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Posts from — August 2008

The Marketer - notizie dallo spazio esterno - 29.08.2008

Alessandro Bevacqua nel suo blog WebA-Ziende ha pubblicato un post su YouTube dove vengono riportati casi di alcune “aziende che comprendono le eccezionali potenzialità del mezzo e cercano di sfruttarle per il loro Business”. Il post è fatto molto bene ed in maniera sintetica ci fa capire in maniera semplice e concreta come YouTube non sia solo il luogo preferito dagli adolescenti per caricare video goliardici come erroneamente certi media vorrebbero farci credere.

Su Mediameter troviamo un interesantissimo post che ci fa riflettere sulle conseguenze di alcuni cambiamenti metodologici nel mondo dei motori di ricerca. Si parla di Google Suggest e delle sue implicazioni a livello della coda lunga. Vantaggio pratico per l’utente, ma possibile e probabile diminuzione della profondità e della granularità dei risultati.

Federico Bo nel suo blog Moto browniano. La verità, vi prego, sul Web 2.0, ci prospetta in maniera dettagliata e puntuale un post su come dovrebbe essere strutturato un  Corso di Laurea in Scienze del Web. I commenti al suo post sono molti e le discussione è partecipata. Federico evidentemente ha colpito nel segno.

Gino Tocchetti nel suo blog Knowledge Ecosystem pubblica un post molto interessante che si basa su un concetto il KIBS che, perdonate la mia ignoranza, proprio non conoscevo. KiBS è un acronimo che significa Knowledge Intensive Business Services. Nel suo post Gino si pone come obiettivo quello applicare il KIBS all’interno della regione Veneto. Da seguire.

August 29, 2008   1 Comment

Groundswell

Charlene Li e Josh Bernoff della Forrester Research hanno coniato un nuovo nome per tutto ciò che noi fino ad ora descrivevamo come UGC, WEB 2.0, Social Media.

Groundswell è infatti il termine, con cui nel loro ultimo libro, i due analisti della Forrest Research sintetizzano le conseguenze sociali della rivoluzione digitale in atto: Groundswell, winning in a world transformed by social technologies, edito da Harvard Business Press.

Negli USA Groundswell sta diventando un vero best seller tra gli addetti al marketing e alla comunicazione perché ha il pregio di essere strutturato come un manuale utile alle aziende per affrontare l’onda dell’opinione pubblica, lo tsunami digitale, la rivoluzione sociale internettiana. Groundswell, appunto.

Cos’è groundswell? Purtroppo in italiano non esiste una parola equivalente a groundswell. Cercando tra i dizionari online si trovano riferimenti a quello che in italiano si traduce come maremoto. Esistono però anche definizioni relative a gruppi di persone che insieme e spontaneamente si sentono accumunate in una causa:A sudden gathering of force, as of public opinion: a groundswell of antiwar sentiment oppure a rapid spontaneous growth (as of political opinion) <a groundswell of support>.

Charlene Li e Josh Bernoff definiscono groundswell come:”A social trend in wich people use technologies to get the things they need from each other, rather than from traditional institutions like corporations“.

In pratica che significa?  Ebay o il meno famoso Etsy sono, ad esempio, “tecnologie” che consentono a tutti noi di acquistare oggetti messi in vendita da semplici persone e non quindi da negozi o magazzini, come avveniva in passato. Linux è un sistema operativo risultato dello sforzo congiunto di migliaia di persone. Linux non è stato creato da un’ azienda come Microsoft o Apple.

Le persone però non si limitano solo ad acquistare o creare prodotti o tecnologie. Le persone commentano, descrivono, scambiano idee, discutono e fanno tutto questo in maniera pubblica su forum, blog, YouTube, etc. Nel prossimo futuro il numero di persone che parteciperanno alla conversazione sarà sempre più grande e sarà sempre più facile trovare recensioni di ogni tipo su qualunque prodotto.

Tutto questo è un minaccia per le aziende?  Secondo Charlene Li e Josh Bernoff non necessariamente. I due analisti propongono, infatti, una metodologia che permette di definire meglio quale dei mille canali di comunicazione (blog, YouTube, Facebook, Forum) è il più adatto in termini di ROI per dialogare con la propria clientela. Questo metodo si basa su l fatto che tutti noi non siamo uguali. C’è chi partecipa ai forum scrivendo una critica aspra di un prodotto e ci sono poi quelli più “pigri” che si limitano a lurkare. Altri ancora raccolgono informazioni a tutto spiano e le rendono disponoibili agli altri.

Secondo Charlene Li e Josh Bernoff occorre fare per prima cosa un Social Technographics Profile della propria clientela cercando di capire come è suddivisa in base alle seguenti categorie: Creators, Critics, Collectors, Joiners, Spectators, Inactives. Il mix delle diversa categorie consente di capire dove indirizzare meglio il budget.

Se, ad esempio, la percentulale di Joiners è elevata - all’incirca la metà - allora è consigliabile investire in Social Network come Facebook, se invece la nostra clientela è composta principalemente da Creative e Critics allora è conveniente in termini di ROI investire nella creazione di una comunità che verrà monitorata per capire se ci sono problemi, lamentele oppure suggerimenti utili alla produzione.

Gli How to, i suggerimenti pratici, descritti nel libro di Charlene Li e Josh Bernoff non si limitano ovviamente al solo Social Technographics Profile, ci sono, infatti, anche case study dove video virali o blog aziendali vengono analizzati per dimostrare quando e come queste tecnologie devono essere utilizzate.

