Etnografia applicata a FriendFeed

27 September 2009, di Roldano De Persio

Gli antropologi studiano gli uomini. Gli uomini creano culture dovunque vanno o si stabiliscono. Ora gli uomini hanno scoperto questo non luogo virtuale che è la rete. Internet è un immenso ecosistema, una galassia di mondi nuovi o morenti e tutto questo scorre sì nel tempo reale, ma anche in uno spazio non reale.

Essere in rete significa essere ovunque. Percepiamo i pensieri e le idee di chi sta a migliaia di chilometri di distanza “spazio reale” da noi.  Se lo spazio reale ci limita, anzi ci definisce come entità individuali, lo spazio virtuale ricrea quanto di più simile ci possa essere all’antico concetto dell’anima. Quest’anima però si fonde e condivide idee e sensazioni con altre “anime”.

FriendFeed è uno dei luoghi dove “sono” spesso ultimamente.  Potrei stare anche su altri micromondi o microsistemi, ma in questo momento lo ritengo il non luogo più interessante. Sono su FriendFeed come ci starebbe l’antropologo di origine polacca Bronislaw Malinowski, che ha stabilito un metodo, anzi uno stile che si riassume nella frase:”vivere proprio in mezzo agli indigeni”

Riprendo tale e quale la definizone su Wikipedia:” Secondo Malinowski, l’antropologo deve “osservare partecipando”. Il che vuol dire entrare in rapporto empatico con i nativi, prendere parte alla vita delle popolazioni che si osservano, allo scopo di cogliere il loro punto di vista, la loro visione del loro stesso mondo. Osservare partecipando significa altresì penetrare e cogliere dall’interno la vita delle popolazioni e delle culture. Per questo l’antropologo dovrà tenere un punto di vista distaccato e nel contempo farsi il più possibile indigeno e impegnarsi nell’esplorazione, e nella conservazione e diffusione della memoria culturale umana, delle pratiche e delle astuzie culturali della vita quotidiana come di quelle dei professionisti della cultura: intellettuali, uomini religiosi, politici.

Ora mi domando e vi domando. FriendFeed, non è forse una comunità, come potrebbe essere quella di Second Life? E ancora, può esistere un disciplina come l’Etnografia dei Social Network che ci aiuti a comprendere e a comprenderci, come fa l’antropologia in altri settori?

Dati questi micromondi, ha senso ancora parlare di numeri? Voglio dire che forse qui andrebbe valutato il concetto della coda lunga, dove da una parte abbiamo galassie gigantesche come Facebook e all’estremo opposto tanti piccoli sistemi( Second Life, FriendFeed). Ha senso continuare a dire che l’importanza di un sistema e direttamente proporzionale al numero degli individui che lo abitano?

L’importanza dal punto di vista antropologico di una popolazione come gli Yanomami, che vivono in Amazzonia, non è data dal numero degli individui, ma dalla loro unicità culturale. Perché non considerare FriendFeed allo stesso modo?

il SEO di FriendFeed
Share Ultimamente sembra che si stia proclamando la moria di tutto. Pochi giorni fa Micah Baldwin ha proclamato a tutto...

11 Responses to “Etnografia applicata a FriendFeed”

  1. Jose Says:

    Se fai l’indagine etnografica poi non fare la fine di Malinowski che nei suoi diari usciti postumi diceva peste e corna delle popolazioni studiate :D La casta Friendfeediana potrebbe fartene pentire :P

  2. Roldano De Persio Says:

    Scusa ma i miei flame che sono? LOL :D Comunque, a parte gli scherzi, la cosa mi interessa molto perché l’ide che in futuro ci sarà sempre più consapevolezza dell’esistenza di micromondi potrebbe cambiare lo scenario anche per le aziende.

  3. Jose Says:

    Hai ragione, si passerà dalle tribù alle microtribù, anche queste rientranti a buon diritto in una sorta di lunga coda sulla quale disseminare prodotti ad hoc e chiedere informazioni su come migliorarli.

  4. Davide Says:

    Quando si applica la scienza alle relazioni umane escono fuori sempre belle cose. Tuttavia non riesco ad intravedere paradigmi fondamentali su cui basare questa “disciplina”. Vuoi provare a formularne qualcuno?

  5. Roldano De Persio Says:

    Davide un commento sarebbe riduttivo rispetto a quello che si potrebbe dire. Io non ho soluzioni, o meglio io partirei dal lavoro di Ulf Hannerz, Esplorare la città, Antropologia della vita quotidiana e in particolare dal Capitolo 5 – ragionare per reti. Io non sono un antropologo e vedo spesso le cose in un ottica vicina a quella delle aziende e mi domando quanto questo modo di ragionare sarebbe utile al marketing.

