Finalmente sono riuscito a leggere il bel libro di Luca De Biase il cui titolo impegnativo è Economia della felicità, dalla blogosfera al valore del dono e oltre, Serie Bianca Feltrinelli.
Se dovessi definire con un solo aggettivo il libro di Luca De Biase sceglierei senza ombra di dubbio la parola buddista. L’impressione che mi è rimasta è che ogni paragafo, anzi ogni singola frase è messa lì per dimostrare in maniera lenta e progressiva che tutto ciò che abbiamo fatto fino ad ora è fonte di infelicità e che al contrario la felicità si trova altrove.
L’altrove del libro Economia della felicità, non è, però, il nirvana oltremondano della religione buddista, ma uno stato mentale dove le nostre azioni fisiche hanno un elevato valore qualitativo, un mondo dove essere è meglio che avere:”Il gioco insaziabile del consumismo, lungi dall’apparire come una causa positiva di aumento del reddito nazionale, comincia a presentarsi come una forma deleteria di dipendenza” e ancora:”…quello che conta è il bisogno di senso di ciò che si fa. Una cultura nella quale il senso sia tutto dentro il vantaggio monetario che si ottiene dall’attività economica non produce felicità.” La ricchezza quindi, come recita il noto proverbio, non fa la felicità.
E allora? Se il mondo descritto e disegnato dall’economia, “la scienza triste” come la definisce Luca De Biase a pag. 70, ci crea tanta angoscia come possiamo riformare le nostre vite per aumentare il tasso di felicità più che il tasso di produttività?
Un suggerimento, o meglio il suggerimento di Yochai Benkler, potrebbe fare proprio al caso nostro:”persone che usano a fondo la rete collaborando gratuitamente intorno a progetti condivisi”. La rete come:”limite all’espansione della monetizzazione della vita sociale”. La rete come mezzo che ha la caratteristica di attivare:”una tendenza alla crisi delle strutture gerarchiche, poco flessibili e fortemente orientate al controllo degl individui”.
Il suggerimento di Yochai Benkler non è, ovviamente, l’unica cosa che mi ha colpito durante la lettura del libro. Ho scoperto, ad esempio, il significato di parole che allo stesso tempo hanno qualcosa di oscuro e affascinante come esternalità negative posizionali o anche materialismo terminale e ho anche letto una frase che solo all’apparenza può sembrare surreale:”i doni non sono perfettamente gratuiti”, che è una citazione del pensiero del sociologo e antropologo Marcel Mauss.
Insomma come ho già detto all’inizio finalmente sono riuscito a leggere l’Economia della felicità.
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La ricchezza economica derivante dalle crescenti esportazioni di petrolio e di gas hanno trasformato la nostra percezione della Russia. Un paese che era in decadenza, risultante dallo sfascio dell’ URSS, praticamente in bancarotta nel 1995 ora è diventato stato con ambizioni politico militari i cui effetti cominciano a farsi sentire in tutto il globo. La Russia o meglio la Federazione Russa - Российская Федерация - è un paese enorme con grandi capacità anche tecnologiche e dotato di tecnici e programmatori di altissimo livello.
Gli effetti di questa situazione non si sono fatti attendere. Un primo sintomo della crescente velocità con cui la Russia recupera terreno rispetto agli standard del mondo occidentale è la forte diffusione di internet. eMarketer evidenzia in un suo articolo che:”By the end of 2008, Russia will be the second largest Internet market in Europe” e prevede che:”Russia will have more than 40 million Internet users by the end of the year. In Europe, only Germany will have a larger online population”.

Un altro esempio esempio eclatante della dinamicità dell’economia russa è il costo della vita a Mosca che secondo uno studio condotto da Mercer, società di consulenza in Human Resource, è diventata la capitale più costosa del mondo superando in questo perfino Londra e Tokyo. Ponendo infatti come valore di riferimento New York con base 100 il valore di Mosca è pari a 134.4.
