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Se la creatività è da cani usa un cane creativo

Ancora una volta è stato dimostrato che se un video virale viene costrutito a tavolino da qualche agenzia pubblicitaria difficilmente il messaggio virale andrà da qualche parte.

Se al contrario la stessa agenzia comprende che i suoi migliori 300 creativi sono sempre e comunque una minoranza rispetto alla popolazione creativa mondiale tra i quali ci sono pensionati, adolescenti, artisti, casalinghe, gatti, cani, anatre e pesci rossi allora il discorso cambia radicalmente.

Nel video qui sotto il cane Tillman fa skateboarding vicino la spiaggia di Venice, California. Premetto che l’ho scoperto su Doggyspace, il MySpace dei cani e poi ovviamente l’ho ritrovato su YouTube…ormai è automatico.

Strano no? Tillman sembra proprio provare gusto ad andare sullo skate e ogni volta che si ferma sul prato si da la spinta e… via altro giro altra corsa.

Su YouTube questo video ha totalizzato 4.305.663 visite e tra queste sicuramente ci sarà stata la nostra agenzia a corto di idee.

Ebbene sembra che qualcuno abbia trovato il modo di avere creatività gratis. Indovinate chi è questo qualcuno? Anzi no scopritelo nel video qui sotto.

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Un’ introduzione antropologica a YouTube di Michael Wesch

Grazie all’energetico Karl Long ho scoperto che  Michael Wesch il 23 giugno ha presentato alla Biblioteca del Congresso Americano un video su YouTube e i suoi effetti dal punto di vista del comportamento umano.

Visto il valore culturale del documento sarebbe interessante se potessimo tutti insieme trovare un modo per farlo sottotitolare in italiano. Che ne pensate?

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Il video virale della danza di Matt Harding

Cosa rende un video un video virale? Un video è potenzialmente virale quando suscita sensazioni emotive e non ci chiede di riflettere. Un video virale lo riconosci subito perchè capisci che c’è qualcosa che ti lega ai tuoi simili in maniera viscerale. Un video virale fa leva sulle emozioni forti e ti spinge a socializzare diffondendolo tra i tuoi amici o colleghi.

La parola chiave, il nocciolo duro che sta alla base di tutti i video virali è condivisione. Io ho un emozione più o meno forte e la voglio condividere con altri.

Matt Harding ha realizzato un video che in pochi mesi è stato visto da milioni di persone e che è così famoso da meritare un articolo sul New York Times.

Matt un bel giorno ha deciso di mollare lavoro, impegni, comodità, insomma tutto per girare il mondo. Matt Harding, ha però fatto qualcosa di più, ha deciso infatti di rendere pubblico su internet un suo piccolo rito celebrativo che ha origini tribali: la danza.

Matt ha però sottovalutato il fatto che la danza anche se sgangherata e non assimilabile ad alcuno stile è contagiosa come gli sbadigli. La danza, come sanno bene le discoteche di tutto il mondo e perfino gli Yanomami, una società di cacciatori-raccoglitori e orticultori che vivono nella foresta tropicale dell’Amazzonia del nord, è un attività fortemente sociale.

Matt ha realizzato un piccolo video pubblicato in origine su Vimeo e poi su YouTube. Secondo alcuni ben informati la musica del video sarebbe stata commissionata dallo stesso Matt. Inoltre Matt avrebbe trovato anche uno sponsor Stride, un ditta che produce gomma da masticare.

Tirando le somme cosa abbiamo? Un ottimo esempio di User Generated Content, che sfrutta un Social Media è riesce nell’intento di far diventare un video virale. Il video virale è stato notato da un brand che ha poi deciso di seguirne la scia sponsorizzando il viaggio di Matt. Perciò possiamo dire che:

a)  lo User Generated Content è vivo e vegeto e può produrre risultati di qualità specie se si ha una qualche forma di cooperazione tra gli autori come è avvenuto in questo caso.

b)  I Socia Media sono essenziali per la diffusione virale dei video. Questo blog è un Social Media, meno potente di altri, ma pur sempre un Social Media.

c) I video virali più efficaci sono quelli pieni di passione spontanea.  Costruire a tavolino un video virale è molto difficile perché occorre un buona dose di creatività e spontaneità.

d) I Brand intelligenti sanno che bisogna monitorare la rete alla ricerca di fenomeni buffi, interessanti e che possono in qualche modo sfruttare, apprezzare e comprendere. Stride non ha costruito il video ma ha solo messo il suo cappello sul viaggio di Matt prima che lo facessero altri. Quale è l’effetto di questa scelta? Io non sapevo nemmeno che esistesse la marca di gomme Stride e penso neanche voi. Ora lo sapete.

