Entries in the 'Editoria' Category

TechCrunch or TechCrush?

Michael Arrington, Founder e Co-Editor del seguitissimo TechCrunch ha dimostrato oggi come si possa perdere la propria reputazione in un batter d’occhio.

Per chi non sapesse cosa sia TecCrunch riporto qui un estratto del loro about:”TechCrunch, founded on June 11, 2005, is a weblog dedicated to obsessively profiling and reviewing new Internet products and companies. In addition to covering new companies, we profile existing companies that are making an impact (commercial and/or cultural) on the new web space.”

Michael ha pubblicato oggi questo post, il cui titolo So That’s What The EU Does With All That Microsoft Money è praticamente una dichiarazione di battaglia, non dico dichiarazione di guerra perché le dimenzioni lillipuziane di questo blog non possono minimamanete essere paragonate ad un istuzione come la UE.

Quello che mi preme sottolineare qui, senza entrare nel merito della questione, è il fatto che un blog che ha come mission quello di descrivere new Internet products and companies e non ha l’autorità o la competenza per esprimere opinioni in ambiti che esulano dalla linea editoriale. TechCrunch è a suo modo un corporate blog e per suo interesse vitale dovrebbe evitare certe cadute di stile. Altra cosa sarebbe se TechCrunch fosse il blog personale di Michael Arrington, ovviamente.

Il risultato del suo post sono stati centinaia di commenti di lettori europei indignati per la sua presa di posizione sconsiderateamente filo Microsoft e anti UE. Molti commentatori hanno segnalato la perdita di credibilità che ha determinato questo singolo post su tutta la testata. Perdita di credibilità e quindi perdita di lettori, e tra questi ci sono anche io. Inoltre che ne penseranno gli insersionisti che non sono USA oppure sono concorrenti di Microsoft? Accetterano di buon grdo questa nuova linea editoriale? Dimenticheranno facilmente che i loro acquirenti, con l’euro alle stelle, sono proprio quegli stessi cittatidini della UE che Michael tanto odia?

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

Non solo blog

La parola politica, derivata dal greco polis, che significa città; l’antica città greca, che però ora è diventata qualcosa di più evoluto, più difficile da governare. La città è diventata, infatti, nazione, economia, commercio mondiale, inquinamento.

Il compito nobile della politica dovrebbe essere quello di gestire al meglio quest’insieme di cose. Putroppo nella percezione comune la parola politica ricorda solo le istituzioni ed i partiti. La parola politica dovrebbe invece essere, vista la complessità delle sfide del mondo in cui viviamo, come qualcosa di più allargato, che coinvolge anche gli altri strati della società.

Chi dirige un’azienda, specie se questa è di dimensioni tali da andare oltre il territorio nazionale, non ha necessariamente occhi solo per fatturato, fusioni e trattative sindacali. La complessità del mondo attuale e le scelte che devono fare ogni giorno implicano che anche i manager debbano in qualche misura occuparsi di politica. Naturalmente mi riferisco ad una politica diversa da quella dei colori dei partiti. La politica che ho in mente è, infatti, quella che ha un orizzonte futuro più ampio, una politica che è fatta di scelte strategiche e tecnologiche di ampio respiro.

Rimanendo in tema di politica, quella politica appunto, segnalo che in questi giorni è stato pubblicato il libro Non solo blog, La tecnologia di cui avremo bisogno, edizioni ETAS, curato da Maurizio Guandalini.

Non solo blog è un libro corale con scritti firmati dai massimi dirigenti di alcuni dei più grandi marchi internazionali che, come è riportato sulla quarta di copertina:”provano a guardare lontano, a fare un pò di sana previsione e a individuare le soluzioni applicative che sembrano più promettenti e sulla quali l’industria italiana può realmente scommettere“.