In conclusione Groundswell è uno dei pochi manuali in circolazione che vale i soldi spesi per acquistarlo.

Su minimarketing il blog di Gianluca Diegoli,  potete trovare un punto di vista diverso su Groundswell.

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August 29, 2008   1 Comment

YouTube va alla guerra

Le polemiche delle settimane scorse riguardanti la causa di Mediaset contro YouTube hanno dimostrato che anche qui in Italia l’impero Google colpisce ancora. In tutto il mondo l’editoria classica mondiale è ancora molto sospettosa nei confronti di internet e di tutti i tizi che la frequentano, specie quando questi caricano video che sono, diciamo così, presi a prestito.

Youtube è tra tutte la piattaforma più famosa e la più attaccata per il fatto che è possibile vedere spezzoni di film o trasmissioni caricate illegalmente dai propri utenti. YouTube non è però connivente con i pirati e avverte espressamente che uploadare video coperti da copyright è una pratica illegale.

Ora tralasciando tutte le questioni in legalese stretto, che a mio avviso sono poco interessanti e non fanno vedere il quadro generale, la questione di fondo nello scontro tra Mediaset e YouTube o negli Usa tra Viacom e YouTube è che Google, cioè la più grande agenzia di pubblicità su internet del mondo - non un editore come vorrebbero farci credere certi pseudo esperti - sta cavalcando la rivoluzione digitale in atto ( su un altro fronte Apple con iTunes sta facendo la stessa cosa ) per stravolgere il quadro della situazione.

Non chi produce, ma chi distribuisce ha il potere. Google e YouTube sono, infatti, un immensa macchina di distribuzione di pubblicità e contenuti. Allo stesso modo, tanto per fare un paragone, nel mondo reale, quello che frequentiamo tutti i giorni per fare la spesa è la grande distribuzione a farla da padrone.

Certo esistono dei software realizzati da Google per individuare facilmente i video coperti da copyright e sembrerebbe che il 90% di quelli che reclamano i loro diritti si convincono ad aderire al programma ideato da YouTube per fare soldi anche con i video pirata uploadati dai fan.

Questo è però tutto fumo per gli occhi. Google usa la sua forza, che qui in occidente ( in Russia e in Cina la storia è molto differente ) diventa di anno in anno più grande, per un solo scopo più o meno esplicito.

Tenere sotto scacco gli editori!

L’assioma di fondo è che internet, almeno in occidente, deve rimanere territorio Google e quindi tutti quelli che si rendono conto, ormai troppo tardi, che la rete è il futuro del business devono essere accuratamente tenuti fuori.

Microsoft, Viacom, Mediaset temono Google e fanno bene. Non è certo per caso che Google voglia evitare che Yahoo, il nemico di un tempo, vada a finire in mano a Microsoft.

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August 28, 2008   No Comments

Cloverfield esplode a Toronto e finisce su YouTube

Ogni giorno, in ogni momento tutti noi dividiamo il notro tempo interagendo con diversi media a seconda della nostri desideri o disponibilità. Il continuo cambio di canale (TV, radio, Ipod, internet, cinema) sta trasformando le nostre abitudini di fruizione al punto tale che il cinema è costretto ad utilizzare  linguaggi diversi, linguaggi che appartengono più ad altri media come la televisione: videoclip, riprese video amatoriali.

Chi ha visto Cloverfield ha un idea ben precisa di cosa significhi introdurre nuovi modi di comunicazione. L’uso “scomposto” ed amatoriale della videocamera, che ritroviamo ogni giorno nei video uploadati su YouTube, è stato il mezzo, la leva per dare allo spettatore la sensazione di realtà. Una realtà che però è finta perché mediata dalle webcamo o dalle handycam.

Cloverifield ha preso in prestito il linguaggio di YouTube e l’enorme esplosione di propano avvenuta il 4 agosto a Toronto ha dato a YouTube l’occasione di chiudere il cerchio imitando a sua volta Cloverfield.

Due tra le più famose star di YouTube, sxephil e kevjumba hanno, infatti, deciso di “ingegnerizzare” uno dei moltissimi video uploadati su YouTube dopo l’esplosione di Toronto. In pratica il video di Saejinoh, che risiede veramente a Toronto, è stato utilizzato dalla coppia youtubiana per realizzare due video che da prospettive diverse simulano gli istanti iniziali di Cloverfield. I loro due video insieme hanno raggiunto la quota di 850.000 visite in una sola settimana. Niente male no?

Attualmente i due video non sono più disponibili, probabilmente a causa proprio del troppo successo e di qualche implicazione legale sui diritti d’uso delle immagini. Rimangono però forti le tracce del buzz creato su internet dall’azione congiunta di Philip De Franco aka sxephil e Kevin aka kevjumba; due ragazzi che hanno chiaramente dimostrato come la nuova generazione, la generazione Y, è in grado di sostituire, usando pochi mezzi e molta creatività, la comunicazione classica, quella, per intenderci, delle agenzie di comunicazione e degli spot milionari.

Due mondi sono ora in contrapposizione. Uno crea business divertendosi mentre l’altro fa business che non diverte più nessuno.

Secondo voi chi esploderà alla fine?

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August 26, 2008   3 Comments

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