E ora che la danza cominci!

Where the Hell is Matt? (2008) from Matthew Harding on Vimeo.

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Putting People First

Spesso leggo con piacere i post che trovo su Putting People First, blog dedicato al notizie sull’experience design, sul design utente-centrico e sull’innovazione. Putting People First, qui anche in italiano, si trova sul sito di Experientia, una società di consulenza internazionale con sede a Torino, fondata per aiutare aziende e organizzazioni ad innovare i propri prodotti, servizi e processi, attraverso una piena valorizzazione dell’esperienza degli utenti.

La mia modesta opinione è che il lavoro di segnalazione, aggregazione e traduzione di Putting People First è prezioso e andrebbe divulgato quanto più possibile.

Su Putting People First potete scoprire che:”Abbiamo raggiunto il punto nella nostra (disparata) adattazione sociale all’informatica e la tecnologia della comunicazione nel quale le generazioni tecniche più giovani hanno una tale autorità da essere impazienti e pronte a liberarsi di istituzioni che molti di noi ritengono essenziali, centrali e persino immortali. Sono pronti a disfarsi delle nostre scuole.” Estratto e tradotto da un articolo di Robert X. Cringely

Oppure sempre su Putting People First potreste venire a sapere che:”Potrebbe essere in corso un tiro alla fune per il futuro dei media tra i cosiddetti contenuti user-generated — tra cui gli amateur che producono blog, video e audio per il consumo pubblico — e i giornalisti, produttori di film e musica di professione, assieme alle facoltose aziende che li supportano. La conclusione più probabile: un approccio ibrido costruito attorno a modelli di business completamente nuovi, dicono gli esperti a Wharton.” Estratto e tradotto da The Experts vs. the Amateurs: A Tug of War over the Future of Media

Siete esperti di tecnologia e a casa solo voi siete in grado di far funzionare i tecno oggetti? Questo articolo sui risultati  di una ricerca commissionata da Logitech allora fa per voi.

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Lo scarabeo tragico

In questi giorni su Facebook sta avvenendo qualcosa di interessante dal punto di vista delle pubbliche relazioni aziendali. Due fratelli, Rajat and Jayant Agarwalla, programmatori di Calcutta hanno deciso di creare un’applicazione con cui giocare a Scarabeo su Facebook. La loro applicazione ha un nome fantasioso Scrabulous.

Questa applicazione ha avuto un successo enorme e ogni giorno ci sono 500.000 giocatori attivi su Facebook che giocano a Scrabulous. Il guaio è che questo gioco, che è abbastanza redditizio, sembrerebbe infatti che i due fratelli guadagnino fino 25.000 dollari al mese in pubblicità, è una copia esatta e illegale del famoso Scarabeo i cui diritti sono della Hasbro e della Mattel.

Secondo il sito online della BBC i legali di Hasbro e Mattel avrebbero chiesto a Facebook di tirare giù l’applicazione. Il problema è che appena si è sparsa la notizia i giocatori di Scrabulous hanno scatenato un putiferio con tanto di petizione online e gruppo Facebook di sostegno.

La questione è sotto molti punti di vista spinosa. Hasbro e Mattel hanno dalla loro parte la ragione legale di non veder sottratti i diritti del gioco originale. Esiste però un problema di opportunità e di immagine da non sottovalutare.

Potremmo riassumere la cosa sotto il termine bellico di fuoco amico. In pratica Hasbro e Mattel volendo colpire i due programmatori indiani rischia di danneggiare i suoi stessi clienti o appassionati. Non escludo anche un grave danno di immagine che sarebbe molto deleterio specie per Mattel.

Un esperto come Eric Weaver sottolinea il rischio di perdere con questa azione un’opportunità. In un suo post dedicato alla questione, afferma:”Here’s a chance for these two gaming icons to take the plunge into social media and networking. By purchasing the app or licensing the concept to these developers, Hasbro and Mattel could connect with a fanbase of over two million advocates and potential customers. They could drive purchase from those who’ve only known the game in the online world into the stores to buy the board version. Monetize the app, take advantage of online fan communities, and spread the word to prospects who otherwise would not be exposed to the game. A chance to leapfrog competitors into Facebook, one of the hottest online networks around. To use the app as an ad vehicle to promote other games.

Here’s the other opportunity: to alienate two million hardcore fans. To be seen as a greedy, short-sighted and perhaps even frightened pair of companies. To drive prospects away from other Hasbro/Mattel products.”