Non solo blog non è un arido libro di tecnica o di economia, i 14 saggi sono infatti scritti con lo scopo di divulgare idee strategiche e tecnologiche, e quindi in ultima analisi anche politiche, che l’Italia dovrebbe fare per stare al passo con il resto del mondo. Gli autori dei 14 saggi sono: Enzo Biagini AD di Apple Italia, Gianfranco Lanci presidente di Acer Inc., Andrea Pontremoli ex AD di IBM, Enrico Albizzati AD di Pirelli Labs, Massimo della Porta di SAES Getters, Vincenzo Giori AD di Siemens, Massimiliano Magrini Country Manager di Google Italia, Antonio Marcegaglia CEO di Marcegaglia S.p.A., Federico Minoli ex AD di Ducati, Moretti Polegato di Geox, Vincenzo Novari AD di 3 Italia, Orlandi di Sorgenia, Umberto Paolucci Vicepresidente di Microsoft, Elserino Piol di Pino Partciapazioni S.p.A.

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

I’ve seen things you people wouldn’t believe

Così recita nel suo famoso monologo il replicante Roy, nel film Blade Runner. Il mondo attuale vive sussulti, anche violenti, perché viviamo in un periodo storico di transizione che va dritto nella direzione di uno dei mondi descritti da Roy. Uno dei fattori scatenanti dei grandi cambiamenti e troppo spesso considerato l’imputato numero uno nei salotti televisivi, è la Rete. Internet è per noi, infatti, il nuovo mondo, le nostre Americhe. Un luogo da conquistare ed esplorare, pieno di selvaggi pericolosi.

I primi coloni ad accorgersi che nel nuovo mondo le regole della comunicazione sono diverse da quelle fino ad ora utilizzate sono le grandi corporation. La pubblicità classica su internet non funziona più. I coloni sono agitati e le loro guide indiane, i centri media, le agenzie di pubblicità e gli editori, non sono certo di aiuto. Troppo whisky, direbbe qualche patito dei vecchi film western.

I segnali ci sono tutti, stiamo per assistere a qualche big bang della comunicazione. La storia e la biologia ci insegnano che i cambiamenti, quelli veri e non le mode, sono sempre repentini e violenti e fanno morti e feriti.

Le corporation stanno, infatti, per sbarazzarsi degli editori e delle agenzie pubblicitarie. Trevor Edwards, Nike’s corporate vice president for global brand and category management, in un articolo del New York Times afferma:”We’re not in the business of keeping the media companies alive” e aggiunge:”We’re in the business of connecting with consumers”. In pratica è come se avesse detto toglietevi di mezzo che mi ostruite il passaggio. Sempre nello stesso articolo vediamo che nei fatti è stata fatta una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei media. L’anno scorso la Nike ha investito solo il 33 per cento dei 678 milioni di dollari del budget dedicato alla pubblicità USA negli spot televisivi e nella comunicazione tradizionale. Ok, Do not panic, forse è solo Nike. Come? Non credete che sia solo la Nike a ragionare così, vero? Fate bene.

IBM, il colosso dell’informatica ha pubblicato uno studio, che ha coinvolto più di 2.400 consumatori e 80 esperti di advertising, che indica come siamo molto vicini a the end of advertising as we know it. In agosto il gigante di Armonk aveva già dimostrato l’inesorabile declino della TV come media principale. Ora il recente survey ci informa che se i maggiori player coinvolti nell’advertising non cambiano rapidamente registro le cose si potrebbero mettere molto male:”Traditional advertising players risk major revenue declines as budgets shift rapidly to new, interactive formats, which are expected to grow at nearly five times that of traditional advertising. To survive in this new reality, broadcasters must change their mass audience mind-set to cater to niche consumer segments, and distributors need to deliver targeted, interactive advertising for a range of multimedia devices. Advertising agencies must experiment creatively, become brokers of consumer insights, and guide allocation of advertising dollars amid exploding choices. All players must adapt to a world where advertising inventory is increasingly bought and sold in open exchanges vs. traditional channel”

In Italia? Che succede nel bel paese?

