena di leggere il pensiero di Emanuele Bruno, direttore responsabile del settimanale Pubblicità Italia, il quale nell’editoriale del numero 38 di Pubblicità Italia afferma:”La penetrazione delle reti generaliste nel giorno medio sul target individui nel periodo che va dall’uno settembre alla fine di ottobre è calata dal 14% del 2006 - che pure veniva considerato un dato basso, provocato dalla eccezionale situazione di bel tempo dell’anno passato - fino al 13,6% del 2007. Un -0,4% di rating che in termini di ascolti si traduce in un ammanco di poche decine di migliaia di spettatori, ma che se invece si considera il prime time si traduce in un passivo vicino a quota 800.000. Quello che pare affermarsi è cioè un trend per cui, come negli Usa, il progressivo restringimento delle audience della tv generalista (sotto l’attacco dei nuovi media), finisce per non ridurre più di tanto la quota d’introiti pubblicitari del mezzo. Per ora”.

Per ora, appunto.

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Il mondo nuovo

Le fin troppo percettibili variazioni climatiche sono l’indizio di qualche possibile catastrofe futura di dimensioni planetarie e questo semplice fatto ha spinto sempre più gli scienziati a gridare l’allarme generale. Tutto questo sembrerebbe, e sottolineo sembrerebbe, aver spinto le aziende di dimensioni globali a riconsiderare almeno in parte la propria ragione d’essere. Un’ azienda, una corporation, ha come scopo finale quello di creare profitto e ridistribuire i guadagni ai propri referenti e cioè gli azionisti.

La teoria degli stakeholder, ha rimesso in discussione questo dogma, ponendo in risalto la responsabilità delle aziende quando queste determinano con la loro azione le così dette esternalità negative. Un’esternalità negativa è, ad esempio, l’inquinamento di un corso d’acqua. In passato un’azienda tipica considerava come costi di produzione solo il pagamento dei materiali dei fornitori e la manodopera. Le emissioni di gas nocivi e l’inquinamento dei laghi e dei fiumi, le esternalità negative appunto, erano considerate a costo zero. Qualcosa è però cambiato. Si va sempre più affermando tra le aziende il concetto di responsabilità sociale.

Qui in Italia abbiamo molti esempi di aziende che hanno istituito vere e proprie divisioni dedicate al Corporate Social Responsibility. Un caso molto interessante è quello di Vodafone Italia, che proprio in questi giorni sta conducendo una campagna di raccolta dei telefoni e batterie. Vodafone Italia sembra però andare oltre e non solo è possibile scaricare dal suo sito il bilancio della responsabilità sociale 2006-2007 e e quello degli anni scorsi, ma è possibile scaricare anche il Bilancio di Missione 2006 della Fondazione Vodafone Italia. Vodafone Italia fortunatamente non è sola.

Eni ad esempio sta portando avanti la campagna 30PERCENTO che con 24 consigli vuole spingere le persone ad avere una più oculata idea del consumo energetico.

La Coca-Cola HBC pensa positivo e dedicata una parte del suo sito alla Responsabilità sociale. Sempre la Coca-Cola HBC consente di scaricare vari report sullo stato dell’arte e del cammino di avanzamento dell’azienda verso la responsabilità sociale. Inoltre qui è possibile scaricare il rapporto socio-ambientale 2006 di Coca-Cola HBC.

Un ultimo esempio è il gruppo Autogrill che dal 2002 si è dotato di un codice etico. Il gruppo Autogrill presenta sul suo sito un’ intera sezione dedicata alla Responsabilità sociale.

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Love & Love

Kevin Roberts il CEO Worldwide di Saatchi & Saatchi e anche autore del libro The Lovemarks Effect è stato uno dei nomi di spicco del World Business Forum 2007, che si è tenuto a Milano il 23 e 24 ottobre scorso. Putroppo non ho avuto modo di seguire personalmente i lavori del World Business Forum.

Gianfranco Chicco, Direttore Marketing di HSM Italia, la società ideatrice e organizzatrice del World Business Forum 2007 mi ha dato la possibilità di pubblicare su The Marketer la versione italiana del suo articolo su Kevin Roberts. La versione in inglese dell’articolo è stata pubblicata su Jack of all trades…, il blog di Gianfranco Chicco.

Qui di seguito l’articolo di Gianfranco Chicco.