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L’Oréal Brandstorm 2008

In questi ultimi tempi il concetto di UGC - User Generated Content - va sempre più di moda. Molti editori provano, infatti, a sperimentare la nuova via del marketing e della comunicazione, che consiste nel lasciare agli utenti il compito di costruire un contenuto giornalistico. Gli utenti sono spesso invitati ad inviare foto o video di eventi e i blogger sono sempre più al centro dell’attenzione.

Lo stesso fenomeno si osserva anche nella realizzazione di prodotti o addirittura nella definizione campagne pubblicitarie. Alcuni brand, infatti, stanno provando a confrontarsi con l’entusiasmo e la competenza dei prosumer per definire le caratteristiche ottimali di un nuovo prodotto oppure per avere suggerimenti su come impostare la campagna marketing di quello stesso prodotto. In questi casi si parla di user generated design. Spesso i risultati sono ottimali in quanto il prodotto finale è stato generato dallo stesso mercato cui è destinato; un mercato che è fatto da persone che naturalmente sanno molto bene cosa desiderano.

Non tutti i prodotti però si prestano allo stesso modo a questo tipo di operazioni, alcune volte la competenza e la professionalità che richiedono il design dei prodotti o la complessità delle campagne marketing vanno ben al di là dei semplici buoni propositi. Molto probabilmente per i prodotti appartenenti alla sfera dell’elettronica di consumo il discorso è più semplice, mentre un profumo od un rossetto sono prodotti che richiedono un sensibilità molto diversa da quella dei nerds.

L’Oréal, un’azienda che non ha certo bisogno di presentazioni, sembra sia riuscita nell’impresa di coniugare insieme la competenza e la professionalità con un certo grado di entusiasmo e spontaneità.

In tempi non sospetti L’Oréal ha lanciato un gioco di marketing internazionale, L’Oréal Brandstorm, che è un evento riservato gli universitari di marketing di tutto il mondo. L’Oréal Brandstorm è una competizione a livello planetario e l’ultima edizione nel 2007 ha visto la partecipazione di 4.400 studenti provenienti da 200 università in 35 paesi.

I concorrenti che partecipano al gioco L’Oréal Brandstorm devono rivestire il ruolo di un International Brand Manager. In pratica, come è ben descritto nel sito di L’Oréal Italia: I concorrenti devono vestire gli abiti di un direttore marketing, lavorare con un’agenzia di comunicazione e ri-pensare la marca, elaborando una strategia di marketing internazionale di lungo periodo”.

L’Oréal Brandstorm 2008 ha già un sito dove ci si può iscrivere e partecipare alla competizione.

La finale sarà a Parigi nel giugno del 2008 e il primo premio in palio per il team vincente nella finale internazionale sarà un viaggio del valore di 10,000 euro nella città scelta dal team.

Non siete ancora convinti e perciò non siete corsi subito ad iscrivervi al sito L’Oréal Brandstorm 2008? Allora provate a guardare questo trailer.

It’ your turn.

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Finalmente Domenica

Oggi è Domenica e per questo post ho preso a prestito il titolo del film di un grande della cinematografia francese, François Truffaut. Ho scelto Domenica, ma in realtà potrebbe essere un giorno qualunque della settimana. La cosa importante almeno per questo blog è quello di ritagliare uno spazio, un luogo del tempo dove depositare i pensieri leggeri e quelli pesanti. I pensieri leggeri tipici di una giornata senza impegni e appuntamenti di lavoro e i pensieri pesanti dell’insostenibile leggerezza dell’essere.

“To be, or not to be: that is the question: whether ’tis nobler in the mind to suffer the slings and arrows of outrageous fortune, or to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them?” Così recita il triste Amleto, ma oggi per noi moderni principi danesi è ancora attuale essere? Potremmo tranquillamente cambiare la parola essere con apparire oppure guardare, desiderare o bramare. Ci sarebbe poi tutta questa differenza? Forse no.

Ci sono blog di parole e altri che si occupano, laggiù in fondo alla lunga coda, di design oppure di “stil”, oppure dell’uncinetto. Luoghi sperduti nel web, isole di felicità personale o condivisa tra pochi adepti. Una felicità che è l’acme dell’essere e che serve per:”to take arms against a sea of troubles, and by opposing end them”.

La felicità è … essere fotografati per le strade di Berlino e dell’occidentale Istanbul come star del cinema o della moda: vesto quindi sono. Siamo superficiali, non profondi eppure la felicità è un attimo, godiamocela finché ci è consentito… essere.

Ringrazio Holger Gamper cicerone di Berlino per avermi fatto scoprire il link allo stil Berlinese.