Fulvio Zendrini, senior vice president advertising and image del gruppo Piaggio, afferma in un’ intervista che trovate su DailyOnline:”La televisione tradizionale è morta e sepolta. L’ho detto sette anni fa al Convegno nazionale della pubblicità a Roma e mi hanno dato della “Cassandra”. Adesso Mediaset sta cercando di correre ai ripari perché la gente non guarda più la tv tradizionale. Le televisioni tematiche si stanno nello stesso tempo sviluppando enormemente, mentre internet costruisce le proprie televisioni, You Tube imperversa, il quotidiano “La Repubblica” ha attivato la televisione all’interno del suo sito e altri quotidiani puntano molto sull’informazione online. Ritengo che stia veramente cambiato tutto e chi non sa o non ha saputo adeguarsi a questi mutamenti epocali adesso è morto.” In rete, su blogosfere si trova anche un’intervista video, sempre a Fulvio Zendrini, che ritengo molto efficacie.

Vale la pena di leggere il pensiero di Emanuele Bruno, direttore responsabile del settimanale Pubblicità Italia, il quale nell’editoriale del numero 38 di Pubblicità Italia afferma:”La penetrazione delle reti generaliste nel giorno medio sul target individui nel periodo che va dall’uno settembre alla fine di ottobre è calata dal 14% del 2006 - che pure veniva considerato un dato basso, provocato dalla eccezionale situazione di bel tempo dell’anno passato - fino al 13,6% del 2007. Un -0,4% di rating che in termini di ascolti si traduce in un ammanco di poche decine di migliaia di spettatori, ma che se invece si considera il prime time si traduce in un passivo vicino a quota 800.000. Quello che pare affermarsi è cioè un trend per cui, come negli Usa, il progressivo restringimento delle audience della tv generalista (sotto l’attacco dei nuovi media), finisce per non ridurre più di tanto la quota d’introiti pubblicitari del mezzo. Per ora”.

Per ora, appunto.

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

La forza del disordine

Pochi giorni fa sono ritornato in una pizzeria, che non frequentavo da tempo. Questa pizzeria è abbastanza rinomata, il servizio è alla mano e questa cosa fa molto chic: praticamente devi fare quasi tutto da solo, la tovaglia è un foglio di carta e le posate le disponi tu come più ti aggrada. Pare di stare a casa di tua nonna. La pizza però è buona. Il tiramisù poi, non ne parliamo… è fenomenale, praticamente quello di tua zia. Ok facciamo che è la mia, in fin dei conti che ne so io se tua zia fa un buon tiramisù?

La cosa che mi colpisce di questa pizzeria è la gestione della fila: non c’è gestione. Esempio se nella fila sono presenti gruppi di due, tre e più persone e si libera un tavolo da tre entra prima il gruppo di tre, anche se questo è arrivato dopo il gruppo di due. Giusto? No però funziona, almeno per l’organizzazione della pizzeria.

Questa cosa mi ha fatto pensare al libro che ho letto ultimamente il cui titolo è tutto un programma: la forza del disordine.

La forza del disordine, scritto da Eric Abrahamson e David H. Freedman, edito in Italia da Rizzoli è un libro fatto apposta per i disordinati incalliti, specie se gestiscono negozi o affini.

Il primo accenno a come ordine e gestione del negozio non vadano proprio di comune accordo lo trovate nell’introduzione del libro, dove viene descritta la storia di un certo Essam, proprietario “disordinato” di una rivendita di giornali. Essam aveva come vicino un rivenditore di giornali che al contrario era ordinatissimo al punto tale da gestire tutto con un ordinateur, come direbbero i francesi, un computer diremmo noi. Essam vendeva meno giornali del suo vicino proprio a causa dell’inefficente organizzazione del suo negozio. Essam però è rimasto e l’altro ha chiuso. Essam alla fine della giornata faceva molti più soldi. Perché? Bella domanda, pensate alla coda della pizzeria e forse troverete la soluzione.

