Archive for the ‘Diritto’ Category

Creative commons: operazione top-kill per salvare il monopolio della SIAE

31 May 2010, di Avv. Giulia Arangüena

La SIAE, per generale definizione, è un ente pubblico economico a base associativa, preposto alla protezione e all’esercizio dei diritti d’autore. In particolare la SIAE, come prescritto dalla legge sul diritto d’autore (articoli 180-183 LDA):

  1. agisce come intermediario tra il pubblico e i detentori dei diritti d’autore che si associano all’ente su basi contrattuali di tipo privatistico;
  2. esercita le funzioni istituzionali affidate dalla legge e connesse alla protezione delle opere dell’ingegno;
  3. svolge, per conto dello stato, enti pubblici o privati, il servizio di accertamento e percezione di tasse, contributi, e diritti per l’utilizzo e la fruizione delle opere protette;
  4. esercita in regime di monopolio legale l’esclusiva sulla raccolta e gestione dei compensi destinati agli autori;
  5. svolge un’attività pienamente economica e produttiva di reddito, ampiamente sostitutiva e rappresentativa dell’attività economica privata dei singoli autori associati e dei loro eredi.

Riassumendo rudemente, la SIAE è l’unico esempio al mondo di confederazione sindacale di tipo istituzionale munita di personalità giuridica di diritto pubblico (già un unicum nel nostro ordinamento), rappresentativa degli interessi economici dei detentori dei diritti d’autore associati in tutti i settori della produzione di opere di ingegno, che, per legge, svolge, su basi rigidamente monopolistiche, attività di impresa per finalità di lucro a presidio di tali interessi privati.

Ancora più in sintesi, la SIAE è lo Stato-Amministrazione che fa impresa per gestire e distribuire i soldi a tutti quegli autori che vi aderiscono per farsi rappresentare nei rapporti giuridici ed economici in cui avviene una utilizzazione dei contenuti prodotti da loro.

Nulla di nuovo, dunque, tranne, forse la sintesi. E sono anche note le critiche ed i tentativi di smontare il monopolio della SIAE che, negli ultimi tempi, si sono moltiplicati ad intervalli di tempo sempre più ravvicinati anche in sede europea. [Vedi ad esempio: 1) la della Commissione EU antitrust del 16.6.2008 che costringe le società di collecting a competere sul mercato per la gestione dei contenuti protetti; 2) la proposta di legge presentata al senato con il n. 1757 assegnata il 17.11.2009 alla 2° Commissione Giustizia; 3) le aspre censure mosse, in un’intervista rilasciata su Repubblica – Affari&Finanza l’8.2.2010, da Filippo Sugar, Presidente e Ceo della Sugar Music, holding che controlla 15 società di editoria musicale, e nuovo Presidente della Fem; e 4) la notizia apparsa il 5.5.2010 della nascita, presso il CET di Mogol, della Federazione degli Autori che si ripropone di rappresentare per il futuro, in ogni sede preposta, gli interessi della categoria degli autori italiani di musica]

Ma tutti i ricordati tentativi (e molti altri ancora), per adesso, sono solo attacchi di superficie che non daranno il colpo di grazia al solido dominio della SIAE sui contenuti che dura incontrastato nel nostro paese da 126 anni. Infatti, tali colpi assomigliano più a quelli dati dai banderilleros per sfiancare il toro ma non costituiscono il colpo mortale che, invece, può esser dato, al momento giusto, solo in uno specifico punto. E tale punto, nel caso di specie, è il nervo del consolidato modello fondato sulla assenza pressoché totale di una vera competizione economica sul mercato dei contenuti protetti, praticato sino ad ora dalla SIAE per disposizione normativa (art. 180 LDA).

Tuttavia, il mercato è più forte delle leggi e spesso anche del diritto; ecco perché farà quel che deve fare se la SIAE non mette in piedi, in tempi rapidi, una reazione top-kill di “apertura ed accoglienza” dei nuovi meccanismi di produzione e gestione dei contenuti che la rivoluzione digitale in atto ha prodotto e sta producendo in maniera sempre più veloce.