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Intervista a Barbara Picollo di b&p communication

Da mesi cercavo di riuscira a intervistare Barbara Picollo, Direttore Comunicazione di b&p communication e finalmente eccola qui:

La sede di b&p communication è a Torino, la città della FIAT e del Festival del Cinema di Moretti, è un vantaggio o uno svantaggio?

Torino da qualche anno è una città work in progress: olimpiadi, eventi, festival, locali di tendenza. Nel 2008, con l’avvento del World Design, sarà la capitale mondiale delle “idee in movimento”. Crediamo di contribuire anche noi a questo rilancio culturale.

Mi risulta che b&p communication sia nata il 16 aprile 2007 ed è quindi un’azienda molto giovane, b&p communication è però anche una società dotata di grande esperienza perchè le persone che ci lavorano portano in dote anni di professionalità rodata sul campo. Ci puoi dire qualcosa riguardo questa vostra dualità?

L’azienda è giovane sia come attività che come età media dei componenti (35 anni). L’esperienza passata di tutti noi ha avuto un punto in comune in Superbrands Italia, dove ci siamo conosciuti e abbiamo collaborato per diversi anni, creando un team molto affiatato che ha maturato la propria professionalità ed esperienza fino a scegliere una strada autonoma. Per questo, pur essendo un’azienda in erba, ha saputo partire immediatamente con precisione e determinazione creando un prodotto unico e di altissimo livello.

b&p communication è una società editrice di studi e report sul brand e sui rapporti tra marchi, aziende e i consumatori. Ci puoi descrivere le attività di un’azienda come la vostra?

Uno dei nostri principi è non voler creare una vetrina di marchi, ma partire da basi scientifiche solide. La ricerca sui canoni per essere 2.0 commissionata a “The Economist intelligence Unit” e l’accordo con la IULM per tutta la collana Brand Concepts sono due esempi importanti che rendono bene l’idea di quanto queste edizioni vogliano essere un punto di partenza per utilizzare nuovi metodi di marketing e comunicazione. Vista dalla parte del consumatore ultimo, invece, è un’opportunità per conoscere i marchi e le aziende sotto una luce diversa.

Ho visto che attualmente sono in cantiere due progetti editoriali ed uno di questi è secondo volume della collana Brand Concepts. Ci puoi dire qualcosa riguardo Green Brand?

Green Brand sarà il secondo volume della collana “Brand Concepts” e verrà presentato a fine marzo.
Green Brand, partendo da uno studio che sta realizzando il team del prof. Alberto Abruzzese – università IULM-, avrà il compito di raccontare quei brand che hanno obiettivi congiunti: obiettivi di marketing e obiettivi ecologici,che legano la loro identità intorno al concetto di “sostenibilità” o che lanciano campagne pubblicitarie incentrate sul concetto di “green”, che incorporano uno spirito urbano e una tendenza estetica moderna per combattere lo stereotipo costruito negli anni intorno al concetto “green”. Sono anche brand che propongono ai propri buyers un consumo responsabile e che, per raggiungere questo obiettivo, ridisegnano i propri prodotti, la progettazione del packaging e modificano i processi produttivi.

Il primo della collana Brand Concepts è invece Brand 2.0. Mi pare di capire che la collana Brand Concepts sarà costituita da volumi monotematici. Me lo confermi?

L’intento è di uscire quadrimestralmente con argomenti che siano all’avanguardia nel settore del marketing e della comunicazione. Ogni edizione di Brand Concepts sarà supportata e motivata da rigorose basi scientifiche, per poi essere divulgata in allegato gratuito con testate nazionali e presentata agli addetti ai lavori in occasione di forum internazionali.

Sul vostro sito fino a poco tempo fa - la campagna è terminata il 15 settembre - c’era un form sul Brand 2.0 che invitava gli utenti a segnalare brand 2.0. Come nasce l’idea di chiedere la collaborazione della rete?

Proprio per l’argomento trattato nel primo volume, abbiamo voluto fortemente essere 2.0, quindi coinvolgere l’utente nelle nostre scelte di case history da inserire e creare un esempio tangibile di engagement tra azienda e cliente.

La segnalazione più brillante verrà inserita proprio nel volume Brand 2.0 che verrà presentato da Kevin Roberts, CEO worldwide di Saatchi&Saatchi al World Business Forum. Per voi di b&p communication deve essere elettrizzante. Una presentazione in pompa magna ad un Forum così importante. Puoi dirci qualcosa riguardo questo libro?

Sicuramente il World Business Forum è un’ottima vetrina per presentare il nostro primo lavoro al mondo business. Il fatto che Kevin Roberts, che a tutti gli effetti è l’attuale guru della comunicazione internazionale, abbia accettato di presentare Brand 2.0, ci fa pensare di aver editato un ottimo strumento.