Prendo Kevin Roberts per tirare fuori qualche conclusione del World Business Forum 2007, che si è tenuto a Milano il 23 e 24 ottobre, perché probabilmente è il più rappresentativo per noi “marketer” (anche se non mi considero un pura sangue del marketing ma piuttosto un “business developer” che ora dedica gran parte del suo tempo ad attività classificabili come “marketing”).

Kevin è partito forte, sentendosi il prosciutto del panino tra un personaggio di legenda come Alex Zanardi e Renzo Rosso(fondatore e presidente di Diesel), definito tecnicamente da Roberts come un “fucking genious!“… “io Kevin Roberts sono la scimmia e Renzo è il suonatore dell’organetto“. Poi ha affermato che “nella prossima ora tenterò di insultare tutti, e se vi manco non vi preoccupate… non importa il vostro sesso, se siete gay o etero, giovani o vecchi, che squadra tifate… I WILL FIND YOU!

E subito dopo è venuta la sua affermazione più mobilitante: “è un grande momento per essere vivi nel mondo del business perché tutto sta cambiando“. Ed il primo colpo è andato dritto alla mandibola del paradigma di molti manager (in particolare quelli con un MBA alle spalle): “io non credo nella strategia” (e mentre lo diceva sperava che Michael Porter altro relatore del WBF 2007 non fosse ancora in sala).

Io credo che il successo di un’azienda possa essere misurato in proporzione inversa rispetto al suo tempo speso in strategia

Crede lui veramente che le strategie non servono? La mia impressione è di no, ma serve a modo di provocazione contro un termine molto ampio e spesso abusato. Ed è all’abuso di strategia al quale punta questo guru della comunicazione. “Strategia” si potrebbe applicare al business in generale, ma anche alle micro-attività che compongono una società. Roberts punta alle strategie statiche e troppo “segamentalesche”, dove si tenta di prevedere tutto sulla carta o creare ipotesi sciocche con tale di dire che si è pensato a tutto (qualcuno ha mai visto un Business Plan di una dot.com alla fine degli anni 90? io si e… ). è perché secondo lui le strategie non servono? Perché viviamo in un mondo di cambiamento costante, dove i consumer non sono strategici, e i business non sono strategici e i governi non sono strategici… (e di questa ultima cosa noi italiani ne sappiamo qualcosa).

Kudos para Kevin, è un buon punto.

In passato credevamo nel governo, la religione, la famiglia. Però non possiamo più seguire la leadership di queste istituzioni”.

Il Business è l’evento principale, ma non il business come è praticato oggi in America e nel così detto mondo sviluppato. Io non sono a favore del capitalismo dell’esclusione. Il futuro del business è il capitalismo inclusivo”.

Ai suoi allievi del MBA di Cambridge insegna che il ruolo del business è quello di fare di questo mondo un posto migliore per tutti. Perché solo noi nel business possiamo creare nuovi posti di lavoro, creare scelte, creare autostima. E questo dovrebbe essere il ruolo da giocare. è una sfida enorme perché finora il focus principale del business era creare valore per gli azionisti (che è abbastanza ovvio).
E poi ha fatto vedere il seguente video su come gestiscono le sfide in Nuova Zelanda (il suo paese di origine):

http://www.youtube.com/watch?v=0HHg4TMxJHk

Tutto sta nel modo di impostare il business. Il “power shift” che viviamo nella società del XXI secolo (e per questo intendo certi mercati di Europa, America e Asia, ma certamente non tutti) ha riportato il potere ai consumatori.E’ uno dei primi consigli pratici e forse il più importante che spero di fare mio: “Go back to your business tomorrow and wright down your dream… get rid of your vision and mission statements”.Bisogna dare più importanza ai sogni… “You have to have a dream… People want to be part of a dream, want inspiration, work for something bigger that a product, a dream is about reaching for the stars, not counting them”.Se lavori per un’azienda che non ha un grande sogno, cambia il sogno…. o cambia azienda!Per chi non l’ha mai visto dal vivo, l’intervento di Kevin Roberts serve come ottima introduzione al concetto di Lovemark (è stato appena pubblicato in Italia il libro Lovemarks Effect). E per spiegare meglio come si posiziona un Lovemark rispetto a un brand “normale”, utilizza la rappresentazione di essi su due assi: Amore e Rispetto.