Occorre allora decidere in fretta sull’adozione delle nuove possibilità di cedere diritti su opere protette non più secondo il modello unico di “tutti i diritti riservati”, bensì anche secondo i nuovi e più agili schemi delle Creative Commons , che sono stati messi all’esame da parte di SIAE attraverso la costituzione del gruppo misto con Creative Commons-It di cui però non si sa più nulla dopo oltre un anno di lavoro, e sulla quale iniziativa la nostra società di collecting nazionale si sta attardando a prendere le dovute determinazioni.

Infatti, in un’epoca dove la velocità fa la differenza, la SIAE deve tener conto di tutti i mutamenti in atto nel suo campo d’azione e della sua mission aziendale e dovrebbe dismettere il suo abulico aplomb istituzionale ricordando che è anche e soprattutto un’azienda, di Stato, ma pur sempre un’azienda.

In tale contesto, è importante alimentare il flusso della competizione economica e dare risalto ad alcuni episodi che testimoniano come il mercato e la rete si stiano saldando fra loro per creare, per le vie di fatto, il matador in grado di sfidare il monopolio della SIAE sui contenuti; e ciò anche e soprattutto per consentire alla SIAE stessa di riconoscere i sintomi della competizione economica, reagire ed accettare la gara.

Giova dare evidenza, pertanto, al caso di ANB Web Social Radio che, quale editore radiofonico ed autore SIAE, ha deciso di licenziare anche contenuti in Creatives Commons; oppure al caso del Gruppo Editoriale Bixio che ha lanciato qualche mese fa una nuova piattaforma (haveasink) per il music licensing per registi, pubblicitari, o consulenti musicali, consentendo loro di trovare, con un sistema di ricerca on- line facile ed intuitivo, la musica ideale per film, documentari, spot, fiction tv ed altre produzioni audiovisive, all’interno di un ampio catalogo di autori molto più che noti, associati SIAE, che, evidentemente, si sono mantenuti la libertà di disporre del diritto di sincronizzazione delle loro opere.

Ma, probabilmente, il caso più interessante è quello segnalato da un articolo apparso su Ventiquattro, il Magazine di tempo libero e cultura del Sole24 ore del 21.5.2010 dal titolo, piuttosto ironico (ma forse profetico), “Il suon dell’avvenire”.

Con tale articolo, un bravo giornalista, Gianluigi De Stefano, ha scovato e disvelato le tracce del vento e della bufera che presto si metteranno, rispettivamente a fischiare ed urlare sulle sorti della SIAE se non si sburocratizza in una frazione temporale tale da sostenere la gara economica che si è aperta per il controllo dei contenuti, soprattutto nel settore musicale, grazie ad internet ed al mercato.

Nell’articolo in discorso si racconta di una storia, prima di tutto di vita, di un self-made man italianissimo (non “parente” di nessuno, finalmente!), Davide D’Atri, emigrato a Londra, ed ex autista di camion per pagarsi gli studi di economia che, un bel giorno del 2006, ha fondato il suo sogno: la Beatpick company.

La Beatpick capitanata da D’Atri e da altri giovani ed intuitivi italians opera a livello globale grazie alla rete, al fine di costituire un repertorio musicale alternativo a quello controllato in Italia dalla SIAE, e per licenziarne i diritti di utilizzazione a tutte quelle società che si servono in pubblico di musica per il loro business. La Beatpick ha gia fornito licenze a player del calibro di Mercedes, Toyota, Samsung, Lufthansa, finalizzando, anche, l’importantissimo affare della cessione di diritti di diffusione musicale a tremila punti vendita e supermercati che, scegliendo la musica nel suo catalogo, risparmiano 1.5 milioni di euro di tasse e diritti.

Ci si deve allora domandare cosa succederà se Beatpick dovesse arrivare a licenziare diritti di diffusione musicale sul suo repertorio ad alberghi, catene turistiche, palestre, aeroporti, compagnie aeree, grandi megastore ecc, magari, stanchi di sostenere, in questi tempi di crisi, i costi della diffusione della musica targata SIAE.