K. Roberts sarà affiancato nella tavola rotonda del 24 ottobre da un giornalista de il Mondo, dall’a.d. di Blogosfere, Marco Montemagno, dal prof. Abruzzese della IULM e da un paio di manager di grandi aziende.

Mi confermi che uscirà a fine ottobre in allegato gratuito con Il Mondo, settimanale economico-finanziario di RCS? Perché avete scelto il Mondo?

Si, Brand 2.0 uscirà il venerdi successivo al WBF in allegato gratuito (e lo sottolineo) con il Mondo. La scelta della testata è molto importante, e il target de il Mondo è ideale per la nostra pubblicazione, vorrei ricordare che i case history raccontati sono di brand del calibro di Philips, intel, McDonald’s, Microsoft, lulu, CocaCola e così via. In più l’argomento tocca da vicino l’economia e la finanza di ogni azienda che abbia il coraggio di utilizzare nuove strategie di comunicazione.

In una recente intervista (SpotandWeb, pag. 16) Paolo Cagliero, Art Director di b&p communication, descrive una collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, paese molto giovane all’avanguardia nella creatività e nella comunicazione. Torino e Dubai un possibile gemellaggio in nome del Design? Puoi dirci qualcosa in proposito?

Perché no, la globalizzazione ormai riguarda ogni settore e se un passo del genere fosse utile a creare nuovi spunti per produrre innovazione nella comunicazione e nel marketing sarebbe ovviamente affrontato.

Continuando a parlare di città all’avanguardia, quale città metteresti al primo posto tra Milano, Roma e Torino in un’ideale graduatoria 2.0?

Londra. Scherzo, ovviamente Milano, ma siamo ancora ad anni luce dalle città anglosassoni.

Un’ ultima domanda scherzosa. Sono rimasto molto colpito dagli omini colorati del vostro sito. Come è nata quest’idea grafica?

Abbiamo un art director formidabile: è, secondo me, il segreto per un team perfetto, poche persone, molto competenti! Dei pezzi da 90, insomma!
L’idea degli omini è direttamente legata al concept 2.0, il sito diventa il luogo dove gli “omini” interagiscono con l’azienda.

Parliamo ora di Barbara Picollo. Come sei approdata a b&p?

b&p, come detto in qualche domanda precedente, è nata dall’incontro di professionisti specializzati in settori della comunicazione che hanno lavorato insieme per la realizzazione di volumi Supebrands. Quando la metodologia nell’affrontare la comunicazione non è più stata, secondo noi, all’altezza, è nata b&p communication.

L’azienda l’hai fondata tu? Sei socia?

b&p, brand & publishing, ha due soci: Paolo Cagliero e la sottoscritta.

Quali sono le tue esperienze passate?

Le mie esperienze nascono casualmente, provengo da studi molto scientifici e alla comunicazione ci sono arrivata quasi per sbaglio, ma è stata una passione travolgente. Ho lavorato in alcune concessionarie di pubblicità locali poi sono approdata a Superbrands, dove ho imparato molto, soprattutto a confrontarmi con l’impegnativo e impegnato mondo dei marketing manager di grandi aziende italiane e multinazionali. La seconda, ma non ultima attività, è tentare di fare la mamma (di una dodicenne e di un bimbo di 8 anni) nel miglior modo possibile.

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Allons enfants de la téléphonie le jour de gloire est arrivé

Spesso leggo con piacere i post che trovo su Putting People First, blog dedicato al notizie sull’experience design, sul design utente-centrico e sull’innovazione. Putting People First si trova sul sito di Experientia, una società di consulenza internazionale con sede a Torino, fondata per aiutare aziende e organizzazioni ad innovare i propri prodotti, servizi e processi, attraverso una piena valorizzazione dell’esperienza degli utenti.

Leggo quei post perché ritengo che il design, in tutte le sue sfaccetature, sia una delle fondamenta su cui debba poggiare il marketing attuale. Le persone, e sottolineo le persone, acquistano oggetti che dovrebbero portare alla realizzazione concreta delle loro fantasie o alla soluzione dei loro problemi e non strumenti infernali fonti di ulteriore frustrazione. Le persone non vogliono ferraglia ricoperta di plastica che esegue una determinata operazione, ma desiderano esperienze, il più possibile positive se non addirittura esaltanti. Metti al centro le persone quindi. People First!

Sarah Conigliaro ha recentemente pubblicato su Putting People First la versione italiana di un post dedicato alla Francia ed i suoi telefonini scritto da Mark Vanderbeeken, che è senior partner di Experientia. Ho trovato il post particolarmente interessante e ho chiesto a Sarah, che di mestiere fa la consulente marketing, specializzata in marketing esperenziale, se potevo ospitare il suo post su The Marketer.