  • Poco Rispetto + Poco Amore: commodity. “no life here. it’s all the same, all crap”.
  • Molto Rispetto + Poco Amore: molti dei brand tradizionali risiedono in questo quadrante.
  • Poco Rispetto + Molto Amore: i brand di moda, quelli che vivono una breve ma intensa vita.
  • Molto Rispetto + Molto Amore: i Lovemark!

Altri brevi concetti che mi porto dietro dal suo intervento:

  • “Not attention economy” (bombardare la gente per catturare la loro attenzione). “We live in the attraction economy”
  • Ci sono due tipi di ROI. Quello “sbagliato”, Return on Investment, difficile da calcolare e non sempre significativo, e quello “giusto”: Return on Involvment (ritorno sul coinvolgimento), che in qualche modo si concentra sul rapporto empatico con le persone.
  • “move from big promises to intimate gestures”… (“consumer is sick of all this promises and false claims… everybody is claiming the same stuff: bigger, faster, whiter, cleaner…”)
  • “you must not become marketers anymore, you must become connectors!”
  • Consumers don’t want to be marketed”… “they’re too fast, too wise...”. “You must learn to connect with them… to give up control”. Quando ha detto questo mi è venuto subito in mente il caso di tanti business blog che non vogliono “give up control” e cioè, non accettano le regole di un media nel quale la sincerità e libertà di espressione dovrebbe essere la base indiscussa. Tante aziende utilizzano i blog come estensione dei loro strumenti di marketing diretto invece di dar vita a un canale di comunicazione che permette l’interazione con i propri clienti, fan, prospect e con il mondo in generale.
  • Stop thinking about consumers and start thinking about people” (più forte per favore… PEOPLE!!!)
  • There is no btob or btoc but ptop (people-to-people)
  • Wright connectivity plans, not marketing plans!” (giuro che ci proverò!!)
  • Lovemarks belive in mistery, sensuality and intimacy”.
  • I grandi budget non sono importanti. In ogni caso la gente non sa come spenderli.

L’unica cosa che non ho capito del tutto è la battuta contro Al Gore, che secondo Roberts ha vinto un Nobel al “buon uso del powerpoint”. Il film-documentario An Inconvenient Truth di Gore usa alla sua base una presentazione tipo powerpoint, però il tutto è stato strutturato come un film, nel modo che la Saatchi & Saatchi fa con tanti dei suoi spot. Dal mio punto di vista il lavoro di Al Gore fa una forte leva sul SiSoMo sight, sound and motion che Roberts predica, molto più di quanto Kevin voglia ammettere. Tenterò di chiederli cosa intendeva la prossima volta che mi capiterà di incontrarlo (chi mi conosce sa che purtroppo durante gli eventi che organizziamo non ho molto tempo per socializzare con gli speaker, perché sono sempre dietro le quinte a velare che tutto funzioni bene…).

Il World Business Forum è stato anche idee di leadership con Colin Powell, strategia con Michael Porter, design con Giorgetto Giugiaro e Renzo Rosso, Innovazione con Clayton Christensen, esperienze da CEO quali Antonio Perez (Kodak) e Bruce Chizen (Adobe), l’esperienza di Alex Zanardi, economia insieme ad Alan Greenspan e anticipazioni sui nostri prossimi 50 anni dal tecnologo e futurista Ray Kurzweil… e poi tanto networking, un ciclo di conferenze con oltre 30 relatori italiani e una bella area espositiva.

Kevin ha usato questo video per concludere il suo intervento:

http://www.youtube.com/watch?v=YtU0S1rG2fM

Links:
HSM (organizzatori del World Business Forum)
Blog Kevin Roberts
http://www.saatchikevin.com/
Selezione di alcuni video interessanti proiettati da Kevin Roberts durante la sua presentazione o sue presentazioni in altri eventi: http://www.saatchikevin.com/sisomo/TV_Ads_Viral_Video

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L’anello magico e i Radiohead

I Radiohead sono un gruppo musicale di cui si parla molto ultimamente. I Radiohead sono diventati oggetto di dicussione per il semplice fatto che si sono inventati un nuovo modo di diffondere la loro musica. La novità però non risiede nella tecnologia utilizzata, ma nel modello di business. Il modello di business dei Radiohead potrebbe essere catalogato sotto la voce al vostro buon cuore. In pratica si rilascia su un sito un intero album e si spera che i visitatori lascino un obolo, che ripaghi il gruppo delle fatiche musicali. Un’idea, questa della donazione volontaria, che è stata accolta in un primo momento come una speranza per arginare il download selvaggio e piratesco.