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Sul sito di Euromonitor è stato pubblicato un articolo, price and the $64,000 questions - an introduction to cigarette pricing issues, che ha come argomento gli effetti sociali dell’aumento del prezzo delle sigarette. Premetto che sarebbe importante considerare anche altre fonti per poter valutare in maniera obbiettiva i dati e le conclusioni di Don Hedley, autore dell’articolo.
Le conclusioni agghiaccianti dell’articolo si possono riassumere in due fatti essenziali. Il primo di questi è che la differenza tra il prezzo delle sigarette vendute nei paesi occidentali e quelle vendute nell’europa dell’est determina una spinta forte verso l’aumento dei traffici illeciti. Il differenziale sarebbe, quindi, l’origine del contrabbando. Il grafico qui sotto dimostra in modo chiaro i prezzi al genenaio 2007 (fonte Philip Morris International).

Il secondo aspetto importante è che l’aumento del prezzo dei pacchetti non determina una forte diminuzione del consumo di sigarette e ha al contempo come effetto paradossale quello di colpire maggiormente le classi povere e tra queste gli individui più giovani.
Uno studio scozzese ha dimostrato infatti quello che l’articolo definisce come teen paradox. I teenager delle classi inferiori fanno lavoretti part-time e possono quindi disporre di una somma superiore rispetto alle paghette degli adolescenti delle classi agiate. La conseguenza di questa disponibilità economica è la possibilità di acquistare molte più sigarette di quanto possano fare i ragazzi ricchi. Paradossalmente un aumento del prezzo dei pacchetti ha alla lunga come effetto finale quello di far diventare il fumo e le malattie conseguenti un problema che riguarda solo le classi povere
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La parola politica, derivata dal greco polis, che significa città; l’antica città greca, che però ora è diventata qualcosa di più evoluto, più difficile da governare. La città è diventata, infatti, nazione, economia, commercio mondiale, inquinamento.
Il compito nobile della politica dovrebbe essere quello di gestire al meglio quest’insieme di cose. Putroppo nella percezione comune la parola politica ricorda solo le istituzioni ed i partiti. La parola politica dovrebbe invece essere, vista la complessità delle sfide del mondo in cui viviamo, come qualcosa di più allargato, che coinvolge anche gli altri strati della società.
Chi dirige un’azienda, specie se questa è di dimensioni tali da andare oltre il territorio nazionale, non ha necessariamente occhi solo per fatturato, fusioni e trattative sindacali. La complessità del mondo attuale e le scelte che devono fare ogni giorno implicano che anche i manager debbano in qualche misura occuparsi di politica. Naturalmente mi riferisco ad una politica diversa da quella dei colori dei partiti. La politica che ho in mente è, infatti, quella che ha un orizzonte futuro più ampio, una politica che è fatta di scelte strategiche e tecnologiche di ampio respiro.
Rimanendo in tema di politica, quella politica appunto, segnalo che in questi giorni è stato pubblicato il libro Non solo blog, La tecnologia di cui avremo bisogno, edizioni ETAS, curato da Maurizio Guandalini.
Non solo blog è un libro corale con scritti firmati dai massimi dirigenti di alcuni dei più grandi marchi internazionali che, come è riportato sulla quarta di copertina:”provano a guardare lontano, a fare un pò di sana previsione e a individuare le soluzioni applicative che sembrano più promettenti e sulla quali l’industria italiana può realmente scommettere“.
Non solo blog non è un arido libro di tecnica o di economia, i 14 saggi sono infatti scritti con lo scopo di divulgare idee strategiche e tecnologiche, e quindi in ultima analisi anche politiche, che l’Italia dovrebbe fare per stare al passo con il resto del mondo. Gli autori dei 14 saggi sono: Enzo Biagini AD di Apple Italia, Gianfranco Lanci presidente di Acer Inc., Andrea Pontremoli ex AD di IBM, Enrico Albizzati AD di Pirelli Labs, Massimo della Porta di SAES Getters, Vincenzo Giori AD di Siemens, Massimiliano Magrini Country Manager di Google Italia, Antonio Marcegaglia CEO di Marcegaglia S.p.A., Federico Minoli ex AD di Ducati, Moretti Polegato di Geox, Vincenzo Novari AD di 3 Italia, Orlandi di Sorgenia, Umberto Paolucci Vicepresidente di Microsoft, Elserino Piol di Pino Partciapazioni S.p.A.