  6. piero vereni Says:

    Faccio l’antropologo, e la questione dell’etnografia dei social network è un tema della mia ricerca attuale (sul ruolo dei media nella produzione delle identità collettive). sto cercando di mettere a punto una metodologia di ricerca etnografica per questo soggetto, che ha però il problema di essere disperso. Mentre cioè per studiare i Trobriandesi Malinowski andò alle isole Trobriand soggiornandovi un paio d’anni, vivendo con i nativi, imparando la lingua e “integrandosi” (per come era possibile a un maschio bianco dell’epoca) oggi io, che voglio fare etnografia di Facebook (o FriendFinder o Twitter) non posso limitarmi ad avere un account su questi siti di social networking, e devo sforzarmi di capire come questa vita in rete si incastra con la vita quotidiana off line. Sto appunto valutando i passi per organizzare una metodologia di ricerca plausibile, anche se la faccenda è piuttosto complicata.

  7. rainwiz Says:

    Anche io sono un antropologo interessato a fare ricerca negli ambienti che una volta definivamo “cyber”: social network, web, reti.
    In questi ultimi mesi sto tristemente notando una tendenza a stirare il significato di parole come etnografia e antropologia. Probabilmente stanno diventando termini COOL e quindi strumenti di marketing dei consulenti Web: ci sono persone che, facendo delle interviste in profondità o dei focus group con gli utenti di un servizio web, sono convinte di fare etnografia. Tutte le presentazioni che ho visto negli ultimi due anni giravano intorno alla Commercial ethnography o business anthropology.

    Io sto preparando un paper per fare un po’ di chiarezza e sgombrare il campo da una serie di equivoci: si può fare ricerca etnografica sul Web? Certo che si, anzi si deve, ma la riflessione sui metodi da mettere in campo è molto ampia e coinvolge concetti come “cultura”, “campo” ed “etnicità” sui quali la ricerca antropologica s’interroga da decenni. Il rischio che corriamo è appiccicare le etichette “antropologia/etnografia” a una serie di tecniche di ricerca qualitativa (meglio dire “non standard”) note da anni sia a chi fa ricerca sociale che a chi opera nel campo delle ricerche di mercato. Questo sarebbe un peccato nonché uno svuotamento delle caratteristiche uniche del nostro approccio: etnografia è il racconto di un’esperienza dove l’identità (il “noi”) e l’alterità (quello che percepiamo come altro) si mettono in gioco reciprocamente nel tentativo di stabilire un dialogo, una relazione, un cortocircuito, un possibile -orama.

    Mi rendo conto che anche il testo di questo breve commento mi sta sfuggendo di mano e mi fermo. Mi piacerebbe trovare insieme strumenti e modalità per portare avanti queste discussioni.

  8. roberto venturini Says:

    Sulla parte antropologica, perfettamente d’accordo. Sulla coda lunga molto meno. Ma quello è un altro discorso. E non dimentichiamoci che comunque oggi, e per parecchio tempo a venire, su FF&Co non c’è il mondo, ma un suo sottoinsieme numericamente limitato…

  9. Roldano De Persio Says:

    Roberto i mondi, come gli ecosistemi sono invariabili sulla scala delle dimensioni. Un “mondo” può essere fatto anche da 100 aborigeni. FF è un piccolo mondo nuovo all’estramo della coda.

  10. aghost Says:

    Ma nel villaggio globale possono esistere delle “etnie” cosi’ come comunemente si sono intese fin qui? Senza un vero rapporto fisico, sociale, ho qualche dubbio :)

    Sono come gli “amici” di Facebook, ma chi li ha mai visti?

  11. Gianmarco Lodi Says:

    Io credo essenzialmente una cosa. Non si possono applicare i vecchi parametri etnografici o antropologici (che dir si voglia) ai cosidetti nuovi media.
    Credo che se ne debbano applicare dei nuovi magari senza cadere in nuove antropometrie e pagerankcentrismi (scusate il neologismo)
    Io credo che tutti gli utenti web e più specificatamente quelli del social networking possano dirsi inseriti in una comunità.
    Ma dove sono i confini che definiscono un identità?
    E come una volta trovati questi confini si ridefiniscono in base agli orizzonti culturali altri?
    Ora io non dare una risposta ma credo di poter dire che quello che bisogna fare per un indagine antropologica seria sui social network non bisogna guardare tanto a malinowski in quanto è ovvio siamo tutti osservatori partecipanti ma più a Lev Manovich (Il linguaggio dei nuovi media)

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