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Pozzi e Pozzanghere

It’s The War, Stupid!. Questa è, parafrasando ciò che veniva detto durante la campagna presedenziale di Clinton nel 1992, la frase che viene in mente per spiegare l’impennata del prezzo del petrolio, che proprio in questi giorni sta facendo tremare i mercati. Sotto i piedi del PKK, organizzazione indipendentista curda che la Turchia vuole annientare, dopo i recenti attentati e gli scontri al confine con l’Iraq, c’è un mare di petrolio. Che succederebbe se la Turchia avviasse un invasione su larga scala del nord dell’Iraq?

Aggiungiamo un pizzico di preoccupazione in più. Come l’autorevole New York Times sottolinea il vero motivo del perché il prezzo del petrolio è in fibrillazione è che presto o tardi ci potrebbe essere uno scontro armato con l’Iran:”Investors worry that any conflict between the West and Iran would disrupt oil supplies from the Middle East.” Non dimentichiamo che il Presidente degli USA, G. W. Bush, in una conferenza stampa ha parlato di una possibile Terza Guerra Mondiale:”So I’ve told people that if you’re interested in avoiding World War III, it seems like you ought to be interested in preventing them from have the knowledge necessary to make a nuclear weapon.”

Bel quadretto non vi pare? Bene non è finita, però.

A tutto questo va aggiunto che, se anche non ci fossero di mezzo le continue tensioni politico-militari, il prezzo del petrolio sarebbe comunque destinato ad aumentare, per il semplice fatto che prima o poi il petrolio finisce. Il recente aumento del prezzo della pasta e del pane è un chiaro indizio che qualcosa del genere sta già accadendo.

Farina e petrolio sono collegati tra loro più di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Tutto nasce dal fatto che i governi di molte nazioni sono fortemente impegnati a sostituire la benzina con l’alcool etilico. Il guaio è che un’ottima fonte per la produzione dell’alcool etilico è il granturco. Gli agricoltori hanno intravisto la possibilità di guadagnare molto diventando i “petrolieri” del futuro e stanno quindi coltivando sempre più granturco a discapito delle altre coltivazioni, grano compreso.

Ora indipendentemente da quale sarà la soluzione energetica alternativa, molti cominciano a lanciare segnali di allarme su possibili catastrofi future dovute alla scarsità di petrolio. Qualcuno ha anche realizzato un film documentario il cui titolo “A Crude Awakening“, sottotitolo The Oil Crash, è abbastanza esplicativo di quanto repentino e crudo - crude significa anche greggio - potrebbe essere il nostro risveglio.

Vale la pena evidenziare che proprio in Italia, a Rimini si è cercato di inquadrare i termini del problema e di dare una risposta alla domanda cruciale:”Quando la produzione di petrolio raggiungerà il picco e inizierà a diminuire?” Ne è anche scaturito un documento finale noto come Rimini Protocol, ovvero protocollo di Rimini. Il testo del protocollo può essere scaricato dal sito ufficiale del film.

A Crude Awakening è solo uno dei tanti segnali di come si stanno mettendo le cose. Recentemente ho avuto la possibilità di ascoltare e riportare un’intervista a Matthew Simmons in cui vengono descritti degli scenari futuri da brivido.

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Siamo fritti l’oil è finito

Vado subito al nocciolo delle questione senza tanti giri di parole. Il petrolio sta per finire e noi non ce ne siamo accorti.

Questa mattina ho ascoltato sul sito Financial Sense un’ intervista a Matthew Simmons, uno dei maggiori esperti di questioni energetiche e di petrolio. Simmons è presidente di Simmons International ed è anche l’ autore del libro Twilight in the Desert.

In breve le affermazioni di Simmons si possono riassumere in pochi concetti essenziali. Il più importante fra questi è il concetto di peak oil. Questo concetto ha alla base la teoria del picco di Hubbert, una teoria formulata negli anni 50, che in maniera molto banale, possiamo ridurre alla semplice constatazione che il petrolio alla fine finisce. Il problema qui è capire quando avverà questo picco (secondo alcuni questo picco c’è stato) e cosa succederà dopo. Purtroppo come si evince dall’intervista, nessuno ha un idea di come andranno a finire le cose. Vi ricordate lo strategia dello struzzo? Ecco qui ci siamo molto ma molto vicini. Simmons parla apertamente di un treno che sta andando a sbattere contro una montagna.

Sentendo l’intervista a Simmons, si apprendono notizie molto peggiori. Le raffinerie di petrolio nel golfo messico sono vecchie di 85 anni e non sono in grado di produrre tanta benzina quanta ne serve per soddisfare la richiesta degli assetati SUV e Humvee che circolano nelle strade USA. Quelle vecchie e malandate raffinerie inoltre sono spesso e volentieri il bersaglio involontario di uragani tipo Katrina. Se non siete soddisfatti di questo lugubre quadretto possiamo aggiungere che ormai in america i ragazzi che intraprendono la strada universitaria per diventare geologi petroliferi si contano sulle dita di una mano o quasi… è un mestiere troppo pericoloso!

Che significa? Semplice meno tecnici in grado di scoprire nuovi giacimenti. L’ultimo vero nuovo giacimento è stato scoperto negli ormai troppo lontani anni 60 nel Mare del Nord ed il picco massimo si è avuto nel 1991 con 6.1 milioni di barili al giorno contro i 3,5 milioni attuali.

No dai, vedrai che ci sarà sicuramente un piano B. No! niente piano di riserva o almeno così sembra dire Matt.

Allora che si fa?

Simmons propone dei piani di azione pratici e che coinvolgono le nostra abitudini di vita. Per prima cosa dovremmo smettere di accettare di fare lavori negli uffici. La vita lavorativa dovrebbe essere organizzata in modo tale da poter svolgere le mansioni da casa. Niente lavoro in ufficio, niente spostamento, nessun consumo di carburante.

Altra proposta è quella di cambiare abitudini alimentari e consumare solo il cibo delle produzioni locali. Cibo più genuino e niente camion che si spostano per giorni interi per tutta la nazione.

Utopia?

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