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It’s The War, Stupid!. Questa è, parafrasando ciò che veniva detto durante la campagna presedenziale di Clinton nel 1992, la frase che viene in mente per spiegare l’impennata del prezzo del petrolio, che proprio in questi giorni sta facendo tremare i mercati. Sotto i piedi del PKK, organizzazione indipendentista curda che la Turchia vuole annientare, dopo i recenti attentati e gli scontri al confine con l’Iraq, c’è un mare di petrolio. Che succederebbe se la Turchia avviasse un invasione su larga scala del nord dell’Iraq?
Aggiungiamo un pizzico di preoccupazione in più. Come l’autorevole New York Times sottolinea il vero motivo del perché il prezzo del petrolio è in fibrillazione è che presto o tardi ci potrebbe essere uno scontro armato con l’Iran:”Investors worry that any conflict between the West and Iran would disrupt oil supplies from the Middle East.” Non dimentichiamo che il Presidente degli USA, G. W. Bush, in una conferenza stampa ha parlato di una possibile Terza Guerra Mondiale:”So I’ve told people that if you’re interested in avoiding World War III, it seems like you ought to be interested in preventing them from have the knowledge necessary to make a nuclear weapon.”
Bel quadretto non vi pare? Bene non è finita, però.
A tutto questo va aggiunto che, se anche non ci fossero di mezzo le continue tensioni politico-militari, il prezzo del petrolio sarebbe comunque destinato ad aumentare, per il semplice fatto che prima o poi il petrolio finisce. Il recente aumento del prezzo della pasta e del pane è un chiaro indizio che qualcosa del genere sta già accadendo.
Farina e petrolio sono collegati tra loro più di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Tutto nasce dal fatto che i governi di molte nazioni sono fortemente impegnati a sostituire la benzina con l’alcool etilico. Il guaio è che un’ottima fonte per la produzione dell’alcool etilico è il granturco. Gli agricoltori hanno intravisto la possibilità di guadagnare molto diventando i “petrolieri” del futuro e stanno quindi coltivando sempre più granturco a discapito delle altre coltivazioni, grano compreso.
Ora indipendentemente da quale sarà la soluzione energetica alternativa, molti cominciano a lanciare segnali di allarme su possibili catastrofi future dovute alla scarsità di petrolio. Qualcuno ha anche realizzato un film documentario il cui titolo “A Crude Awakening“, sottotitolo The Oil Crash, è abbastanza esplicativo di quanto repentino e crudo - crude significa anche greggio - potrebbe essere il nostro risveglio.
Vale la pena evidenziare che proprio in Italia, a Rimini si è cercato di inquadrare i termini del problema e di dare una risposta alla domanda cruciale:”Quando la produzione di petrolio raggiungerà il picco e inizierà a diminuire?” Ne è anche scaturito un documento finale noto come Rimini Protocol, ovvero protocollo di Rimini. Il testo del protocollo può essere scaricato dal sito ufficiale del film.
A Crude Awakening è solo uno dei tanti segnali di come si stanno mettendo le cose. Recentemente ho avuto la possibilità di ascoltare e riportare un’intervista a Matthew Simmons in cui vengono descritti degli scenari futuri da brivido.
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Un grandioso affresco della storia politica ed economica americana dal 1870 fino ai giorni nostri. Questa è una delle possibili definizioni che si può dare del recente libro scritto dell’economista e Columnist del New York Times Paul Krugman edito negli USA dallla casa editrice USA W. W. Norton e il cui titolo è The Conscience of a Liberal.