La forza del disordine è un libro pieno di aneddoti che mettono in seria crisi la nostra cieca fede nell’organizzazione e nell’ordine. Tra tutti gli esempi vale la pena di ricordare il negozio di ferramenta super stipato e pieno fino all’inverosimile di oggetti introvabili. Un negozio di ferramenta che secondo il libro si trova a Needham, piccolo sobborgo di Boston e il cui proprietario è un certo Harvey Katz. Questo negozio funziona ed è a prova di concorrenza perché è la realizzazione pratica della teoria della coda lunga, ormai diventata famosa grazie al lavoro di Chris Anderson.

Spesso, come è ampiamente descritto nel libro, l’ordine viene identificato da una scrivania ordinata o perfino sgombra. Nel primo capitolo del libro viene riportata una frase attribuita ad Albert Einstein:”Se una scrivania in disordine è segno di una mente disordinata, di cosa, allora, è segno una scrivania vuota?”. Come è la vostra scrivania? Ordinata tendente al vuoto? Allora è proprio il caso che andiate a comprare il libro la forza del disordine. Attenzione, però, se vi siete appena svegliati, prima di uscire non rifate il letto. Secondo alcuni rifare il letto è come allacciare le scarpe dopo che ve le siete tolte.

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

Intervista a Leonardo Bellini

Dopo la recensione del libro “Blog in azienda” - ETAS, da poco uscito in libreria, intervistiamo Leonardo Bellini, già autore di fare business con il web e che ha curato l’edizione italiana del libro.

The Marketer: Ciao Leonardo, prima di addentrarci nel libro e nei blog aziendali, parliamo un attimo di te..

Leo: beh, il grande vantaggio di un’intervista come questa è che si possono aggiungere dei link a supporto delle parole, per cui ne approfitto.. sono un quarantenne innamorato della rete; svolgo attività di ricerca, formazione e consulenza nel campo del marketing digitale e nel 2006 ho pubblicato “Fare business con il web” con Lupetti Editore ; potete leggere il mio blog, o consultare il mio Brand Site per farvi un’idea.

The Marketer: Cosa hai trovato di significativo ed originale nel libro?

Leo: Per passione e per motivi professionali ho letto molti libri sul Corporate e Business Blogging ; basta consultare la mia Libreria su Anobii per rendersene conto; il libro di Debbie Weil presenta un approccio davvero diverso, si rivolge davvero al top manager, all’Amministratore delegato, così come al Direttore generale o al Direttore Marketing e comunicazione, e con un linguaggio semplice, cercando di rispondere ai quesiti fondamentali e a risolvere grazie ad esempi ed interviste le principali ansie e preoccupazioni. Un’opera quasi mauetica e psicologica, per certi versi.

The Marketer : Qual è secondo te il valore di questo libro? Chi lo dovrebbe leggere?

Leo: Mi ripeto: a mio avviso l’approccio; Debbie pur utilizzando un linguaggio assolutamente semplice e non tecnico, tocca tutti i punti fondamentali per affrontare il processo di avviamento e di gestione di un Blog aziendale:
• Quali sono i principali utilizzi di un Blog in azienda?
• Perché aprire un Blog aziendale? Quali sono i vantaggi ed i benefici che posso attendermi?
• Come posso vincere le resistenze interne e superare la paura di bloggare?
• Chi dovrebbe scrivere e firmare il blog aziendale? I dipendenti, il Ceo, un blogger esterno?
• Quali sono i requisiti tecnici e le conoscenze di base che non posso non sapere?
• Che tipo di scelte devo operare in termini di piattaforma e di scelta del dominio?

The Marketer: Cosa emerge secondo te, qual è la lezione che ne possiamo trarre da questa lettura?

