Caccia a Ottobre 2.0

Sembra che il mese di Ottobre sia il mese più adatto alle rivoluzioni.

Leggendo l’inserto di Repubblica Affari & Finanza si scopre - articolo di Stefano Carli, pag 37 - che la pubblicità online sta crescendo a ritmi travolgenti. Solo negli Usa tra aprile e maggio il mercato della pubblicità su internet a superato “la barriera psicologica dei 5 miliardi di dollari”. Ma la cosa, per così dire rivoluzionaria, è che come scrive Stefano Carli nello stesso articolo:”D’altra parte se negli Usa 53 milioni di persone, ossia il 44% degli adulti che navigano su Internet, sono anche creatori di contenuti, il fenomeno non può essere trascurato.” Nielsen sembra aver capito da che parte spira il vento, da poco, infatti, è visibile il nuovo portale Nielsen Online, nato dall’integrazione di Nielsen//NetRatings e Nielsen BuzzMetrics.

La rivoluzione non si ferma solo agli USA, ma è ben più forte in UK. Tanto per fare un esempio, questa mattina il titolo della newsletter di iMedia Connection, Uk Edition era:”Traditional media running scared as U.K. online growth storms on“.

Un post di Tommaso Tessarolo, mette in evidenza come i Radiohead abbiano spazzato via in un solo colpo tutti le forme di intermediazione nel mondo musicale:”impressionanti sono i numeri dichiarati dai Radiohead per la prima settimana di distribuzione del loro nuovo capolavoro “In Rainbows”. Per chi non lo sapesse l’ultima fatica della band di Thom Yorke nata nello Oxfordshire nel 1986 è stata pubblicata solo su Internet scaricabile gratuitamente con l’opzione per lasciare “una mancia” prima di portarsi il malloppo a casa. E’ in pratica un esperimento a donazione libera dove chi vuole scarica senza pagare, chi invece vuole premiare gli artisti può farlo liberamente. In questa operazione non è stata coinvolta nessuna produzione, distribuzione, etichetta, agenzia stampa e non è stata attivata nessuna campagna promozionale. E’ bastato solo far circolare la notizia per traformare “In Rainbows” in un precedente epocale: 1.2 milioni di download in una settimana, con una media di $8 per album “donati” dai fans, per un totale di circa 10 milioni di dollari incassati. Diecimilioni di dollari puliti, senza per l’appunto intermediari, ed in una sola settimana.

Questi sono, a mio modesto avviso, degli indizi che testimoniano l’esistenza di una rivoluzione ancora in atto, che va molto oltre il semplice termine buzz Web 2.0 presente in molti convegni, anche autorevoli. Voi che ne pensate?

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7 Comments

  1. La semplicità, l’onestà, la redditività di una scelta obbligata.
    Au contraire, l’ottusità e la cecità delle case discografiche.
    A parte la ‘a’ accentata, qualcuno un giorno dovrà scrivere un libro sull’incredibile strategia perdente portata avanti per anni dall’industria discografica e dalla sua incapacità a distinguere un medium (la musica) dalle tecnologie ad esso associate (grammofono, dischi, radio, musicassette, cd, internet, mp3 ecc.). Il medium resta, le tecnologie evolvono. Semplice.

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  2. Ciao Federico trovo il tuo claim ;-) affascinante:”Il medium resta, le tecnologie evolvono”. Eppure credo che internet sia una bestia differente rispetto a tutto ciò che l’ha preceduta. Se leggi le Invasioni Barbariche di Baricco scopriche i nuovi “barbari” non si adattano al territorio personalizzandolo, ma lo stravolgono completamente cambiandone la geografia. Ecco internet è un po’ la stessa cosa, una nuova geometria non euclidea, dove tutto è sullo stesso piano e la verità è polverizzata. Resistere ad una forza d’urto del genere è impossibile. Un parallelo con i mercati finanziari rende l’idea. Quale banca centrale può reggere un mercato globale che su spinte speculative ha deciso di annientare una moneta? Nessuna. Le dimensioni contano e credo che molti governi ancora non si siano resi conto dei numeri in gioco. Perfino una dittatura brutale come quella Birmana ha capito che l’unico metodo per fermare internert è “spegnere la luce”

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  3. Commento interessante, il tuo. Ne ho “tumbloggato” una parte.
    http://denoviweb.tumblr.com/post/17061730

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  4. perplesso e stupito.
    l’era del tutto gratis sta volgento al termine… e si va verso l’era delle donazioni.

    quindi bisogna investire nell’amore verso il proprio marchio?

    funzionerà per i cantanti o per la squadra del cuore… ma per l’azienda? quanta strada da fare…

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  5. Federico ti ringrazio molto per la citazione, messsa così fuori del contesto sembrerebbe la frase scritta da una persona autorevole… peccato che sono solo io ;-)

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  6. Ciao Andrea le aziende sottovalutano troppo l’ “amore” dei clienti per il brand. Non vorrei risultare blasfemo, ma non è un caso che negli USA si parla di evangelist.

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  7. E neanche che al concetto di brand si affianchi, nella nuova “economia emozionale” quello di “lovemarks” (via Jenkins, Cultura Convergente, Apogeo)

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