Paul Krugman è un economista di chiara fama, vincitore della medaglia John Bates Clark - il premio più insigne che può ricevere un economista americano - e professore di economia e affari internazionali alla Princeton University.
The Conscience of a Liberal non è però un libro di storia, perché la storia in The Conscience of a Liberal serve solo come strumento. La storia economica e politica americana - divisa in ben definiti periodi: The Long Gilded Age, The New Deal etc.. - serve, infatti, solo come infrastruttura architettonica su cui costruire la dimostrazione della diseguaglianza economica e sociale come risultato della volonta politica e non la semplice e naturale conseguenza delle naturali leggi del mercato, come invece vorrebbero far pensare dubbie e sopravvalutate teorie. Vedi ad esempio il ciclo noto come La curva di Kuznets.
La scrittura piana e fluente del libro rende ancora più impressionante l’impatto con le “dimostrazioni” di come molte forze abbiano collaborato per portare indietro l’orologio della giustizia civile e dell’eguaglianza sociale negli USA. Il J’accuse di Krugman pesa come un macigno nella coscienza di chi vorrebbe che la qualità della vita negli USA e più in generale nel mondo fosse migliore per tutti.
Se, ad esempio, ci si domanda perchè Truman nel 1946 non sia riuscito a realizzare un programma di assicurazione sanitaria nazionale negli USA si scopre che la causa principale di questa sconfitta si può riassumere in una parola sola: Razzismo. Lo stesso razzismo espresso in un discorso per la candidatura a governatore della California da parte di Ronald Regan:”Se un individuo vuole, nel vendere o affittare una casa, discriminare i negri o gli altri deve avere il diritto di farlo”
Krugman non si limita solo a denunciare e a dimostrare il fatto che ai poveri e alle minoranze etniche è stato sistematicamente negato il diritto di curarsi e quindi di esistere. Il ritorno alla Gilded Age ha avuto come conseguenza anche l’impoverimento della classe media americana, che in questi anni è stata sfiancata dai debiti e Krugman sottolinea che non sono assolutamente debiti in cambio di beni di lusso. La classe media americana oggi contrae debiti sotto forma di mutui per possedere una casa e rette per le migliori scuole al fine di garantire un futuro migliore ai propri figli.
Krugman, nonostante la tragedia dell’ evidente prossimo sterminio della classe media, si dimostra ancora più cinico e dimostra, statistiche alla mano, che la speranza o meglio la fede dell’americano medio nella possibilità di migliorarsi è una pura fantasia. Krugman parla di una vera e propria “rat race”, una corsa dei topi. Le tabelle del libro dimostrano che ha maggiori possibilità di accedere ad un posto migliore nella società uno scandinavo od un francese.
Francia e Scandinavia, due posti dove, non a caso, la disparità sociale ed economica è molto minore rispetto agli USA.
Inoltre, leggendo The Conscience of a Liberal e seguendo nei vari capitoli la suddivisione della storia americana in ben definiti periodi storici, si scopre qualcosa di “inquietante”. Qualcosa che potremmo definire senza remore “negazionismo economico”.
Il ciclo economico virtuoso che va dagli anni venti agli anni cinquanta del secolo scorso, è stato definito da due storici dell’economia Claudia Goldin e Robert Margo come la “grande compressione”, in antitesi alla grande depressione. In questa fase di boom economico la classe media ha vissuto un periodo d’oro e il gap tra i ricchi e le classi lavoratrici si era molto ridotto.
Ebbene come descritto a pg. 55, alcune persone trovano la realtà storica del periodo della grande compressione in qualche modo così “disturbante”, una così evidente negazione del loro credo su come dovrebbe andare il mondo, al punto da riscrivere la storia per cancellare ogni traccia del boom del dopoguerra definendolo un’illusione. La diminuzione della disegualglianza nel reddito ha portato il boom nell’economia USA del dopo guerra e se questo sembra contraddire i libri di testo di economia, come dice Krugman:”allora c’è qualcosa di sbagliato nei testi di economia”.
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