Leo: Beh, uno dei punti che emergono dalla lettura è la grande varietà di situazioni in cui il Blog si è rivelato utile (dal Blog per l’uragano Cathrina, al Blog collaborativi dei grandi istituti di Ricerca e Business School inernazionali, come MIT Sloan o Wharton Busines School, ai CEO blog come quelli di Johnathan Schwartz, CEO di Sun Microsystems, o quello di Richard Edelman o ai bog di prodotto come quelli di Intuit, o il fatto di non averlo e di non averci pensato prima si è rivelato dannoso)
Da questo punto di vista Debbie ci mette in guardia: non correre ai ripari quando ormai la vostra azienda è sotto attacco o nella bufera mediatica , nel bel mezzo di un “Blog chasm” com’è accaduto per Kryptonite..

Un altro punto è che non ci dobbiamo scordare che il Blog non sostituisce ma si complementa e deve essere considerato come uno strumento aggiuntivo, da integrare nella strategia complessiva di marketing e di comunicazione di un’azienda

The Marketer: E in Italia? Qual è la tua visione o la tua percezione?

Leo: Tenendo alcuni corsi sul blog aziendale mi sono confrontato con i dubbi e le perplessità di molte aziende ed imprenditori, ho ascoltato il parole di responsabili marketing e comunicazione.
La percezione che ho avuto che le principali obiezioni (rischi di perdita di controllo, mancanza di tempo, difficoltà nel gestire feedback, e i commenti) siano non facili da scardinare; d’altra parte ho riscontrato grande interesse ed attenzione nel comprendere cos’è e come tuffarsi nella blogosfera e cominciare a nuotare.
Il confronto che ho avuto con alcuni Corporate blogger, (le cui interviste sono incluse nella mia postfazione) ad Andrea Andreutti di Samsung News, Nicola Zago di Design Conversations – Lago Spa , Valentina Tolomelli di Desmoblog e di Alessandro Leoni – Duck Side mi hanno rincuorato e fatto pensare che l’avventura dei Blog aziendali in Italia è appena cominciata

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

Caccia a Ottobre 2.0

Sembra che il mese di Ottobre sia il mese più adatto alle rivoluzioni.

Leggendo l’inserto di Repubblica Affari & Finanza si scopre - articolo di Stefano Carli, pag 37 - che la pubblicità online sta crescendo a ritmi travolgenti. Solo negli Usa tra aprile e maggio il mercato della pubblicità su internet a superato “la barriera psicologica dei 5 miliardi di dollari”. Ma la cosa, per così dire rivoluzionaria, è che come scrive Stefano Carli nello stesso articolo:”D’altra parte se negli Usa 53 milioni di persone, ossia il 44% degli adulti che navigano su Internet, sono anche creatori di contenuti, il fenomeno non può essere trascurato.” Nielsen sembra aver capito da che parte spira il vento, da poco, infatti, è visibile il nuovo portale Nielsen Online, nato dall’integrazione di Nielsen//NetRatings e Nielsen BuzzMetrics.

La rivoluzione non si ferma solo agli USA, ma è ben più forte in UK. Tanto per fare un esempio, questa mattina il titolo della newsletter di iMedia Connection, Uk Edition era:”Traditional media running scared as U.K. online growth storms on“.

Un post di Tommaso Tessarolo, mette in evidenza come i Radiohead abbiano spazzato via in un solo colpo tutti le forme di intermediazione nel mondo musicale:”impressionanti sono i numeri dichiarati dai Radiohead per la prima settimana di distribuzione del loro nuovo capolavoro “In Rainbows”. Per chi non lo sapesse l’ultima fatica della band di Thom Yorke nata nello Oxfordshire nel 1986 è stata pubblicata solo su Internet scaricabile gratuitamente con l’opzione per lasciare “una mancia” prima di portarsi il malloppo a casa. E’ in pratica un esperimento a donazione libera dove chi vuole scarica senza pagare, chi invece vuole premiare gli artisti può farlo liberamente. In questa operazione non è stata coinvolta nessuna produzione, distribuzione, etichetta, agenzia stampa e non è stata attivata nessuna campagna promozionale. E’ bastato solo far circolare la notizia per traformare “In Rainbows” in un precedente epocale: 1.2 milioni di download in una settimana, con una media di $8 per album “donati” dai fans, per un totale di circa 10 milioni di dollari incassati. Diecimilioni di dollari puliti, senza per l’appunto intermediari, ed in una sola settimana.