Ora, una ricerca-sondaggio di ComSpace sembra aver dimostrato - a onor del vero, più di un blogger contesta questi risultati - che più della metà dei frequentatori del sito abbia fatto un pasto gratis senza nemmeno lasciare la mancia. Risultato? Scandalo al sole e titoloni sui giornali online che dichiarano il flip, il flop e pure il flap dell’iniziativa.

Nonostante il polverone, fino ad ora nessuno sembra sia stato in grado di verificare - accetto smentite - se il ROI di questa iniziativa è positivo. In ogni iniziativa economica bisognerebbe sempre capire se il gioco vale la candela, eppure nessuno mi sembra si sia posto minimamente il problema. Il mio punto di vista è che se i Radiohead hanno ricavato un guadagno netto da questa operazione il loro successo è comunque pari al 100%. Il resto sono chiacchiere da caffé, per non dire di peggio.

La storia, come anche l’economia solida, non si fa con i se, con i ma e i sarebbe bello che. Tanto per fare un esempio la finanza creativa delle borse drogate dai maggiori guadagni ha contribuito a creare nelle persone aspettative pericolose, che inevitabilmete si traducono in rovine finanziarie come l’ attuale crisi dei mutui subprime.

Inoltre, ammettendo pure che le cifre della ricerca ComSpace siano attendibili, andrebbero considerati tanti fattori che rendono l’operazione molto positiva. Il 62% di pubblico non pagante può essere considerato anche come investimento pubblicitario - la pubblicità si paga - volto all’acquisizione di nuove fette di mercato. Quanti nuovi clienti hanno raggiunto i Radiohead con questa operazione? A tutto questo va aggiunto anche che qualunque imprenditore deve fare sempre i conti con pezzi difettosi la cui produzione ha comunque un costo. Mi sembra evidente che partire con l’idea che tutti i download sarebbero stati pagati è come immaginare un modo in cui le lampadine ad incandescenza abbiano un rendimento del 100%.

La cosa veramente interessante dei download a sbafo sul sito dei radiohead è che ripropongono il mito dell’ anello di Gige riportato nella Repubblica di Platone. L’anello magico permise a Gige di essere invisibile e di compiere non essendo visto i peggiori crimini dimostrando così che nessun uomo è così virtuoso da poter resistere alla tentazione di compiere il male se gli altri uomini non lo possono vedere e controllare.

Tornando alla valutazione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto riguardo le cifre della percentuale dei download senza rimorso ho visto che ci sono in gro dei post molto interessanti che vale senz’altro la pena di leggere. Segnalo il post di Stefano Quintarelli, che ormai:“Solo il Corriere ci fa una magra. Vorra’ dire che lo includero’ tra la lista delle mie fonti non certamente attendibili, da verificare sempre…”. Secondo Stefano Epifani:” i ragazzi di Oxford avrebbero bisogno di un buon consulente sul tema dell’usabilità“, ma c’è dell’altro. Dario Bonacina considera l’esperimento:”un successo clamoroso per i Radiohead e gli appassionati della musica, e anche un fantastico sforzo artistico.” Andrea Martinez conclude che questo evento:”metta finalmente d’accordo i detrattori di giornalisti e blogger: è andato in scena un gioco a rimpiattino fra chi misinterpreta più radicalmente dati già in origine precari.” Matteo Balzani di IMlog si domanda ironicamente se il titolo non sia sbagliato. Luca Sartoni si chiede:”Davvero qualcuno si aspettava che tutti i download venissero accompagnati da lauti pagamenti contesutali?” Il movimentato blog di Alessio Jacona dice molto. L’elenco è molto ampio e mi sono limitato a riportare i link di quelli che ho letto.

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Lattin Lover

The Coca-Cola Company, Microsoft, Sony Pictures Television and Verizon Wireless e tanti altri big brand potrebbero aderire nei prossimi giorni ad un programma rivoluzionario di advertising made in Facebook.

Alla fine di ottobre, quest’ idea era trapelata anche sul blog non ufficiale di Facebook, ed era stata subito definita come “the Google Adsense Killer”. In questi giorni la notizia è stata finalmente confermata e l’ormai famoso fondatore e CEO di Facebook Mark Zuckerberg ha presentato la sua pubblicità sociale, altrimenti nota come Facebook Social Ads™.