Detto fatto. Buona lettura:

Pochi giorni fa, ho tradotto un articolo dal giornale francese Le Monde su una ricerca francese in merito all’ “uso collettivo del cellulare”.

L’Associazione Francese di Operatori Mobili ha adesso pubblicato l’intero studio (pdf, 630 kb, 156 pagine), ed un comunicato stampa/sintesi di tre pagine.

Per vari motivi ho deciso di dedicare il tempo necessario alla traduzione dell’intera sintesi:
- Lo studio è molto interessante ed i risultati significativi, nuovi e altamente innovativi;
- E’ conosciuto ben poco sulla ricerca antropologica francese sulla tecnologia mobile;
- Persite una vasta copertura del mondo anglosassone e solo piccoli tentativi realizzati da altri paesi.

tradurre lo studio stesso va purtroppo ben oltre le mie capacità quindi spero che la stessa Associazione Francese di Operatori Mobili si occuperà di rendere lo studio disponibile in lingua inglese - potete fare la medesima richiesta alla stessa associazione contattandola tramite e-mail all’indirizzo info@afomobiles.org.

LE PRINCIPALI CONCLUSIONI DEL NUOVO STUDIO SOCIOLOGICO SULLA TELEFONIA MOBILE IN FRANCIA 2007

L’Associazione Francese di Operatori Mobili (AFOM) ha chiesto al Discours and Pratiques studio di condurre uno studio sulla telefonia mobile nella società francese nel 2007.

Cinque ricercatori di scienze dell’informazione e della comunicazione [sociologia, scienza dell’informazione, scienza della comunicazione, filosofia e letteratura], tutti membri di GRIPIC (il gruppo di ricerca della CELSA school), ha lavorato sullo studio per sei mesi, conducendo 100 inteviste in profondità, e osservazioni antropologiche in varie località (Parigi e suoi sobborghi, Marsiglia, Strasburgo, Creuse e varie località sciistiche) e situazioni.

I ricercatori hanno provato a comprendere le modalità di “fare ed essere” che accompagna l’uso del telefonino nelle strade, nei cafè, nei ristoranti, nei giardini pubblici, nelle stazioni ferroviarie, negli appartamenti come nelle case di vacanza, nelle aziende, nelle librerie e nei mezzi di trasporto: il tutto senza ricadere nelle tradizionali categorizzazioni sociali. Per cogliere la dimensione simbolica del telefono cellulare, la ricerca ha anche coperto aree ancora non coinvolte in tale tipologie di ricerche: i film, la televisione e la letteratura.

Lo studio è stato guidato da Anne Jarrigeon e Joëlle Menrath, due ricercatori già coinvolti nel precedente studio di GRIPIC sulla telefonia mobile nella società francese, realizzato tra il 2004 ed il 2005.

I punti principali dello studio del 2007 sono:

1. Il telefonino non è più uno strumento d’uso personale. Nel 2007 si è integrato in pratiche collettive sia in famiglia che tra amici.

I telefonini sono sempre più oggetti che circolano all’interno di un gruppo. Il proprietario non è più il solo a toccarlo, controllarlo ed utilizzarlo.

I telefonini possono consentire gli scambi basati sull’ammontare di credito lasciato prima della fine del mese ed in base agli orari dedicati alle chiamate gratuite. Ciò può portare ad una scelta collettiva degli operatori, dei piani tariffari e delle carte prepagate, con il solo obiettivo di ottimizzare i costi di un gruppo.

All’interno della famiglia, il cellulare rinforza il ruolo asimmetrico ed il carattere della relazione genitori-figli: mentre i genitori non si preoccupano dei soldi quando chiamano i figli, i figli provano a mettere da parte i soldi, facendo squilli ai genitori in attesa che loro li richiamino.

Il telefonino dei ragazzi è gestito conguntamente. Se ne occupano i genitori, sopratutto le madri, che lo utilizzano come un’opportunità di scambio ed un modo per i ragazzi di imparare a gestire un budget finanziario.

All’interno di un gruppo di amici, i cellulari servono a definire ruoli ed affinità. E’ possibile trovare l’esperto come l’utente con difficoltà, il “banchiere” che ha sempre un po’ di credito, ed il “borrower” che chiede sempre di poter inviare sms o minuti per chiamate (senza mai ricambiare).

Oltre queste regole, i cellulari creano relazioni esclusive con coloro le cui telefonate si basano spesso sulle offerte di tariffe e sulla loro compatibilità.