Questi sono, a mio modesto avviso, degli indizi che testimoniano l’esistenza di una rivoluzione ancora in atto, che va molto oltre il semplice termine buzz Web 2.0 presente in molti convegni, anche autorevoli. Voi che ne pensate?

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

WIKINOMICS

Il mondo cambia e con esso gli uomini. La storia umana è fatta di cambiamenti continui e di rivoluzioni drammatiche specialmente quando queste sono rivoluzioni politiche. Altre volte però anche le rivoluzioni possono essere continue, non drammatiche, non facilmete percepite. Queste rivoluzioni  sono come un fuoco sotterraneo che avanza soto i nostri piedi.

Alcuni umani scrutano continuamente l’orizzonte futuro alla ricerca di possibili tempeste o incendi e si fanno portavoci di quello che avverrà, di quello che sta per succedere o perfino di quello che sta già accadendo, ma che la maggioranza di noi non riesce o non vuole ancora percepire. 

Due di questi esploratori, Don Tapscott e Anthony D. Williams, hanno raccolto le loro scoperte in un libro, Wikinomics, il cui titolo così particolare dovrebbe far alzare qualche sopracciglio, specie se l’arcata appartiene a qualcuno che non frequenta il mondo informatico o la lingua hawaiiana e non conosce quindi la parola wiki.

Wikinomics edito in Italia da Etas, che fa parte di RCS Libri, è un libro particolare, un libro che parla di storie. Storie incredibili come la caccia al tesoro inventata da Rob Mc Ewen, CEO  di Goldcorp inc., riuscito nell’impresa di salvare la propria azienda prendendo a prestito le idee della comunità Linux. Storie di guerra dove potenti corporation come Apple e Sony sono sfidate e smascherate dalla “saggezza delle folle” e dal potere ogni giorno sempre più grande dei prosumer, i quali al grido di “l’ipod e mio e lo gestisco io” stravolgono il concetto di personalizzazione fino a intaccare e occupare metro dopo metro il terreno del design e della funzionalità degli oggetti acquistati.  Una guerra che è ormai senza esclusione di colpi, un continuo corpo a corpo tra gli studi di avvocati delle multinazionali e gli hacker, che nelle vesti di moderni prometeo regalano i frutti le loro imprese al popolo della rete.

Brutte storie, ma anche vicende a lieto fine come nel caso di IBM, che ha scelto volutamente di “scendere” al livello della comunity Apache (web server) per potere essere accettata dal gruppo, che come ogni comunità che si rispetti è sempre un po’ diffidente nei confronti degli estranei.

La parola “storie” potrebbe ingannare chi ha intenzione di leggere Wikinomics. Gli eventi descritti nel libro non sono però aneddoti divertenti, ma fatti concreti che riguardano l’economia globale. Wikinomics è anzi un pamphlet contro l’immobilismo delle aziende, una testimonianza accorata rivolta a quei manager che ancora non si sono accorti che ormai tutti collaborano con tutti. 

Wikinomics non è nemmeno però un libro sui consumatori e i loro rapporti con le corporation. Wikinomics ha un respiro molto più vasto e ci descrive gli effetti di una “tempesta perfetta”.  Una tempesta dagli effetti così potenti da minare o quasi teorie fondamentali dell’economia come il “teorema di Coase“ o così imprevedibili da spingere ”Big Pharma” ad una guerra fratricida con le cugine aziende biomolecolari per evitare l’applicazione dei brevetti sul genoma umano. 

Wikinomics è un prodotto editoriale il cui claim potrebbe essere:” il mondo è cambiato, cambiate il mondo”.

Quest’ultima frase però nel libro non c’è ;-) 

   

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content

Intervista a Barbara Picollo di b&p communication

Da mesi cercavo di riuscira a intervistare Barbara Picollo, Direttore Comunicazione di b&p communication e finalmente eccola qui:

La sede di b&p communication è a Torino, la città della FIAT e del Festival del Cinema di Moretti, è un vantaggio o uno svantaggio?