Nella presentazione ufficiale Mark Zuckerberg ha affermato:”“Facebook Ads rappresenta un modo nuovo di fare pubblicità online,” e ha aggiunto:”Nell’ultimo secolo i media hanno fatto propaganda verso la gente, ma da questo momento i marketers, le aziende, entreranno a far parte della conversazione.”

Mark Zuckerberg ha chiarito, inoltre, che:”Il cuore dell’ esperienza di ogni utente su Facebook è la sua pagina ed è proprio da lì che il business partirà. La prima cosa che il mondo del businesses dovrà fare è appunto definire una pagina che i loro clienti vogliono vedere.” In pratica proprio come ogni utente su Facebook ha imparato a fare, le aziende partiranno con una pagina bianca e aggiungeranno le informazioni che vorranno, incluse foto, video, musica e le applicationi della piattaforma Facebook.

Questo dal punto di vista delle aziende. Ma per noi utenti, cosa cambierà?

Leah Pearlman che è la Product Manager per Facebook Ads, ha provato a spiegarlo in termini semplici sul blog di Facebook. In estrema sintesi non cambiano alcune delle condizioni basilari:

  • Facebook rimarrà sempre pulito e non stipato.
  • Facebook non venderà mai nessuna delle informazioni.
  • Voi avrete un controllo sulle vostre informazioni e sulla vostra esperienza dentro Facebook.
  • Voi no vedrete più pubblicità di quanto non abbiate vista fino ad ora.

Allora cosa cambia?

Leah Pearlman riporta nel suo blog questo elenco:

  • Voi avete ora un modo per connettervi con i prodotti, le bands musicali e le celebrities presenti su Facebook.
  • La pubblicità dovrebbe diventare più importante e significativa per voi.
  • Ora avete l’opportunità di condividere le vostre attività su altri siti con i vostri amici su Facebook.

In pratica che succederà?

Sempre nello stesso post, Leah Pearlman ci descrive degli esempi di situazioni, che in sintesi si possono riassumere in questo schema: ad ogni azione di qualunque dei vostri amici su Facebook, che sia legata ad un gruppo musicale oppure sia correlata ad un libro, verrà associata automanticamente una pubblicità legata a quello specifico prodotto. Semplice no?

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La forza del disordine

Pochi giorni fa sono ritornato in una pizzeria, che non frequentavo da tempo. Questa pizzeria è abbastanza rinomata, il servizio è alla mano e questa cosa fa molto chic: praticamente devi fare quasi tutto da solo, la tovaglia è un foglio di carta e le posate le disponi tu come più ti aggrada. Pare di stare a casa di tua nonna. La pizza però è buona. Il tiramisù poi, non ne parliamo… è fenomenale, praticamente quello di tua zia. Ok facciamo che è la mia, in fin dei conti che ne so io se tua zia fa un buon tiramisù?

La cosa che mi colpisce di questa pizzeria è la gestione della fila: non c’è gestione. Esempio se nella fila sono presenti gruppi di due, tre e più persone e si libera un tavolo da tre entra prima il gruppo di tre, anche se questo è arrivato dopo il gruppo di due. Giusto? No però funziona, almeno per l’organizzazione della pizzeria.

Questa cosa mi ha fatto pensare al libro che ho letto ultimamente il cui titolo è tutto un programma: la forza del disordine.

La forza del disordine, scritto da Eric Abrahamson e David H. Freedman, edito in Italia da Rizzoli è un libro fatto apposta per i disordinati incalliti, specie se gestiscono negozi o affini.

Il primo accenno a come ordine e gestione del negozio non vadano proprio di comune accordo lo trovate nell’introduzione del libro, dove viene descritta la storia di un certo Essam, proprietario “disordinato” di una rivendita di giornali. Essam aveva come vicino un rivenditore di giornali che al contrario era ordinatissimo al punto tale da gestire tutto con un ordinateur, come direbbero i francesi, un computer diremmo noi. Essam vendeva meno giornali del suo vicino proprio a causa dell’inefficente organizzazione del suo negozio. Essam però è rimasto e l’altro ha chiuso. Essam alla fine della giornata faceva molti più soldi. Perché? Bella domanda, pensate alla coda della pizzeria e forse troverete la soluzione.