Ma quel che si deve sottolineare, alla luce di quanto detto, è che i soldi risparmiati per la diffusione in pubblico della musica (ma il discorso può allargarsi a tutti i settori artistici controllati dalla nostra società di collecting, unica nel suo generalismo), non rappresentano solo una fetta di torta tolta alla SIAE, ma costituiscono, soprattutto, meno introiti per gli autori associati all’ente e minore possibilità di diffusione al pubblico delle loro opere.

Ecco perché, essendo azienda, la SIAE, a prescindere dalle difficili valutazioni sui massimi sistemi o sul sesso degli angeli, deve rendere conto ai suoi associati (azionisti), oltre che allo Stato (azionista di controllo) a cui prima o poi dovrà spiegare come mai, ad esempio, il fatturato dell’industria musicale italiana non è parte del nostro pil.

Insomma, piuttosto che vivisezionare al microscopio il protocollo di licenze Creative Commons per verificare se è buono o cattivo, basterebbe smettere di averne paura, crederci ed investirci sopra quale occasione, forse l’ultima per la SIAE, di mantenere in piedi il business del controllo dei contenuti in maniera unitaria, dato che non credere alle Creative Commons significa né più e né meno che non credere alla rete; il che, per dirla con le parole di Edoardo Fleischner, significa non credere all’energia elettrica.

Avv. Giulia Arangüena

g.aranguena@leadlaw.it

Carta Etica Digitale Intervista a Massimo Melica Presidente di Innovatori

13 October 2009, di Roldano De Persio

Quella che segue è una brevissima intervista a Massimo Melica, Presidente di Innovatori che ha come tema la Carta Etica Digitale.

Abbiamo chiesto a Massimo Melica, Presidente di Innovatori come nasce l’idea della Carta Etica Digitale?

Credo che la CED sia la risposta italiana all’”Internet Manifesto” dei bloggers tedeschi diffuso qualche mese. Come Innovatori abbiamo pensato di riportare principi etici nell’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione riconducendo alla centralità la condotta delle persone, capaci di gestire al meglio lo strumento digitale.

Leggendo la Carta Etica Digitale si riscontra la sua terzietà da interessi politici o economici, una scelta?

Una priorità direi, le tecnologie oggi pervadono a tal punto la società da rendere obsoleti i classici modelli di rappresentazione e interpretazione dell’etica, richiedendo una inevitabile evoluzione della stessa così come rappresentato nella Carta Etica Digitale. Il nostro scopo è stato quello di rifarci a principi “seri, generali ed astratti” per poter indirizzare le coscienze delle persone ad un uso consapevole di Internet.

Ritenete di esserci riusciti?

Ormai da mesi si parla in Italia solo di politica distorta, di mala società e di gossip. Forse siamo riusciti con la condivisione della Rete a instradare un discorso serio intorno a Internet.

Scarica liberamente la Carta Etica Digitale Carta Etica Digitale.

Salva con Nome Sbagliato

18 April 2009, di Roldano De Persio

In quanto esperto di Reputation Management su Internet mi trovo spesso di fronte casi di persone che vedono nome e professionalità seriamente danneggiati per un uso distorto dell’immagine e del nome. Internet può essere un luogo terrificante se per caso siete posti nell’occhio di un piccolo o grande ciclone comunicativo. Le notizie di qualunque genere, buone o cattive, si diffondono rapidamente e rimangono lì scolpite su Google a imperitura memoria.

Può capitare che il danno alla vostra immagine possa essere generato al di fuori del web, ad esempio in televisione, e poi venga riportato sulla rete attraverso uno degli innumerevoli canali del web 2.0 come YouTtube.

Questa mattina proprio su YouTube ho scoperto un caso comico, che tuttavia spinge a riflettere sull’uso più attento delle tecnologie della comunicazione, generato in televisione e poi riportato sulla rete e per ironia del destino nel video YouTube si parla proprio di Reputation Management.