Torino da qualche anno è una città work in progress: olimpiadi, eventi, festival, locali di tendenza. Nel 2008, con l’avvento del World Design, sarà la capitale mondiale delle “idee in movimento”. Crediamo di contribuire anche noi a questo rilancio culturale.

Mi risulta che b&p communication sia nata il 16 aprile 2007 ed è quindi un’azienda molto giovane, b&p communication è però anche una società dotata di grande esperienza perchè le persone che ci lavorano portano in dote anni di professionalità rodata sul campo. Ci puoi dire qualcosa riguardo questa vostra dualità?

L’azienda è giovane sia come attività che come età media dei componenti (35 anni). L’esperienza passata di tutti noi ha avuto un punto in comune in Superbrands Italia, dove ci siamo conosciuti e abbiamo collaborato per diversi anni, creando un team molto affiatato che ha maturato la propria professionalità ed esperienza fino a scegliere una strada autonoma. Per questo, pur essendo un’azienda in erba, ha saputo partire immediatamente con precisione e determinazione creando un prodotto unico e di altissimo livello.

b&p communication è una società editrice di studi e report sul brand e sui rapporti tra marchi, aziende e i consumatori. Ci puoi descrivere le attività di un’azienda come la vostra?

Uno dei nostri principi è non voler creare una vetrina di marchi, ma partire da basi scientifiche solide. La ricerca sui canoni per essere 2.0 commissionata a “The Economist intelligence Unit” e l’accordo con la IULM per tutta la collana Brand Concepts sono due esempi importanti che rendono bene l’idea di quanto queste edizioni vogliano essere un punto di partenza per utilizzare nuovi metodi di marketing e comunicazione. Vista dalla parte del consumatore ultimo, invece, è un’opportunità per conoscere i marchi e le aziende sotto una luce diversa.

Ho visto che attualmente sono in cantiere due progetti editoriali ed uno di questi è secondo volume della collana Brand Concepts. Ci puoi dire qualcosa riguardo Green Brand?

Green Brand sarà il secondo volume della collana “Brand Concepts” e verrà presentato a fine marzo.
Green Brand, partendo da uno studio che sta realizzando il team del prof. Alberto Abruzzese – università IULM-, avrà il compito di raccontare quei brand che hanno obiettivi congiunti: obiettivi di marketing e obiettivi ecologici,che legano la loro identità intorno al concetto di “sostenibilità” o che lanciano campagne pubblicitarie incentrate sul concetto di “green”, che incorporano uno spirito urbano e una tendenza estetica moderna per combattere lo stereotipo costruito negli anni intorno al concetto “green”. Sono anche brand che propongono ai propri buyers un consumo responsabile e che, per raggiungere questo obiettivo, ridisegnano i propri prodotti, la progettazione del packaging e modificano i processi produttivi.

Il primo della collana Brand Concepts è invece Brand 2.0. Mi pare di capire che la collana Brand Concepts sarà costituita da volumi monotematici. Me lo confermi?

L’intento è di uscire quadrimestralmente con argomenti che siano all’avanguardia nel settore del marketing e della comunicazione. Ogni edizione di Brand Concepts sarà supportata e motivata da rigorose basi scientifiche, per poi essere divulgata in allegato gratuito con testate nazionali e presentata agli addetti ai lavori in occasione di forum internazionali.

Sul vostro sito fino a poco tempo fa - la campagna è terminata il 15 settembre - c’era un form sul Brand 2.0 che invitava gli utenti a segnalare brand 2.0. Come nasce l’idea di chiedere la collaborazione della rete?

Proprio per l’argomento trattato nel primo volume, abbiamo voluto fortemente essere 2.0, quindi coinvolgere l’utente nelle nostre scelte di case history da inserire e creare un esempio tangibile di engagement tra azienda e cliente.