2. I francesi hanno relazioni ambivalenti e in mutamento con il loro cellulare. Nel 2007, i telefonini si son trasformati da oggetti personali a transitori, da intimi a visbili.

Se il telefonino è un “oggetto di firma” cui la persona può attaccarsi emozionalmente e attraverso cui può rispecchiare la propria identità, è anche un “oggetto transitorio” da cui l’utente può facilmente staccarsi, perchè dopo tutto è un dispositivo che i giovani utenti vedono giugerà alla fine perchè sostituito con un nuovo modello, rotto, perso oppure rubato.

Se il telefono cellulare è un’intima “scatola nera” in cui la persona immagazzina gli archivi di una vita intera (contatti, sms, foto…), è anche:

* per adulti, l’album che riunisce tutte le foto in passato conservate nel portafoglio, ed un oggetto in cui conservare i segreti da intrusioni esterne (ad esempio da un partner che possa ascoltare i messaggi o controllare l’elenco delle chiamate effettuate…),
  * per gli adolescenti, il luogo in cui riporre le collezioni personali (immagini, toni di chiamata, …), che è possibile condividere e mostrare come un museo.

3. Si sono consolita nuove convenzioni sociali attorno al telefonino.

Una chiamata può facilmente essere interrotta (”Adesso devo andare”, “Non ti sento più”, “Mi si sta scaricando il cellulare”, “Sono arrivato”). Con un telefono cellulare, porre fine ad una telefonata è consentito senza per questo essere considerati scortesi.

Chiamare qualcuno sul cellulare significa lasciarlo libero di rispondere o meno. E’ uno mezzo di comunicazione che viene sempre più visto come uno strumento non-intrusivo di reperibilità.

Nuove regole si stanno affermando anche sul campo monetario, in merito ai “limiti di spesa”, o “prendere il tab” come al ristorante, o all’ineducazione dell’estendere la durata della conversazione in quanto la telefonata è gratuita.

4. L’uso del cellulare è governato più da esempi che da regole o divieti.

Oggigiorno ci sono molte regole che proibiscono l’uso del cellulare come al lavoro, negli spazi pubblici o a scuola. Spesso queste regole non sono seguite.

In molti contesti che sono controllati (ufficio, treno, sala d’attesa…), l’utilizzo è auto-regolato in base a ciò che le persone considerano tollerabile e appropriato.

A scuola, il cellulare si aggiunge ad una serie di strumenti che non riguardano la lezione e che portano divertimento e distrazione, sostituiscono altri mezzi di distrazione più tradizionali già usati in passato. Costituiscono un’altra sfida per gli insegnanti che vogliano mantenere l’attenzione degli alunni.

Confisca sembra la sanzione più efficace a scuola anche se l’utente del telefono confiscato non è il proprietario (perchè spesso il cellulare circola nel gruppo) ed anche se i genitori si oppongono alla sanzione perchè impedisc loro di raggiungere i figli (incluso - per alcuni - nel corso della lezione).

Perchè le regole spesso non sono seguite, il comportamento esemplare è spesso più efficace di una proibizione. Quando qualcuno decide di non usare il proprio cellulare in vacanza, a cena, durante meeting o con la famiglia, si riesce a dissuadere più facilmente le persone dall’utilizzo.

Tuttavia molti comportamenti esemplari richiedono una costante vigilanza perchè qualsiasi uso del cellulare diviene velocemente divario su cui gli altri prendono vantaggio.

5. Molte linee di pensiero sociologico e filosofico riguardano i comportamenti osservati ed i risultati riscontrati nel corso dello studio.

Mentre i cellulari spesso sono presentati come oggetti tipici di una società individualista, nella realtà si osserva un diffuso comportamento collettivo e collaborativo riguardante tale dispositivo di comunicazione, sia in famiglia che tra amici.

Pur essendo interpretato spesso come capace di generare una bolla che isola la persona impegnata nella conversazione dalle persone che la circondano, in realtà è stata riscontrata la diffusione di comportamenti di persone che intervengono nella telefonata, che interrompono colui che chiama o di interpellarlo su qualcos’altro.

Mentre il cellulare è spesso dipinto come uno strumento che serve a colmare vuoti e lacune, si osservano numerose situazioni in cui questo oggetto fornisce la possibilità di agire e reagire, consente di immortalare un’esperienza e di portare un valore aggiunto a ciò che l’esperienza è in realtà, consentendo di descrivere bene e con piacere.

Inoltre il telefonino è spesso, anche al di fuori della ricerca degli esperti, menzionato in una discussione sul comportamento improprio le persone intervistate non ne parlano e osservano sempre meno segni di esasperazione o di imbarazzo nella vita pubblica.