Carlo Infante è uno studioso esperto di fenomeni sociali sulla Rete, nonché bravissimo conduttore di un programma che si chiama Salva con Nome in onda su Rai News 24. In una delle recenti puntate di Salva con Nome sono stati intervistati vari esperti di comunicazione e innovazione. Tutto molto interessante ed istruttivo peccato però che al momento dell’ intervista all’ avvocato Massimo Melica, esperto di diritto informatico e competente per la gestione della reputazione su Internet, sia apparsa per errore l’intervista ad un’altra persona.

massimo-melica-giurista-errore-identita

Certo qualcuno dirà che questo succede ogni giorno in televisione; parte il servizio e poi il servizio è invece un’altro. In questo caso però è avvenuto qualcosa di molto più grave. Durante l’intervista è apparso in sovrampressione chiaro e ben leggibile il nome di Massimo Melica come didascalia della persona intervistata. Il tutto peggiora quando sempre nell’intervista appaiono immagini del sito dello studio Melica Scandelin & Partners creando ancora più la certezza che la persona intervistata sia effettivamente Massimo Melica.

Non volendo considerare l’errore d’identità, ulteriore riflessione è rivolta ai contenuti riportati dalla persona intervistata la quale potrebbe aver detto delle cose o espresso opinioni, che seppure del tutto legittime, non coincidono con il pensiero di Massimo Melica.

La reputation management diventa sempre più importante in un mondo digitale dove la comunicazione è basata su tempi rapidi e dove un eventuale nocumento può essere  rivendicato anche dalla persona intervistata, che può rivendicare l’aver subito il completo oscuramento del suo nome e della sue competenze, in merito all’opinione espressa.

Rai, di tutto di più? Anche gli errori umani !!! Ma attenzione per il futuro perché gli errori possono generare danni all’immagine.

Leggi e Siti Web Intervista Avvocato Barbara Scandelin

25 March 2009, di Roldano De Persio

In questi giorni spesso leggiamo titoli di giornali e blog allarmati perché le istituzioni e i politici vogliono creare leggi su misura per regolare internet. La prima domanda che mi viene in mente e che dovrebbe venire in mente a chiunque si occupi di internet o che comunque  utilizza il web come strumento di lavoro è:

Internet è il far west oppure ci sono leggi italiane e comunitarie che in qualche modo stabiliscono l’esistenza di diritti e doveri per chi apre un sito o un blog o un portale?

Ho rigirato la domanda all’ avvocato Barbara Scandelin socio dello studio legale Melica Scandelin &  Partners, specializzato in diritto delle nuove tecnologie. In particolare mi sono immedesimato nei panni di un’azienda o di un giovane imprenditore che volesse avviare un sito web o un blog o un ecommerce, che per brevità chiameremo portale, per sviluppare il proprio mercato su internet.

L’intervista completa all’avvocato Barbara Scandelin può essere scaricata qui. L’intervista è un po’ anomala perché in realtà è un elenco degli adempimenti di legge che sono obbligatori o facoltativi per chi gestisce un sito web. Ma la sintesi alcune volte richiede sacrifici di stile, per cui ecco l’elenco dei punti trattati:

  • Dati obbligatori – cosa deve essere riportato su un sito web.
  • Informativa Privacy e Privacy Policy -  cosa è obbligatorio e cosa no riguardo la privacy.
  • Condizioni di navigazione e disclaimer – sito adatto ai minori o no
  • Ecommerce o Commercio Elettronico – informazioni da dare al cliente.
  • Diritto d’autore - Copyright e Creative Commons, informazioni base.
  • Rassegna stampa – cosa e quanto si può pubblicare degli articoli di giornale.

Disclaimer:

L’autore di questo post è partner dello studio legale Melica Scandelin & Partner in qualità di esperto di Reputation Management su Internet e può essere contattato al seguente indirizzo:
studio melica scandelin partners


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