La forza del disordine è un libro pieno di aneddoti che mettono in seria crisi la nostra cieca fede nell’organizzazione e nell’ordine. Tra tutti gli esempi vale la pena di ricordare il negozio di ferramenta super stipato e pieno fino all’inverosimile di oggetti introvabili. Un negozio di ferramenta che secondo il libro si trova a Needham, piccolo sobborgo di Boston e il cui proprietario è un certo Harvey Katz. Questo negozio funziona ed è a prova di concorrenza perché è la realizzazione pratica della teoria della coda lunga, ormai diventata famosa grazie al lavoro di Chris Anderson.

Spesso, come è ampiamente descritto nel libro, l’ordine viene identificato da una scrivania ordinata o perfino sgombra. Nel primo capitolo del libro viene riportata una frase attribuita ad Albert Einstein:”Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa, allora, è segno una scrivania vuota?”. Come è la vostra scrivania? Ordinata tendente al vuoto? Allora è proprio il caso che andiate a comprare il libro la forza del disordine. Attenzione, però, se vi siete appena svegliati, prima di uscire non rifate il letto. Secondo alcuni rifare il letto è come allacciare le scarpe dopo che ve le siete tolte.

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Pozzi e Pozzanghere

It’s The War, Stupid!. Questa è, parafrasando ciò che veniva detto durante la campagna presedenziale di Clinton nel 1992, la frase che viene in mente per spiegare l’impennata del prezzo del petrolio, che proprio in questi giorni sta facendo tremare i mercati. Sotto i piedi del PKK, organizzazione indipendentista curda che la Turchia vuole annientare, dopo i recenti attentati e gli scontri al confine con l’Iraq, c’è un mare di petrolio. Che succederebbe se la Turchia avviasse un invasione su larga scala del nord dell’Iraq?

Aggiungiamo un pizzico di preoccupazione in più. Come l’autorevole New York Times sottolinea il vero motivo del perché il prezzo del petrolio è in fibrillazione è che presto o tardi ci potrebbe essere uno scontro armato con l’Iran:”Investors worry that any conflict between the West and Iran would disrupt oil supplies from the Middle East.” Non dimentichiamo che il Presidente degli USA, G. W. Bush, in una conferenza stampa ha parlato di una possibile Terza Guerra Mondiale:”So I’ve told people that if you’re interested in avoiding World War III, it seems like you ought to be interested in preventing them from have the knowledge necessary to make a nuclear weapon.”

Bel quadretto non vi pare? Bene non è finita, però.

A tutto questo va aggiunto che, se anche non ci fossero di mezzo le continue tensioni politico-militari, il prezzo del petrolio sarebbe comunque destinato ad aumentare, per il semplice fatto che prima o poi il petrolio finisce. Il recente aumento del prezzo della pasta e del pane è un chiaro indizio che qualcosa del genere sta già accadendo.

Farina e petrolio sono collegati tra loro più di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Tutto nasce dal fatto che i governi di molte nazioni sono fortemente impegnati a sostituire la benzina con l’alcool etilico. Il guaio è che un’ottima fonte per la produzione dell’alcool etilico è il granturco. Gli agricoltori hanno intravisto la possibilità di guadagnare molto diventando i “petrolieri” del futuro e stanno quindi coltivando sempre più granturco a discapito delle altre coltivazioni, grano compreso.

Ora indipendentemente da quale sarà la soluzione energetica alternativa, molti cominciano a lanciare segnali di allarme su possibili catastrofi future dovute alla scarsità di petrolio. Qualcuno ha anche realizzato un film documentario il cui titolo “A Crude Awakening“, sottotitolo The Oil Crash, è abbastanza esplicativo di quanto repentino e crudo - crude significa anche greggio - potrebbe essere il nostro risveglio.

Vale la pena evidenziare che proprio in Italia, a Rimini si è cercato di inquadrare i termini del problema e di dare una risposta alla domanda cruciale:”Quando la produzione di petrolio raggiungerà il picco e inizierà a diminuire?” Ne è anche scaturito un documento finale noto come Rimini Protocol, ovvero protocollo di Rimini. Il testo del protocollo può essere scaricato dal sito ufficiale del film.

A Crude Awakening è solo uno dei tanti segnali di come si stanno mettendo le cose. Recentemente ho avuto la possibilità di ascoltare e riportare un’intervista a Matthew Simmons in cui vengono descritti degli scenari futuri da brivido.

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