6. Il cellulare è visto come un “mezzo medio” che consente foto amatoriali e realizzazione di filamti.

Le immagini sul telefonino sono viste come immagini precarie, spesso di qualità incerta, da non stampare e da non condividere. Queste immagini riprendono sempre una descrizione di qualcosa da vedere. Servono a creare ricordi ed a provare che quacuno era veramente presente all’evento di cui si parla (ad esempio un concerto o una sfilata di celebrità…).

Le immagini sono integrate all’interno di numerosi framework di referenza che precedono la telefonata: il giornalismo di ogni giorno e la propria vita, immagini familiari spontanee si contrappongono a divertimenti forzati, il sensazionalismo che viene fuori nel tentativo di fissare azioni brevi, chiari, efficienti e d’impatto.

Più scene spettacolari può innalzare sfide che inducono al grottesco, al divertente, al macabro, o persio alla violenza.Questo è il fenomeno che guida i videos gag, gli MTV Jackass ed i cosidetti ’snuff movies’. Le aggressioni filmate sul cellulare sono una delle più recenti espressioni di questo (sebbene l’espressione ‘happy slapping’ non è stata utilizzata dagli intervistati nello studio).

I nostri amici diInternetActu, che pure riportano di questo studio, sottolineano la conclusione degli autori della ricerca “il cellulare del 2007 non è proprio come è il cellulare nel 2007:

“La sua presenza massiccia e apparentemente irreversibile in tutte le sfere della vita potrebbe far pensare che i suoi utilizzi possano essere banalizzati o neutralizzati. Nessuno di questi può essere osservato. […] Mentre i suoi utilizzi convenzionali sono più stabili di quanto non lo fossero nel 2005, adesso sono condivisi con nuovi utilizzi che sono collegati a nuove tecnologie di cui gli utenti si appropriano, o creati da loro stessi nella pratica quotidiana.

[…] Ciò che colpisce è che il cellulare non è esploso sotto l’effetto dell’aggiunta di nuove funzionalità, ma continua ad avere per le persone il senso di telefono, anche se lo utilizzano per i più vari motivi. ma va ben oltre questo. Il cellulare non è stato concepito come un arma di Swiss Army di funzioni aggregate, ma è stato reinventato in ogni utilizzo come un ‘oggetto completamente concepito’: un dispositivo per scrivere i messaggi, una fotocamera, un sistema di voice mail… Si tratta di un oggetto dotato della capacità di metamorfosi. Da quanto visto nel contesto di altri dispositivi, il telefonino sembra essere oggi parte di una più vasta collezione [o ‘ecosistema’] di dispositivi di comunicazione, che include altri dispositivi […]. La ricerca sugli effetti del cellulare sugli altri sembra assumere oggi una rilevanza maggiore di uno studio su come ottimizzare le performance e la complementarietà dei diversi strumenti.”

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Fa pure il caffé

Nei prossimi anni potremmo assistere ad una scena in cui un solerte commesso di un negozio high tech, dopo avere illustrato con orgoglio un pletora di super mega fanta phone, si sente chiedere dal cliente: ” Scusi che ce lo avete uno che fa anche telefonate?”.

Questa mattina sul blog Putting People First, portale dedicato al notizie sull’experience design, sul design utente-centrico e sull’innovazione, ho trovato la notizia che ha questo titolo: Una ricerca britannica afferma che gli utenti della telefonia mobile non sono interessati alle funzioni avanzate. Da notare che la segnalazione viene da chi per mestiere si occupa di analisi e comprensione del punto di vista dell’utente.

La questione è che secondo una ricerca di Continental Research gli utenti UK di telefonia mobile non sono interessati ad accedere ad internet o scaricare video e guardare la tv sul proprio cellulare, sono invece (68%) più attratti dalla semplicità e dalla economicità che offre un telefono base. La fonte della notizia con tanto di grafico si trova qui.

Semplicità ed economicità; tralasciando la voce spesa, che si spiega da sé, sarebbe opportuno da parte delle aziende che producono cellulari approfondire meglio il discorso della semplicità d’uso. Una nota legge del design afferma, infatti, che un oggetto dal design più flessibile è più complesso in confronto ad uno con un design rigido, e quindi sarà più dificile da usare. Un PC, ad esempio, è molto più complicato da usare rispetto ad una console per videogiochi. Il coltellino svizzero ha tante utili funzioni, ma in confronto ad una forchetta o un cortello non ci sono paragoni. Va da se che una maggiore complessità determina anche un maggior costo di produzione.

Meditate gente, meditate.

Grafico phone

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