La segnalazione più brillante verrà inserita proprio nel volume Brand 2.0 che verrà presentato da Kevin Roberts, CEO worldwide di Saatchi&Saatchi al World Business Forum. Per voi di b&p communication deve essere elettrizzante. Una presentazione in pompa magna ad un Forum così importante. Puoi dirci qualcosa riguardo questo libro?

Sicuramente il World Business Forum è un’ottima vetrina per presentare il nostro primo lavoro al mondo business. Il fatto che Kevin Roberts, che a tutti gli effetti è l’attuale guru della comunicazione internazionale, abbia accettato di presentare Brand 2.0, ci fa pensare di aver editato un ottimo strumento.

K. Roberts sarà affiancato nella tavola rotonda del 24 ottobre da un giornalista de il Mondo, dall’a.d. di Blogosfere, Marco Montemagno, dal prof. Abruzzese della IULM e da un paio di manager di grandi aziende.

Mi confermi che uscirà a fine ottobre in allegato gratuito con Il Mondo, settimanale economico-finanziario di RCS? Perché avete scelto il Mondo?

Si, Brand 2.0 uscirà il venerdi successivo al WBF in allegato gratuito (e lo sottolineo) con il Mondo. La scelta della testata è molto importante, e il target de il Mondo è ideale per la nostra pubblicazione, vorrei ricordare che i case history raccontati sono di brand del calibro di Philips, intel, McDonald’s, Microsoft, lulu, CocaCola e così via. In più l’argomento tocca da vicino l’economia e la finanza di ogni azienda che abbia il coraggio di utilizzare nuove strategie di comunicazione.

In una recente intervista (SpotandWeb, pag. 16) Paolo Cagliero, Art Director di b&p communication, descrive una collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti, paese molto giovane all’avanguardia nella creatività e nella comunicazione. Torino e Dubai un possibile gemellaggio in nome del Design? Puoi dirci qualcosa in proposito?

Perché no, la globalizzazione ormai riguarda ogni settore e se un passo del genere fosse utile a creare nuovi spunti per produrre innovazione nella comunicazione e nel marketing sarebbe ovviamente affrontato.

Continuando a parlare di città all’avanguardia, quale città metteresti al primo posto tra Milano, Roma e Torino in un’ideale graduatoria 2.0?

Londra. Scherzo, ovviamente Milano, ma siamo ancora ad anni luce dalle città anglosassoni.

Un’ ultima domanda scherzosa. Sono rimasto molto colpito dagli omini colorati del vostro sito. Come è nata quest’idea grafica?

Abbiamo un art director formidabile: è, secondo me, il segreto per un team perfetto, poche persone, molto competenti! Dei pezzi da 90, insomma!
L’idea degli omini è direttamente legata al concept 2.0, il sito diventa il luogo dove gli “omini” interagiscono con l’azienda.

Parliamo ora di Barbara Picollo. Come sei approdata a b&p?

b&p, come detto in qualche domanda precedente, è nata dall’incontro di professionisti specializzati in settori della comunicazione che hanno lavorato insieme per la realizzazione di volumi Supebrands. Quando la metodologia nell’affrontare la comunicazione non è più stata, secondo noi, all’altezza, è nata b&p communication.

L’azienda l’hai fondata tu? Sei socia?

b&p, brand & publishing, ha due soci: Paolo Cagliero e la sottoscritta.

Quali sono le tue esperienze passate?

Le mie esperienze nascono casualmente, provengo da studi molto scientifici e alla comunicazione ci sono arrivata quasi per sbaglio, ma è stata una passione travolgente. Ho lavorato in alcune concessionarie di pubblicità locali poi sono approdata a Superbrands, dove ho imparato molto, soprattutto a confrontarmi con l’impegnativo e impegnato mondo dei marketing manager di grandi aziende italiane e multinazionali. La seconda, ma non ultima attività, è tentare di fare la mamma (di una dodicenne e di un bimbo di 8 anni) nel miglior modo possibile.

Rate this:
2.5
Sphere: Related Content